Hiroshima raccontata settantacinque anni dopo: come il dolore e le tragedie di massa cambiano un luogo

Il mondo è fatto di luoghi ed essi si manifestano nello spazio, il tempo li attraversa, e certi eventi possono farli cambiare per sempre. Esistono luoghi che sono legati in maniera indelebile ai lati più oscuri dell’uomo, iscritti per sempre come incubi nella nostra memoria collettiva. In questo articolo cercherò di raccontare alcuni di questi incubi ed il silenzio ed il rispetto che questi luoghi si trascinano dietro.

 

 

 

Il fungo nucleare provocato dalla detonazione di “Little boy” su Hiroshima

 

 

 

Ieri, 6 agosto 2020 correva il settantacinquesimo anniversario dallo sgancio dell’atomica su Hiroshima, la seconda bomba nucleare usata nella storia, la prima che fu impiegata per scopi bellici. Un’azione che costò la vitta a duecentomila persone, indistintamente tra donne, uomini e bambini, perché la bomba è un tribunale che sentenza innocenti senza distinzioni. Un evento che a settantacinque anni di distanza, se si percorre a piedi le strade della moderna Hiroshima ancora si sente il peso di quelle vite strappate e di quelle urla mai dette perché la morte arrivò prima. Da tranquilla città portuale nel giro di pochi secondi la città giapponese si trasformo in un luogo di dolore e di morte, che ancora oggi se ne avverte la presenza. Ma non solo ad Hiroshima si respira e si percepisce questa pesantezza data dalla morte di innocenti, Auschwitz, Nagasaki, Tuol Sleng in Cambogia, Ground zero a New York, tutti luoghi iscritti in maniera indelebile nella nostra memoria e che ancora oggi visitandoli, si avverte il silenzio delle morti che ci furono. 

Entrata di Auschwitz

Hiroshima e la nuova arma: vita e morte in un battito di ciglia 

La storia di Hiroshima, il suo svolgersi degli eventi è nota a tutti. Si apre un qualsiasi libro di storia contemporanea e dentro ci possiamo trovare scritto ogni dettaglio. Alcuni storici addirittura dividono l’età contemporanea in un pre-Hiroshima e in un post-Hiroshima. L’inizio di un’epoca in cui l’uomo stesso ha la possibilità di farsi scacco matto da solo, in cui nemmeno il creatore della bomba ha la capacità di concepire gli effetti che l’ordigno creerà, perché come si può rendersi coscientemente colpevoli della morte di duecentomila persone nel giro di pochi attimi? A luce di queste considerazioni che l’evento tragico di Hiroshima acquista il suo massimo rilievo ed entra come incubo nella nostra memoria collettiva.  È il 6 agosto del 1945, ore 8:16 del mattino, è una bella giornata su Hiroshima, il cielo è quasi limpido solo qualche flebile nuvola popola il cielo. Da lontano si inizia a sentire il rumore di eliche, gli abitanti alzano la testa al cielo. Il rumore proviene da tre bombardieri B-29, ornai è uno scenario quasi quotidiano sui cieli giapponesi, è già diversi mesi che gli americani bombardano e perlustrano regolarmente l’isola nipponica, e i suoi abitanti sono convinti che sia una missione come un’altra e che presto quegli aerei se ne andranno, non immaginano neanche quello che sta per accadere. Il maggiore Claude Eatherly, il meteorologo incaricato nell’esaminare se le condizioni atmosferiche sono favorevoli allo sgancio, guarda attraverso lo strumento per il telerilevamento e da la conferma, si può sganciare. Come detto sono le 8:16 di una tranquilla mattina di metà estate, da quel momento il tempo si ferma e l’uomo entra nell’incubo di una nuova era. Little boy, così ribattezzata la bomba per via della sua forma, precipita verso il basso, detonandosi sopra all’obiettivo a 500 metri di quota (così da provocare più danni possibili), un lampo di luce taglia il cielo, in un istante settantamila abitanti muoiono sul colpo, alla fine i morti provocati dai danni radioattivi risulteranno duecentomila. Ma che cosa rimane oggi ad Hiroshima e cosa si avverte camminando per le sue strade? La città fu completamente rasa al suolo, così oggi Hiroshima è una città completamente nuova e moderna, una città come tante altre se la si guarda da un punto di vista urbanistico, nulla che colga l’occhio.  L’aria è strana però, la si avverte subito appena si esce dalla stazione, e più si resta in città, più si cammina al suo interno più quest’aria silenziosa ti entra dentro e si è afflitti di una melanconia fatta di rispetto. Del passaggio della bomba poco è rimasto, perché poco doveva rimanere, ed in questo l’ordigno ha svolto alla perfezione il proprio compito. Il vento radioattivo però non ha potuto cancellare una cosa, l’urlo delle proprie vittime che in maniera indelebile popolano ancora oggi la città e che le si avverte, cambiando il luogo in cui la tragedia ha preso corpo. Ma non solo Hiroshima è soggetta a questa trasformazione, non solo Hiroshima conserva le urla e i dolori delle vittime nella propria terra. 

Dopo Hiroshima ma anche prima di Hiroshima, altri luoghi negli incubi della memoria

Nel corso dello scorso secolo e non solo, altri sono stati i luoghi e gli eventi che hanno scosso le coscienze collettive, e che sono iscritti ora come incubi in quella memoria comunitaria che anche attraverso i canali di informazioni di massa hanno portato alla sincronizzazione delle emozioni. Insieme ad Hiroshima, ma in modus operandi diversi, troviamo i campi di sterminio nazisti, con simbolo assoluto Auschwitz nel quale vediamo all’opera il famoso modello fordistico applicato al genocidio di massa. Troviamo Nagasaki, una seconda Hiroshima. Ma possiamo vedere anche storie meno conosciute come Toul Sleg, nota come S-21. Una ex scuola superiore, che sotto il regime dittatoriale basate su ideologie comuniste guidato dai Khmer rossi con leader Pol Pot il quale doveva guidare la Cambogia attraverso una rivoluzione agraria in una nuova era, ma che di fatto ha sancito la morte di milioni di civili ed innocenti cambogiani, e come simbolo della dittatura propio il campo di prigionia S-21. I numeri per questa prigione sono terrificanti, le cifre parlano di circa ventimila vittime, ma non è tanto il numero delle vittime in se che rimane a chi oggi visita la struttura, ora trasformata in un museo e patrimoni dell’UNESCO. I modi e le sofferenze che queste vittime innocenti hanno dovuto subire sono indelebili e continuano a popolare quel luogo di orrori ( chiaramente visibile sono le macchie di sangue sui muri, e i segni di unghie sul pavimento per chi preso dalla disperazione più totale ha provato con tutto quello che aveva la fuga). I prigionieri della S-21erano civili innocenti, semplici persone sospettate di attività contro il regime o solo di non concordare con esso, molti gli intellettuali o gli insegnanti rinchiusi, perché come è noto, la cultura è sempre una minaccia per le dittature. Ultimo luogo che voglio ricordare è ground zero a New York, in tutti noi sono vive le immagini di quel giorno. Da quel 11 settembre 2001 nasce concretamente la paura de terrorismo, e da li non più la paura di un’invasione straniera, ma una parcellizzazione della paura dell’invasore non più su eserciti interi ma sul singolo individuo, dando vita a quella paura dell’iperterrorismo citata da Virilio. Tutti questi luoghi, da posti normali formati da scene di vita quotidiana, sono state travolte da eventi tragici di massa e che hanno indelebilmente cambiato per sempre il loro aspetto e significato. La dimensione temporale è solo relativa, il loro cambiamento è legata alle atrocità che si sono manifestate, simboli di terrore  e parte integrante della nostra memoria. 

Quadro raffigurante il campo di prigionia S-21 in Cambogia

I luoghi hanno memoria, il nostro compito è di saperli ascoltare

Questi luoghi sopra citati, queste piccole particelle di spazio inchiodate all’interno di un singolo tempo sono le testimonianze più tragiche per poter costruire un futuro migliore. Questi luoghi parlano, ci parlano di continuo, non hanno dimenticato, a noi il compito di saperli ascoltare. All’interno di essi si crea un’estetica, un’emozione di estetica della scomparsa che va saputa cogliere per poter creare e dar continuità a quella memoria partecipativa per non far dimenticare quelle tragedie di massa. Entrando in quei luoghi bloccati nel tempo, il peso delle vittime è ancora presente, caminando per quelle strade, per quelle stanze, con il viso abbassato ed in silenzio si può ancora sentire le urla e i lamenti. La memoria però non è perenne, la memoria va tramandata e costruita, non si deve fare l’errore di scambiare quei luoghi di memoria in attrazioni turistiche, cosa che purtroppo sempre più sta avvenendo. C’è una relazione empatica tra il singolo individuo e lo spazio che visita, e dove c’è stato dolore attraverso il principio di memoria collettiva lo si avverte, lo si coglie e si può udire forte come un macigno le urla che furono gridate. Se crediamo in un futuro migliore è nostro compito far continuare a vivere quelle urla. 

 

 

11 settembre 2001

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