Ecco le cinque curiosità che (forse) non sapevi su Torquato Tasso

Poeta raffinato e sensibilissimo, ma anche fragile, cupo e in perenne contrasto con se stesso: questo era Torquato Tasso, uno dei più grandi della letteratura italiana. 

Torquato Tasso (1544-1595)

Se c’è un poeta e intellettuale italiano in grado di incarnare perfettamente l’età della Controriforma, in grado di fare da tramite tra la fine del Rinascimento e l’inizio di una nuova fase della nostra letteratura, quello è certamente Torquato Tasso. Egli era una persona che ha avvertito su di sé il nuovo ruolo dell’intellettuale, la nuova mentalità corrente e le nuove poetiche emergenti e ha lottato per adeguarvisi e, allo stesso tempo, mantenere la sua autonomia. Sempre alla ricerca maniacale della perfezione, con un comportamento addirittura autolesionista e inutilmente ribelle, ha saputo lasciare ai posteri in eredità dei capolavori assoluti, benché spesso non finiti o addirittura non approvati. Andiamo ora a scoprire alcune curiosità su questo grande artista che ha fatto scuola nel suo secolo, non solo in Italia.

Dipinto che raffigura la scena della Gerusalemme liberata in cui Tancredi battezza la moribonda Clorinda

Sulle orme di papà

Nella sua infanzia movimentatissima, Tasso ha potuto ottenere una raffinata educazione letteraria e umanistica, soprattutto in occasione del soggiorno presso i Della Rovere, duchi di Urbino. Si era trasferito lì per seguire i viaggi del padre, Bernardo, che prestava il suo servizio a potenti signori come cortigiano e come militare. Anche lui aveva un’ottima cultura umanistica e si vede anche nei suoi scritti, perché, nel 1560 pubblicò a Venezia un poema cavalleresco in ottave intitolato “Amadigi di Gaula“, di più di cento canti. Una lunghezza notevole, per un’opera in generale apprezzata dal pubblico sofisticato ed esperto in humanae litterae. Risulta quindi evidente uno dei motivi per cui il piccolo Torquato, ancora giovanissimo, si interessò alla scrittura di poemi cavallereschi, esattamente come quando un bambino cerca di imitare quello che fa il padre. Già a Venezia nel 1559, ad appena quindici anni, Torquato scrisse (ma non terminò) un poemetto intitolato Gerusalemme, ispirato alle vicende della prima crociata. Era un testo giovanile ed acerbo, ma già si intravvedevano le doti artistiche notevoli di colui che, solo sei anni dopo, sullo stesso argomento baserà il suo più grande capolavoro. L’influenza del padre e l’affinità della ricerca artistica dei due portò la critica a soprannominare Torquato come “Il tassino“, per distinguerlo editorialmente dal padre quando pubblicò, nel 1562, il suo “Rinaldo“. Padre e figlio, dunque, si incamminarono lungo la stessa strada, anche se presto il divario di successo si ingrandì irrimediabilmente.

Una fama non voluta

Una delle cose che più colpiscono di Tasso è proprio quella che, dei testi da cui ha ottenuto la più larga fama, solo l’ “Aminta” è quello davvero approvato e riconosciuto dall’autore, comprese le consuete e innumerevoli modifiche apportatevi nel corso del tempo. La vicenda editoriale della Gerusalemme Liberata è assolutamente un groviglio di stampe e ristampe pirata e non approvate dall’autore, che, appena terminato il poema, sottopose freneticamente la sua opera a tantissime revisioni e cercò l’approvazione di esperti, soprattutto per questioni di stile e di tematiche religiose. Anzi, la critica ha osservato che spesso sottoponesse al giudizio (anche dell’Inquisizione) il suo poema proprio per ricevere critiche e obiezioni che confortassero la sua idea di inadeguatezza del testo. Così, dall’Ospedale di Sant’Anna, dov’è segregato come pazzo, egli cercò inutilmente di frenare le fittissime ristampe di un’opera che lui ripudiava ma che al pubblico piaceva molto. Provò persino a riscriverne una versione completamente nuova e accresciuta (la famosa “Gerusalemme conquistata“) ma a nulla valsero i suoi sforzi e, ancora oggi, noi lo conosciamo soprattutto per quel suo grande capolavoro che egli disprezzava con tutto se stesso. All’incirca la stessa sorte toccò alle “Rime” di Tasso, che sono numerosissime, molto raffinate e che toccano tanti argomenti, tante tematiche e varie strutture metriche. Attualmente è pressoché impossibile avere un’edizione completa e pura delle poesie tassesche, meno ancora di un canzoniere su modello petrarchesco come andavano di moda nel XVI secolo. Addirittura, già nelle raccolte stampate clandestinamente ai tempi dell’autore, erano confluiti testi non suoi. Nella sua revisione maniacale, spesso Tasso cambiava idee e propositi riguardo la pubblicazione dei suoi testi poetici e questo condusse poi ad una totale confusione.

Segni di squilibrio

Abbiamo già detto che Tasso fu rinchiuso nell’Ospedale di Sant’Anna nel 1579, identificato come un pazzo. Questa decisione fu dovuta ad alcuni gesti e alcune uscite poco apprezzabili del poeta, ormai in preda ad una crisi intellettuale e di coscienza più che ad una vera e propria pazzia. Irrequieto e instabile, era capace di gesti improvvisi e fuori luogo, come quando scagliò un coltello contro un servitore di casa d’Este (presso cui prestò servizio per la maggior parte della sua vita) perché credeva di essere spiato nelle sue conversazioni con la duchessa Lucrezia. Si sentiva giudicato, osservato e spesso aveva bisogno di certezze e rassicurazioni. E questo era il motivo per cui, in una sua peregrinazione, tornò a Sorrento (dove nacque nel 1544) dalla sorella Cornelia. I due furono costretti a separarsi da piccoli per via di alcuni screzi tra il loro padre e la famiglia della madre e, quando Torquato si presentò alla sorella, lo fece travestendosi da viandante e annunciò alla donna la propria morte, di modo da vedere la reazione di lei dopo tutto quel tempo in cui erano stati lontani. Questo perché si sentiva profondamente insicuro e bisognoso di affetto, di conforto e nonostante tutto anche di critiche, come quando andava cercando disperatamente un parere negativo sulla sua Gerusalemme liberata. Arrivò persino ad odiare la famiglia estense, presso la quale visse i suoi anni più fervidi a livello artistico e dove raggiunse il massimo del prestigio. E infatti insultò pubblicamente il duca Alfonso II e la sua corte, così che costoro decisero di porre fine a tutto e di richiuderlo nell’Ospedale, dopo che già il poeta era evaso dal convento di San Francesco (dove era stato convinto a ritirarsi) qualche anno prima.

Il duca Alfonso II d’Este

Amore e omosessualità

Un’altra disputa della critica letteraria tassesca, davvero molto dibattuta soprattutto negli ultimi tempi, riguarda l’orientamento sessuale di Tasso. Di sicuro, in giovane età, egli dedicò molte rime a delle donne, basti pensare alla damigella della corte estense Lucrezia Bendidio o alla mantovana Laura Peperara. Ma spuntano anche tracce di un possibile amore con un giovinetto, la cui identità è sconosciuta e di cui Tasso parla in alcune delle lettere che compongono il suo epistolario, uno dei più ricchi, vari e importanti del panorama letterario nazionale. Talvolta si accenna ad un amore carnale, altre ad un amore platonico, fatto sta che questo giovinetto doveva essere un allievo di Tasso o un ragazzo molto vicino al poeta per ragioni artistiche e professionali. Tutt’ora si dibatte su questo, anche perché, in virtù dei tempi che correvano all’epoca di Tasso, con la rigida Controriforma in pieno atto, naturalmente il poeta tenne nascosto questo suo orientamento, in modo molto simile a quello che fece Michelangelo Buonarroti quando era ormai al servizio proprio del papa. E forse è anche per questo che, nelle sparute tracce di questo possibile amante, non compare mai il suo nome, perché potrebbe essere che Tasso non fosse ricambiato ma potrebbe pure corrispondere ad un atto di protezione.

Un ammiratore di alto livello

Tasso era uno dei poeti più ammirati del suo tempo e anche uno dei più imitati. Elogi gli piovevano addosso da molti dei più grandi intellettuali italiani e anche all’estero il suo prestigio e la sua fama crebbero: basti pensare che in Francia, nel XVII secolo, la sua Aminta rimaneva tra le opere più rappresentate e fece da base per la diffusione del dramma pastorale transalpino, insieme al contemporaneo “Pastor fido” di Guarini. E il valore di Tasso era ben noto anche agli intellettuali dei secoli successivi. In particolare ce n’era uno che nutriva una vera e propria ammirazione per Torquato Tasso e avvertiva una specie di connessione empatica nei suoi confronti, dettata da alcune somiglianze di pensiero e di sensibilità: stiamo parlando di Giacomo Leopardi. Leopardi che dedicò alcuni suoi testi proprio a Torquato Tasso, come il bellissimo omaggio contenuto nella canzone “Ad Angelo Mai“, terza nell’edizione definitiva dei “Canti” leopardiani, o ancora il “Dialogo tra Torquato Tasso e il suo genio familiare”, undicesima delle “Operette morali” nella quale si vede il poeta del Cinquecento, rinchiuso nella sua cella d’ospedale, che discute con uno spirito che abitualmente gli fa visita. Tasso venne citato in moltissimi passi dello Zibaldone e, in una lettera del febbraio 1823, indirizzata al fratello Carlo, Leopardi affermava di essersi commosso dopo aver visitato la tomba del poeta sorrentino sepolto al Gianicolo (dove morì il 25 aprile 1595) e che quella fosse l’unica cosa davvero interessante da vedere a Roma. Un legame che Leopardi sentiva molto intenso e che portava a una forte presenza della lezione tassesca nelle opere del giovane recanatese: le già citate Operette morali sono alla lontana debitrici di quei ventisei Dialoghi che Tasso scrisse in isolamento nell’Ospedale di Sant’Anna; e non va dimenticato che i due epistolari, così spontanei e cospicui, si assomigliano molto in più punti. E alcuni pseudonimi femminili di Leopardi (Nerina o la più famosa Silvia) derivano proprio da nomi già usati da Tasso nelle sue opere.

 

 

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