Goya e Palinchak denunciano l’atrocità della guerra tra passato e presente, tra pittura e fotografia

Francisco Goya ne i “Disastri della guerra” denuncia la violenza dell’invasione francese in Spagna, dal 1808. Mykhaylo Palinchak nel 2022 fotografa con lo stesso orrore l’Ucraina devastata dai soldati russi.

FRANCISCO DE GOYA | Los Desastres de la Guerra: Lo mismo – Dasselbe, 1812-1815 | ALBERTINA, Vienna
Incisione di Goya tratta da “I disastri della guerra”. Questo quadretto si intitola “lo stesso”, dal momento che entrambi gli schieramenti si trucidano senza pietà. 1812-15, Albertina, Vienna.

All’Albertina, museo e galleria d’arte storica di Vienna, si terrà fino al 21 agosto una mostra intitolata “I disastri della guerra. Goya e il presente”. All’ingresso della sala, compaiono una serie di avvertimenti che mi hanno ricordato l’ammonimento dell’inferno dantesco. Avvertivano sull’alto tasso di violenza presente nell’esposizione, in maniera a tal punto reiterata che ho finito per rimanere perplessa. Una volta entrata, tuttavia, il mezzo sorriso ironico mi si è incastrato sulle labbra. Davanti ai miei occhi sfilavano una serie di incisioni bianche e nere, fotografie a colori, titoli corti ma ricolmi di rabbia e sgomento.

Goya e Palinchak sono nati in secoli e in luoghi diversi, e hanno vissuto esperienze diverse. Eppure, pareva di essere dinnanzi a un’opera classica in cui a uno zufolo di flauto rispondeva un accordo di violino. La guerra non ha tempo, parevano urlare le opere. E noi siamo qui a testimoniarlo.

I “Disastri della guerra”

Nel 1808 Napoleone invade la Spagna. Il suo potere si è accresciuto, assieme alla sua brama di nuove terre, di potere, di fama. I suoi soldati lo seguono senza esitazione, devastando la penisola iberica come già in precedenza hanno fatto con l’Italia. Gli scontri si susseguono senza sosta, sino a che il nuovo leader della Francia ha la meglio sulle truppe nemiche; impone come come nuovo sovrano del territorio appena conquistato un filofrancese e permette ai suoi di devastare le terre locali.

Goya si adatta alla nuova situazione, accettando ufficialmente commissioni dai nuovi padroni stranieri. Tuttavia non si barrica in un silenzio ossequioso: al contrario, esprime tutto il suo dissenso, il suo dolore e la sua frustrazione. La concretizzazione di questa critica la si ritrova nella serie di incisioni pubblicata dopo la sua morte, ossia i “Disastri della guerra”. Qui compaiono i momenti più sanguinosi accaduti durante e in seguito all’occupazione francese, che culmineranno nel 1814 nel celebre dipinto Fucilazione del 3 maggio 1808: con realismo bruciante, l’artista rappresenta l’uccisione di un gruppo di ribelli durante la guerra civile seguita alla dominazione straniera.

Sono ormai gli anni della sua vecchiaia, ma non per questo Goya è meno attivo, anzi: nell’ultimo periodo della sua vita l’artista sceglie di allontanarsi dalla corte reale per cui ha lavorato per grandissimo tempo. Disegna e incide, lavora sui temi che gli stanno più a cuore, che ancora gli mordono le viscere e le fanno intrecciare anche a chi osserva i suoi capolavori. Lavora freneticamente sino ai suoi ultimi giorni di vita, consegnando ai posteri una coltellata incandescente allo stomaco.

Fucilazione del 3 maggio 1808 – Arte – Opere – Artisti
Fucilazione del 3 maggio 1808, Goya, 1814, Museo del Prado, Madrid.

Euromaidan

Mykhaylo Palinchak è, per chi non lo conoscesse, un fotografo di strada e documentarista ucraino che ha sancito l’inizio della sua carriera nel 2008 ed è stato il fotografo ufficiale del Presidente dell’Ucraina dal 2014 al 2019. Il suo amore per la patria è evidente sin dalle fotografie dei paesaggi innevati, delle strade, delle rive fluviali e dei volti di donna che popolano le sue prime serie.

Diviene ancora più evidente in questi mesi, dal momento che ha rifiutato di andarsene dall’Ucraina per poter documentare e denunciare le aberrazioni compiute dai soldati russi, ma non solo: la vita di chi rimane vivo, la paura, la separazione, le armi. Dallo scoppio della guerra continua a testimoniare con le sue 40 e più immagini ora raccolte all’Albertina, la distruzione dell’Ucraina, le rovine dei complessi di appartamenti, i morti e i sopravvissuti, le persone in fuga e coloro che sono rimasti.

Già nel 2013 Palinchak aveva documentato i disordini civili che avevano scosso il paese durante l’ondata di manifestazioni e disordini civili che erano culminati negli scontri con la polizia antisommossa a Maidan, una delle piazze principali della capitale, e nelle vicinanze del centro di Kiev e in tutte le altre grandi città dell’Ucraina, iniziate la notte del 21 novembre.

L’intento principale era manifestare a favore dell’Europa, ma rapidamente l’evento si era trasformato in una protesta e in una rivoluzione anti-governativa. Migliaia di persone, ogni giorno nel corso dei successivi tre mesi, si radunavano nelle piazze e nelle strade chiedendo le dimissioni del presidente Viktor Yanukovich e del suo governo. Le proteste giunsero al culmine a metà febbraio del 2014, con 115 persone uccise e più di 500 ferite. Durante questi tre mesi di manifestazioni e scontri Palinchak ha fotografato Maidan e la vita delle persone che lì si erano stanziate.

Fotografia tratta dalla serie Euromaidan, Mykhaylo Palinchak, 2013-2014.

Goya e il presente

Sia Goya che Palinchak non sono interessati agli scontri, alla guerra di per sé. Nei loro lavori il focus non è tanto quello di demonizzare i nemici né di mostrare l’invasione della propria patria. Ciò che emerge dalle loro opere, ciò che colpisce gli occhi sino a sentirli lucidi, è la rappresentazione dell’umanità distrutta dalla guerra, ma totale.

Un’umanità reietta, ai margini del mondo, uguale (per ricollegarsi all’incisione sopra descritta) a sé stessa, violenta (come nel caso dei due ragazzi ucraini armati o alle torture rappresentate nei quadretti di Goya), ma anche coraggiosa nella sua disperazione (titolo non a caso dell’incisione raffigurante uno stupro).Un’umanità che resiste in qualche maniera, che si aggrappa disperatamente al lembo di sudicia terra rimastagli, ai propri bambini, alle macerie.Un’umanità triste e sofferente, dilaniata dal dolore delle perdite, dagli addii, dalla paura di morire domani o anche tra un’ora, di essere soggetto a quelle stesse violenze che prima ha perpetrato essa stessa.

Così compaiono le impiccagioni dei vinti nel pittore spagnolo e le case devastate nel fotografo ucraino; gli addii e gli espatri; la disperazione che, come specie Palinchak ricorda, non coinvolgono solo l’uomo, ma anche gli animali che con noi abitano.

La guerra è universale; si ripete uguale, con le stesse aberrazioni amplificate a causa delle armi sempre più crudelmente avanzate. Lo dimostra la storia di questi due artisti, accomunati dallo stesso destino e dal medesimo intento. Entrambi allacciati alla sede del potere, non per questo scelgono di voltare le spalle alla verità. La fissano con furia, la immortalano, la tramandano sino ai posteri per poter passare il testimone di tutta questa impotenza, e rabbia, e angoscia. Ci consegnano la vita di migliaia di sconosciuti, morti o feriti nel corpo e nell’anima. Ci ricordano che potrebbe capitare anche a noi, anche a loro. A chiunque. Perché facciamo parte della stessa realtà, nonostante la distanza geografica e temporale. I prossimi potremmo essere noi, pagliono bisbigliarci di nascosto quelle bocche sanguinanti.

I prossimi siamo noi. Potremmo essere loro, adesso. Non dimentichiamolo.

Mykhaylo Palinchak: Exodus (Irpin, Ucraina), 5 marzo 2022
Exodus (Irpin, Ucraina), Palinchak, 5 marzo 2022, Albertina, Vienna.

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