“Homo homini lupus”: come Plauto, Foscolo e Cecità spiegano l’individualismo nella società

Il tema dell’individualismo è una costante nella letteratura e nella società dall’epoca di Plauto fino ai giorni nostri.

Nel corso di un anno che ha esordito col presagio di una terza guerra mondiale e poi continuato con lo scoppio di una pandemia, “Cecità” non potrebbe essere più attuale.

L’attualità di Cecità

Sembra quasi che il 2020 sia uscito direttamente dalla penna di Saramago e che noi siamo inconsapevolmente protagonisti di un romanzo dalle tinte distopiche. Lo scrittore, insignito del premio nobel alla letteratura, ci aveva visto lungo e nelle pagine del suo capolavoro descrive con una precisione quasi maniacale i meccanismi psicologici che guidano la società nei momenti di difficoltà, quasi come se, nei meandri del nostro cervello, si fosse risvegliato quell’istinto di sopravvivenza che, come il magma di un vulcano quiescente, erutta all’improvviso trascinandoci tutti nell’irruenza della sua lava.

Basti pensare alla corsa alle mascherine, alle farmacie prese d’assalto o agli scaffali dei supermercati depauperati che ricordano la guerra per le provviste all’interno del manicomio del romanzo, dove ogni parvenza di umanità scompare e lascia il posto al mero individualismo di chi pensa unicamente a riempire il proprio stomaco a scapito dei pochi che tentano di agire nel bene della collettività fallendo miserabilmente.

Individualismo: da Plauto a Foscolo

Quello che è successo negli ultimi mesi non è niente di diverso da quello che aveva già constatato il lucido occhio osservatore di Foscolo nel 1800 nelle “Ultime lettere di Jacopo Ortis” e, tornando ancora più indietro, quello di  Plauto nel 200 a.c. con la sua solenne sentenza  destinata a diventare poi un celebre proverbio tanto pessimistico quanto attuale: “Homo homini lupus”.

Nel romanzo dell’autore Veneziano, Jacopo, il protagonista, si rende conto di quanto i valori della società, in cui lui stesso credeva fermamente, siano un velo di Maja che nasconde al suo interno il nulla più assoluto e che le persone vivano in un costante stato di guerra di tutti contro tutti.Nonostante le opere siano lontane cronologicamente non lo sono invece nelle tematiche, a riprova del fatto che gli ultimi eventi abbiano solo fatto emergere qualcosa che sobbolle nell’essere umano fin dalle sue origini: l’egoismo.

In una società in cui l’apparenza conta spesso più dell’essenza, in cui il nostro alter ego digitale assume più importanza di ciò che siamo realmente, in cui il perbenismo dilaga sulla moralità autentica sovrastandola completamente, è difficile che questo conflitto che ci pone l’uno contro l’altro emerga, ma non appena entrano in gioco i nostri interessi ecco che questo bussa veloce alla  nostra  porta e ovviamente noi non tardiamo ad aprire.

Foscolo e Saramago, due finali opposti ma non troppo

Se è vero che le due opere coincidono sul piano contenutistico, su quello narrativo seguono invece percorsi inversi, o almeno apparentemente, con due finali che sono agli antipodi: mentre nel romanzo di Saramago si passa da una situazione critica, in cui la città è distrutta a causa dell’epidemia, a un finale che tralascia uno spiraglio di speranza , al contrario, nell’Ortis, Jacopo parte con la testa colma di ideali e termina con un suicidio che rappresenta l’impossibilità che tali ideali si realizzino. Il gesto di Jacopo è un gesto estremo, assoluto, un gesto di protesta, metafora delle sue crisi, della delusione causata dalla disillusione delle sue speranze.

Tuttavia sarebbe sbagliato interpretare l’atto conclusivo di Jacopo come una resa di Foscolo, al contrario, il suicidio non è altro che l’esigenza di una virtù che sia pura e che non si pieghi al compromesso. Foscolo, infatti, si appella al lettore con sentenziose parole che incitano a tutt’altro che a una spenta arrendevolezza, lanciando un messaggio che si ancora al cuore di chi lo legge e che riecheggia nei secoli come un urlo disperato di resilienza.

“Ma voi pochi sublimi animi che solitarj o perseguitati, su le antiche sciagure della nostra patria fremete, se i cieli vi contendono di lottare contro la forza, perché almeno non raccontate alla posterità i nostri mali? Alzate la voce in nome di tutti, e dite al mondo: Che siamo sfortunati, ma né ciechi né vili; che non ci manca il coraggio, ma la possanza.”

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