I 7 casi italiani di abuso di potere delle forze dell’ordine più influenti di sempre

Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Carlo Giuliani: sono solo alcuni dei nomi delle vittime dell’abuso di potere da parte delle forze dell’ordine in Italia. Ma è solo la punta dell’iceberg.

Solamente da pochi anni si è iniziato a parlare di abuso di potere da parte delle forze dell’ordine in maniera diffusa nel tessuto sociale. Sicuramente ciò è stato facilitato dai social media, che hanno contribuito a sdoganare alle grandi masse un argomento considerato tabù. Nonostante questo progressivo disvelamento, il tema è ancora piuttosto osteggiato dai più, in quanto particolarmente sensibile. Inevitabilmente, i casi resi celebri dai giornali hanno portato a opinioni contrastanti nell’opinione pubblica, ma dall’altro lato, hanno condotto a una più solida consapevolezza dei propri diritti e, alle volte, al perseguimento dei colpevoli (anche se emissari dello Stato). Andiamo a scoprire quelli più influenti nella cultura di massa.

1. Il caso Federico Aldrovandi

25 settembre 2005, via Ippodromo, Ferrara. Un diciottenne di nome Federico Aldrovandi rientra a casa, dopo una notte passata al Link, locale di Bologna, insieme ai suoi amici. Esattamente nella stessa strada si trova la pattuglia Alfa 3, presto raggiunta dalla Alfa 2, con a bordo Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto. Da i primi due Aldrovandi viene definito come “un invasato violento in evidente stato di agitazione” che, secondo le testimonianze degli agenti, inizia ad aggredirli “a colpi di karate e senza un motivo apparente“. Sentendosi in pericolo, la coppia chiama i rinforzi (Forlani e Segatto): da qui inizia una violenta colluttazione, nella quale due manganelli vengono spezzati, che porta il giovane alla morte. Solamente alle 6.08  viene richiesta un’ambulanza, che arriva sul posto dopo una decina di minuti, potendo constatare solamente il decesso di Federico. La famiglia viene avvertita alle 11, ben cinque ore dopo la dichiarazione del decesso: la causa della morte è ufficialmente un malore. Davanti al cadavere del figlio, martoriato da 54 ecchimosi, i genitori ritengono ciò poco credibile; qualche mese dopo aprono un blog, in cui esternano tutti i loro dubbi. Questo gesto accelera di molto le indagini (già in corso), portando il caso alla ribalta nazionale. In seguito alla perizia sul corpo, che indica l’anossia posturale come causa del decesso (insufficienza cardiaca e respiratoria dovuta ad un grande peso sulla schiena, presumibilmente di due agenti), si ascrivono al registro degli indagati i quattro carabinieri. In Cassazione, vengono condannati a 3 anni e 6 mesi per omicidio colposo nell’uso legittimo delle armi, ma ne scontano solamente sei mesi (grazie all’indulto); nel 2014 tre su quattro tornano in servizio.

2. Il caso Stefano Cucchi

22 ottobre 2009, reparto detenuti dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. Il trentunenne Stefano Cucchi muore all’alba. Dopo essere stato visto scambiare droga nelle strade della capitale, il 15 dello stesso mese, viene portato in caserma e perquisito da Francesco Tedesco, Gabriele Aristodemo, Raffaele d’Alessandro, Alessio di Bernardo e Gaetano Bazzicalupo. Cucchi è in possesso di hashish e cocaina, oltre che di farmaci per curare l’epilessia (di cui era affetto). Viene subito decisa la custodia cautelare, confermata con l’udienza del giorno dopo: l’imputato mostra già alcuni lividi e segni iniziali di maltrattamento. Fissato il processo al mese successivo, il giudice dispone la custodia al carcere di Regina Coeli ma, difatti non ci arriverà mai. Nella notte del 16 ottobre viene portato al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli: sul referto compaiono lesioni ed ecchimosi alle gambe, al volto, all’addome e al torace, con l’aggiunta di frattura della mandibola, della terza vertebra lombare e del coccige. Cucchi rifiuta il ricovero propostogli e viene ricondotto in carcere, da cui uscirà dopo pochi giorni in direzione dell’ospedale Pertini. Al momento del decesso pesa solamente 37 kg. Nonostante le richieste della famiglia, si hanno notizie di Stefano solamente con la notifica di autorizzazione dell’autopsia da parte del magistrato. Il personale carcerario nega di avere utilizzato violenza su Cucchi, cosa smentita dagli altri detenuti; il decesso viene imputato all’anoressia e alla tossicodipendenza. Dopo 7 anni di processi, 45 udienze e 120 testimoni, i cinque medici imputati per omicidio colposo sono tutti non condannati (quattro per prescrizione e una per fatto non sussitente), Di Bernardo e d’Alessandro sono colpevoli di omicidio preterintenzionale, Tedesco e il maresciallo Mandolini di falso. Sono ancora in corso le indagini per il depistaggio.

3. Il caso Carlo Giuliani

20 luglio 2001, piazza Tommaseo, Genova. Il ventitreenne Carlo Giuliani partecipa alla manifestazione no global anti G-8 nel capoluogo ligure, nella giornata di maggiore disordine sociale. In piazza Alimonda, una Land Rover Defender con a bordo tre carabinieri (Filippo Cavataio al volante, Mario Placanica e Dario Raffone) rimane bloccata per alcuni secondi contro un cassonetto. I riottosi si scagliano contro il mezzo: tra loro vi è anche Giuliani che, raccolto un estintore, lascia trasparire l’intenzione di lanciarlo contro il veicolo. Placanica estrae la pistola, la punta sulla folla e, intimando al giovane di andarsene, spara due colpi. Uno dei due diviene fatale, raggiungendo lo zigomo sinistro di Carlo. Dopo ciò, per fuggire rapidamente, il Defender passa due volte sul cadavere, una a marcia avanti e una indietro; tutta la vicenda viene registrata dagli operatori in loco. Il corpo del ragazzo arriva all’ospedale Galliera alle 20.00, quasi tre ore dopo il decesso, mentre la notizia giunge alla famiglia solamente alle 23.00. L’unica autopsia eseguita è quella prescritta dalla magistratura, senza l’incarico di un consulente dei Giuliani: la morte è stata causata dalla ferita d’arma da fuoco sul volto, ma non è sopraggiunta che dopo alcuni minuti. A seguito di tali conclusioni, il giudice autorizza la cremazione del corpo. Nel 2003, i tre carabinieri vengono assolti dalle accuse di uso legittimo delle armi e di legittima difesa, in quanto la perizia ha concluso che il colpo rivelatosi mortale era stato sparato verso l’alto, per poi essere deviato dopo l’impatto con un sasso lanciato da un manifestante verso il ventitreenne; inoltre, l’investimento è stato considerato come atto involontario. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel 2011, conferma sostanzialmente il verdetto italiano, pur richiamando la cattiva gestione di eventi pubblici.

4. Il caso Riccardo Rasman

27 ottobre 2006, via Grego, Trieste. Il trentaquattrenne Riccardo Rasman, affetto da sindrome schizofrenica paranoide, ascolta musica ad alto volume, esce nudo sul balcone del suo appartamento e lancia dei petardi molto vicina a una passante. I vicini chiamano il 113, che arriva sul posto con due volanti. Presto si rende necessario anche l’intervento dei Vigili del Fuoco per sfondare la porta. Rasman si riveste e si sdraia a letto, con la luce spenta, probabilmente in preda al panico a causa di brutte esperienze passate con le forze dell’ordine. Una volta aperta la porta, inizia una dura colluttazione fra i poliziotti e l’uomo, alla fine della quale quest’ultimo viene immobilizzato a terra, ammanettato dietro alla schiena e con le caviglie legate fra loro. Nonostante ciò, è comunque mantenuto in posizione prona, anche quando inizia a rantolare, a divenire cianotico e a subire un arresto respiratorio. I sanitari, allertati subito, lo ritrovano esattamente così, con segni di percosse e imbavagliamento. L’autopsia conferma la morte per asfissia, causata dal peso di uno o due agenti sulla schiena. Nel 2011, la Cassazione dichiara colpevoli di omicidio colposo Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe de Biasi, mentre il quarto poliziotto, Francesca Gatti, viene prosciolta dalle accuse. Oltre alla pena, gli imputati sono tenuti a pagare più di un milione di euro alla famiglia Rasman, cifra ritenuta insufficiente.

5. Il caso Giuseppe Uva

14 giugno 2008, via Dandolo, Varese. Il quarantatreenne artigiano Giuseppe Uva, in compagnia dell’amico Alberto Bigioggero, viene sorpreso mentre, in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di stupefacenti, schiamazza e sposta delle transenne e un cassonetto. Alla richiesta rifiutata da Uva di fornire i propri documenti, i due vengono portati in caserma, dove Giuseppe è vittima di pestaggio. Dopo ciò, viene trasferito all’ospedale cittadino, che può solo constatarne la morte per arresto cardiaco la mattina successiva. La sorella della vittima denuncia il tutto alla Procura, indignata anche dal fatto che l’unico testimone oculare, Bigioggero, non sia stato ascoltato: egli afferma, infatti, di aver sentito l’amico urlare e chiedere aiuto durante l’interrogatorio, ma cade spessi in contraddizione. A processo, gli imputati raccontano dell’atteggiamento violento di Uva in caserma, dove ha preso a testate degli armadi e ha lanciato una scrivania verso gli agenti. La guardia medica chiamata in assistenza conferma tale stato di agitazione e aggressività, alternato a momenti di calma. Nel 2019, la Cassazione proscioglie gli indagati da tutte le accuse, obbligando la parte civile a rimborsare le spese processuali.

6. Il caso Gabriele Sandri

11 novembre 2007, area di servizio Badia al Pino, Civitella in Val di Chiana (Arezzo). Il ventiseienne ultras bianco-azzurro Gabriele Sandri è in viaggio con quattro amici per assistere alla partita Inter-Lazio delle 15.00. Sono le 9.00 di mattina, quando i tifosi laziali entrano in contatto con juventini: la rissa è inevitabile. All’altro lato della strada vi è una pattuglia della Polizia Stradale che, vista l’agitazione, si avvicina all’autogrill. L’auto con a bordo Sandri sta per ripartire, ma l’agente Luigi Spaccarotella, convinto di stare assistendo a una fuga post rapina, scende dal veicolo e spara a due colpi di pistola. Uno dei due proiettili colpisce al collo il giovane Gabriele. Vengono subito allertati i soccorsi, ma non c’è più niente da fare. Nel 2012, Spaccarotella è condannato per omicidio volontario con dolo eventuale a 9 anni e 5 mesi di reclusione.

7. Il caso Giuseppe Saladino

7 ottobre 2009, carcere di via Burla, Parma. Il trentaduenne con problemi di tossicodipendenza Giuseppe Saladino viene ritrovato senza vita nella sua cella, in cui era entrato nemmeno 24 ore prima. Il giovane, condannato a un anno e due mesi di arresti domiciliari per aver rubato le monetine di un parchimetro, evade dalla propria dimora il 6 ottobre. Beccato da una pattuglia vicino a casa in compagnia della fidanzata, viene arrestato e portato in carcere, dove muore nella notte, presumibilmente per un malore. Prima del regime detentivo domestico, aveva scontato una parte della pena nell’ospedale psichiatrico di Reggio Emilia: da subito la famiglia denuncia l’errata e ingiustificata somministrazione di farmaci (continuata anche dopo la dimissione), che l’avrebbero reso assente e terrorizzato, oltre a maltrattamenti, come tenerlo legato al letto tutto il giorno. Su richiesta della madre, la Procura di Parma apre un’inchiesta per omicidio colposo contro ignoti, dove sono imputate due diverse cause di morte: overdose di stupefacenti, a causa di una dose di eroina rilevata dai responsabili della perizia sul corpo, e arresto cardiaco. Le indagini si risolvono con un nulla di fatto, tanto da richiederne l’archiviazione; la madre di Saladino impugna però la decisione: gli sviluppi sono ancora in corso.

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