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Gli occhi di Napoli: ecco come Faber e Anna Maria Ortese raccontano la città

Gli occhi di Napoli: ecco come Faber e Anna Maria Ortese raccontano la città

Napoli è una delle città più affascinanti e chiacchierate di tutta l’Italia. In molti l’hanno raccontata e plasmata con le loro parole: oggi vediamo quelle di De André e Anna Maria Ortese!

Napoli Vesuvio Mare - Foto gratis su Pixabay

Fabrizio De André ci ha raccontato molto con le sue canzoni, mettendoci avanti grandi e piccole realtà, spesso abusate, spesso trascurate. A una delle sue canzoni più conosciute Don Raffaè collegheremo un romanzo contemporaneo scritto da Anna Maria Ortese, Il Mare non Bagna Napoli. 

 

 

Cosa ci racconta Don Raffaè?

Nel 1990 Fabrizio De André pubblicò l’album Le Nuvole, suo dodicesimo. Di quest’album -come già detto- ci interessa la terza canzone, Don Raffaè. La canzone, oltre ad essere una della più conosciute, è ricordata anche per essere scritta in napoletano. Tra i crediti anche Massimo Bubola con il quale De André scrisse il testo e la collaborazione di Mauro Pagani per la composizione. 

Molto ritmata e cadenzale fa riferimento ad un personaggio in particolare. Per quanto la canzone sembra far riferimento a Cutolo, possiamo usare per fare chiarezza le parole dello stesso Bubola per La Repubblica: 

“Su Don Raffaè si è creata una vulgata, una sorta di letteratura popolare secondo la quale sarebbe stata ispirata dalla figura di Cutolo e invece non c’entra nulla. Io ho scritto il testo insieme a Fabrizio De André, Mauro Pagani ha scritto con lui solo la musica, oggi il mio amico non c’è più quindi io sono l’unico autore vivente autorizzato a parlare del testo. Cutolo non c’entra, fu dedicata in senso lato a Eduardo De Filippo e ispirata dalla figura di Don Antonio Barracano, il Sindaco del Rione Sanità. Una figura affascinante, una specie di protettore anche dei reietti, diceva una frase che mi aveva colpito molto: “Chi ha i santi in paradiso sa a chi rivolgersi, chi non ce li ha si rivolge a me”. Un personaggio duro ma anche protettivo. E’ lì la chiave della canzone: è il paradosso dello Stato che si rivolge all’anti-Stato”.

Nonostante ciò Cutolo sentì sua la canzone, tanto da scrivere a De André e ancora una volta, riportiamo le parole di Bubola “[…]scrisse a Fabrizio perché voleva che musicassimo alcune sue poesie d’amore. Che gli abbia anche chiesto se nella canzone ci fosse un riferimento a lui a me non risulta”.

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Perché Don Raffaè ha avuto tutto questo successo?

Forse perché grazie al suo ampio respiro e alla sua ironia diventa un po’ il riflesso del nostro stesso Paese? Probabilmente. La canzone infatti si basa su una linea più che satirica e ironica, che diventa importantissima anche all’atto della comprensione del brano in tutta la sua interezza. Forse perché ancora oggi porta avanti scenari più che visti e vissuti? Don Raffaè racconta il mondo con gli occhi di chi lo guarda, di chi lo vive da una certa prospettiva, di chi ha ancora la forza e il sorriso per poterlo fare ridendo.

A proposito tengo ‘nu frate
Che da quindici anni sta disoccupato
Che s’ha fatto cinquanta concorsi
Novanta domande e duecento ricorsi
Voi che date conforto e lavoro
Eminenza, vi bacio, v’imploro
Chillo duorme co’ mamma e con me
Che crema d’Arabia ch’è chisto cafè

E Anna Maria Ortese, come racconta Napoli?

Anna Maria Ortese è una scrittrice italiana contemporanea, vissuta a cavallo del secolo scorso. Il libro cui stiamo facendo riferimento è una raccolta di racconti e  reportage giornalistici, che venne pubblicata per la prima volta nel 1953. La raccolta ottenne nello stesso anno il Premio Speciale Viareggio per la narrativa e se i primi due racconti hanno uno stampo prettamente letterario, i restanti, no. In totale si compone di cinque racconti:

  1. Un paio di occhiali
  2. Interno Familiare
  3. Oro a Forcella
  4. La città involontaria
  5. Il silenzio della ragione

Il ritratto dato da Anna Maria Ortese è molto più crudo rispetto a quello che viene restituito da De André e Bubola. Il racconto è molto più vero, dettagliato, raggrinzito. Si misura con una realtà che nulla ha di ilare e di satirico, racconta così come appaiono odori, fetori, morti e risentimenti. La vita ha un peso e una sua massa, massa che chi abita il racconto trascina con fatica e di cui non può fare a meno di sentire il suo gravare. Allo stesso modo gli spazi e gli ambienti hanno tratti che pur non apparendo nitidi tra il buio e l’impossibilità, si fanno a volte fin troppo marcati, simbolo di una realtà che anche s’è per tratti ignorata, esisteva e esiste.

Le due soluzioni, la canzone e il romanzo, si pongono allora su due piani molto diversi, pur raccontando -per parte- lo stesso piccolo, grande, scorcio di realtà. Un bel modo per indossare due lenti diverse per lo stesso paesaggio.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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