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Gli scontri pre-elettorali in Uganda osservati con la lente del law enforcement

I disordini verificatisi in seguito all’arresto del leader dell’opposizione hanno provocato la reazione delle forze dell’ordine.

Sulla destra, in primo piano, Bobi Wine. Il candidato presidente dell’Uganda competerà con l’uscente Yoweri Museveni il 14 gennaio 2021

L’operato delle forze di polizia di un Paese è regolato dal diritto internazionale, teso a delimitarne i confini entro precisi contesti di applicazione. Gli scontri verificatisi in Uganda possono costituire uno spunto di riflessione a riguardo.

La situazione ugandese in vista delle elezioni

Nonostante non balzino agli onori delle cronache come quelle americane, anche in Uganda, il 14 gennaio 2021, si terranno le elezioni. Il presidente uscente è Yoweri Museveni, in carica dall’ormai lontano 1986, quando prese il potere dopo aver rovesciato l’allora generale Tito Okello. Museveni indisse solamente nel 1996 le prime elezioni democratiche dall’inizio del suo governo, riuscendo sempre a prevalere sui contendenti. Questa volta all’opposizione si presenta un volto giovane, quello del trentottenne cantante Bobi Wine, all’anagrafe Robert Kyagulanyi. Molto popolare tra le fasce più giovani della società locale grazie ai suoi testi che trattano di giustizia sociale, corruzione e altri problemi che tuttora affliggono un paese come l’Uganda, Wine è stato arrestato il 18 novembre con l’accusa di aver violato durante i suoi comizi le norme anti assembramento istituite per combattere la pandemia da Covid-19 in corso. L’arresto ha suscitato la reazione dei sostenitori del candidato presidente, che hanno dato vita a proteste sfociate in disordini e scontri con la polizia non solo nella capitale Kampala ma anche in altre aree del Paese. Si parla per ora di almeno 7 morti e di una cinquantina di feriti, tutti tra le fila dei manifestanti.

A sinistra Yoweri Museveni, 76 anni, leader dell’Uganda dal 1986. La foto lo ritrae durante un incontro con Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush nel 2008

Cos’è il law enforcement e qual è il suo ambito di applicazione nel caso in esame

Una situazione come quella descritta ricade normativamente all’interno del paradigma del law enforcement. Esso racchiude le regole operative valide per i membri di qualsiasi forza di polizia governativa quando agiscono in maniera organizzata al fine di far rispettare la legge con azioni deterrenti, riabilitative o punitive nei confronti di chi commette delle violazioni. Secondo il diritto internazionale ci sono dunque delle precise indicazioni che determinano quando un agente di polizia può esercitare l’uso della forza per mantenere l’ordine. Qualsiasi utilizzo della forza o delle cosiddette armi ‘meno che letali’ (es. gas lacrimogeni, taser, etc.) deve conformarsi al diritto internazionale come espresso nel documento delle Nazioni Unite “Principi di Base sull’Uso della Forza e delle Armi da Fuoco da Parte delle Forze dell’Ordine”, secondo il quale la forza va utilizzata solamente quando ogni altro mezzo per diminuire l’entità delle violazioni si riveli inefficace o inadeguato. Inoltre, è necessario assicurarsi che l’uso della forza sia strettamente proporzionato al pericolo posto all’ordine pubblico da parte dei manifestanti, cercando di ridurre al minimo il rischio di ferite e di rispettare il diritto alla vita e alla salute. L’uso di armi da fuoco da parte della polizia è permesso per autodifesa quando mezzi meno estremi appaiano insufficienti e ciò sia strettamente necessario al fine di proteggere la vita propria o di altri.

Possibili sviluppi

Si può ora riflettere sulla vicenda ugandese cercando di individuare i possibili sviluppi futuri. Secondo quanto riportato dai media, durante i disordini la polizia ha utilizzato lacrimogeni ed è anche ricorsa all’utilizzo delle armi da fuoco per fermare i manifestanti. Quasi certamente le misure messe in campo sono state efficaci, anche alla luce delle dichiarazioni di Fred Enanga, portavoce della polizia, secondo il quale la situazione nella capitale è tornata alla normalità. La questione che rimane aperta riguarda piuttosto la legittimità delle misure stesse, che andrebbe analizzata a fondo cercando di capire se l’uso della forza da parte della polizia sia stato effettivamente proporzionato e conforme alle norme di diritto internazionale. Se pervenissero denunce di violazione di diritti umani presso le Nazioni Unite, l’Uganda potrebbe essere obbligata a indagare – esaminando accuratamente le circostanze che hanno portato alla morte o al ferimento di civili – per assicurare alla comunità internazionale che l’uso della forza sia stato conforme alle norme: se l’esito delle indagini indicasse l’illegittimità delle azioni della polizia, l’Uganda corre il rischio di subire l’accusa di uccisioni non legittime.

 

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