Gli italiani e l’emigrazione, due secoli di viaggi di sola andata

L’emigrazione dovrebbe essere la più grande preoccupazione italiana, siamo un paese che muore e si svuota, specialmente al Sud.

Processione di San Genn
Processione di San Gennaro a Little Italy, New York City, USA.

Dal XIX secolo ad oggi, la storia degli emigranti italiani tra pregiudizi, questioni identitarie e rapporti con la nazione. Il fenomeno che ancora oggi ci riguarda e che tutti sembrano ignorare.

Tutto il Globo

È oramai una missione impossibile non trovare un italiano all’estero, da San Paolo a Pechino ci sarà sempre un italiano che per un motivo o per un altro ha deciso di cambiare completamente aria passando dal cielo tricolore a quello di altre terre. Ancora oggi è facile classificare l’italiano come emigrante per eccellenza, eppure i tempi di Ellis Island sembrano così lontani e le valigie di cartone sono ormai cosa da libri di storia e geografia. Però l’emigrazione, per quanto possa sembrare strano, si evolve, cambia connotati per passare dalla migrazione dei disperati fino alla oramai celeberrima fuga di cervelli. Parafrasando una nota frase su una bellissima città italiana che non cito per evitare successive ripetizioni, nel mondo è facile trovare un pezzo d’Italia, in Italia è facile trovare tutto il mondo, il mondo già, quello che abbiamo conquistato non con fucili, spade e bandiere ma con lacrime, sudore e sangue. Valigie di cartone tenute insieme da un semplice spago, qualche pezzo di pane per il viaggio, un paio di scarpe e tutta la famiglia a seguito, per poi partire in quei viaggi lunghi oceani interi cambiando per fino storia al proprio nome pur di aver riconosciuto lo sforzo di vita e sacrificio che un essere umano dignitosamente chiede alla propria terra. Italiani un popolo di Santi e poeti, è vero, ma anche di emigranti, basti pensare che dal 1800 ad oggi, dalle nostre terre, sono partiti più di 20 milioni di persone che hanno generato 80 milioni di cosiddetti “oriundi” più dell’Italia stessa. Di questi espatriati pochi riconoscono l’Italia come madrepatria, alcuni provano addirittura odio per il paese che li ha costretti a scappare dalla proprie vite e c’è chi invece ha vissuto tutta una vita fingendo di non essersi mai mosso dal proprio paese pur essendo su un altro suolo. Ci sono comunità intere che rispettano ancora le tradizioni italiane come a Little Italy dove il 19 settembre resta il San Gennaro Day. Si sarà sentito dire sicuramente “siamo stati migranti anche noi” quindi non sto a riproporre la tesi ma la do per già appresa dal lettore, il caso di discriminazione nei confronti degli italiani, strano ma vero, non è negli States oppure negli stati europei ma in Argentina, il popolo di italiani che parlano spagnolo, discriminazione volta soprattutto ai napoletani…i cosiddetti Tanos.

Migranti ad Ellis Island

Il pregiudizio

Purtroppo l’italiano nel mondo non è riconosciuto soltanto per il lavoro e per la mole di cultura e tradizioni che si porta dietro ma anche per l’essere un criminale senza scrupoli ovviamente affiliato alla mafia, gli esempi non mancano, c’è il caso di Sacco e Vanzetti, due onesti bottegai italiani che negli Stati Uniti trovarono la morte dopo un processo viziato dal giudizio della magistratura che li riteneva colpevoli anche per il solo fatto di essere italiani. Inutile citare la pellicola de “Il Padrino”, capolavoro assoluto, è vero ma l’impatto che ha avuto sulla gente comune è stato quello di aumentare ancora di più il pregiudizio sugli italiani, e in questo caso sui siciliani e se prima eravamo conosciuti per pizza, pasta e mandolino, dopo il film non siamo diventati altro che pizza, mafia e mandolino, ovviamente non dimentichiamo al Capone. In Argentina la faccenda è più complicata, l’immigrazione italiana in Argentina ha toccato numeri impressionanti, tanto da consegnare il titolo di seconda Italia al paese del tango, paese che ha rinnegato fortemente gli italiani all’inizio, in particolare il pregiudizio popolare cadeva sui napoletani, i cosiddetti “napolitanos”, da qui il termine che contraddistingue tutti gli italiani in Argentina, Tanos. I Tanos venivano classificati come criminali, ladri senza la minima propensione al lavoro e alla civiltà. Ovviamente il tempo ha dato ragione ai milioni di emigranti che in Argentina hanno fondato interi quartieri dal sapore tricolore, la metà dei cognomi è di origine italiana, basta guardare la nazionale di calcio (Messi, Lavezzi, Mascherano, Cambiasso, Maradona, Buffarini ecc…) e poi il Club sportivo più famoso del Sud America, il Boca Junior, fondato da genovesi, tanto che ancora oggi i sostenitori del club vengono chiamati “xeneizes” per l’appunto genovesi. E infine il primo cavo sottomarino per la comunicazione dei telegrafi fu creato dall’antenata della Tim da Buenòs Aires a Roma. Ma le storie di italiani sono fatte anche di lavoratori mossi solo dal bisogno di portare avanti la famiglia, è il caso di Marcinelle, in Belgio, lo stato italiano, con un contratto internazionale, mandò in Belgio lavoratori per risolvere il problema della mancanza di lavoratori in quest’ultimo, la maggior parte di questi italiani partì lasciando la famiglia in Italia con la speranza di tornare, purtroppo, chi lavorò nella miniera di Marcinelle non fece più ritorno, a seguito di un incendio crollò la struttura sotterranea della miniera, fu una strage e per la maggior parte erano italiani. I figli di questi minatori sono rimasti lì e spulciando tra le loro vite con qualche intervista di può trovare chi si sente italiano ma non saprebbe tornare dato che ormai il suo paese è un altro e chi si sente più belga che italiano, c’è perfino chi riserva parole di disprezzo perché in Belgio ha trovato una vita nettamente migliore. Il problema degli emigranti, e questo non solo per gli italiani, è che non ci sente nessuno, ci si sente vuoti, né figli della propria terra né figli di quella dove si vive tuttora, ci si sente rinnegati da entrambe, si perde l’identità e si finisce per non stare bene più in nessun luogo perché si prova nostalgia sia per una terra che per l’altra. Lacreme Napulitane cantava Mario Merola, ed aveva ragione perché ce ne è costate di lacrime l’america a noi che rimpiangiamo il cielo della nostra madrepatria per un pezzo di pane più amaro del veleno.

Oggi, terra di nessuno

Oggi il problema dell’immigrazione italiana resta più che vivo, la statistica mette paura, una media di 66 ragazzi, dai 18 anni ai 30, partono ogni giorno dall’Italia, di questi la maggior parte sono meridionali, costretti a prendere le valigie come i propri padri per trovare una dignità che questo stato non concede, oggi si chiama fuga di cervelli e ciò rende la cosa ancora più grave perché se prima era la gente comune a partire, adesso sono gli accademici a lasciare questo territorio, coloro che dovrebbero risollevare questo paese con innovazioni e tecnologie. Come se non bastasse ci sono intere regioni come la Calabria, la Basilicata e il Molise che si stanno letteralmente svuotando, ci sono sempre più paesi che rimangono deserti e aggiunta questa situazione al fatto che in queste regioni mancano i mezzi, le industrie, le imprese, le infrastrutture dà una forte idea che lo stato italiano se ne freghi altamente di un Sud che sta pagando ancora le spese dell’Unità, e se togliete anche i giovani, sarà impossibile rialzarsi. La famosa questione meridionale non si risolverà mai se a questa terra, che ormai è di nessuno, vengono soltanto tolte risorse e mai erogate. Non togliete l’identità ai ragazzi, perché la terra è già stata tolta, insieme alla dignità.

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