Tra Oriente e Occidente c’è un filo rosso.

In Europa la conoscenza della poesia giapponese è iniziata col Giapponismo. Una corrente artistica e modaiola che vide tutto il Vecchio Continente, sullo scorcio del Fin de Siècle, rivolgere uno sguardo affascinato verso l’impero del Sol Levante, che dopo un isolamento secolare schiudeva finalmente i suoi battenti. Courbet e Gauguin ritraevano stampe giapponesi della scuola Ukiyo-e del maestro Utamaro nei loro dipinti, Gustav Klimpt aveva una collezione di kimono, la porcellana di Limoges lasciò spazio alla più ricercata porcellana giapponese… Quei brevi segni in punta di pennello incantavano tutti. Ecco che così nel secolo breve numerosissimi furono i poeti a sperimentare questa forma da Ezra Pound a Rainer Maria Rilke, altrettanti a rimanere affascinati e condividerne la brevità e universalità. Un legame culturale che non si è mai rotto fondamentalmente, ma per ovvie ragioni, ha cambiato diversi aspetti.
Lo Haiku
C’è una meta
per il vento dell’inverno:
il rumore del mare.
Lo haiku è la più piccola forma di poesia esistente, scandito in tre versi di cinque, sette, cinque sillabe. Esso affonda le radici nel passato remoto della cultura nipponica: originariamente era la prima strofa (hokku) di un componimento più lungo. Col tempo acquistò un’importanza sempre crescente fino ad essere riconosciuto come genere indipendente. Più precisamente questo passaggio, da esercizio di stile per poeti di corte a forma letteraria riconosciuta, avviene durante il Rinascimento giapponese, durante il quale, su tutti spicca la figura di Basho, il grande sacerdote dello haiku. La brevità icastica della sua poesia, si riflette nella sua lingua semplice, nello stile piano e nel ritorno a una natura vera, non più appassita dall’ampollosità letteraria di un secolare impianto letterario: rivoluzione.

Ungaretti
Tesi ormai dibattuta da tempo è quella secondo la quale il buon vecchio Giuseppe Ungaretti abbia avuto matrici giapponesi per quella produzione ermetica che portò avanti per una vita. Dibattiti filologici a parte, il legame è interessante.
docile fibra dell’universo.
Il poeta s’immerge dolcemente nel mutare della natura per poi riconoscersi. Così, come lo haiku è lo spazio piccolo di una conchiglia in cui sentiamo il rumore del mare, il poeta diviene un arpa, che “si lascia suonare”, interferendo il meno possibile con la sua arte. Bisognerebbe fare attenzione con una altra grande corrente letteraria chiamata “frammentismo”. In questa corrente riconosciamo, allo stesso modo, una brevità icastica, ma l’immersione panica evocata da Ungaretti è simile all’illuminazione religiosa buddhista, il satori. Un’illuminazione religiosa che avviene in uno spazio diverso da quello della conoscenza razionale, in uno spazio che non deve essere neanche contaminato dalle emozioni.

susci e sushi
Non possiamo dire, oggi, di vivere un’epoca intrisa di Giapponismo vero e proprio, ma i legami tra la cultura europea e nipponica continuano ad esserci, il più lampante è dal punto di vista culinario. Non esiste città in cui non vi sia un ristorante di cucina giapponese, dove sia possibile mangiare sushi. Un piatto tipico giapponese, la cui origine incerta, spesso rivendicata dai cinesi, a base di pesce crudo accompagnato da riso. Un interessantissima rivisitazione del sushi è stata proposta dallo Chef Daniele Rossi. Lo chef al posto del solito pesce crudo ha utilizzato una tartare di Chianina (da buon toscano) avvolta nel riso assieme ad avocado ed alghe nori: un roll all’Italiana.