Il sacrificio spartano e il seppuku giapponese: morire sì, ma con onore

Per guerrieri come spartani e samurai, la morte era considerata coronamento emblematico della vita e non semplice fine di essa.

La battaglia delle Termopili, Thinglink

Partendo dagli iconici e mitici 300 ellenici fino ad arrivare ai 47 lealissimi d’Oriente, si proveranno a riassumere in poche righe le loro immense gesta, grazie alle quali hanno sconfinato le barriere del tempo e dello spazio, divenendo indimenticati.

La battaglia delle Termopili: mito e storia

Spartani! Preparate la colazione e mangiate tanto, perché stasera ceneremo nell’Ade!” Questo l’ammonimento, tratto dal film: “300”, del capo spartano Leonida I ai suoi commilitoni. Oggi, infatti, parleremo di trecento soldati entrati di diritto nel novero degli eroi, rappresentando un exemplum di audacia e irriducibile tenacia dall’antichità sino ad oggi. Se sindacare sul loro coraggio è indubbiamente irrispettoso, precisare alcuni dati storici e bellici è forse condivisibile. Siamo in guerra: le poleis greche, comandate dal re lacedemone Leonida I, affrontano l’invasione dell’esercito persiano di Serse I in terra ellenica. E’ il 480 a.C. Il re persiano nutre grande risentimento poiché, solo dieci anni prima, gli ateniesi aveva sgominato le sue truppe nella gloriosa battaglia di Maratona, neutralizzando così il suo primo tentativo di invasione. Deciso nel voler riscattare la sonora sconfitta, Serse I organizza un esercito dalle proporzioni titaniche: circa 150000 uomini e una sterminata flotta navale. L’abilità strategica greca deve quindi fare i conti con un nemico eccezionale. Non potendo affrontarlo in campo aperto, viene congeniato un doppio piano di rallentamento da attuarsi al passo delle Termopili, via terra, e presso la località di Capo Artemisio, via mare. Mentre infuria lo scontro navale, Leonida e i suoi 300 tentano di bloccare la fiumana persiana nel mezzo dello stretto passaggio. Ora è il momento della domanda fatidica: erano realmente solo 300? Ahimè, no! E’ giunto il momento di sfatare il mito poiché, secondo le fonti storiche, si trattava di circa 1500 unità, data anche la presenza di soldati di altre poleis greche e non solo spartani. Doveroso da sottolineare ma non così determinante ai fini della battaglia: nonostante un’eroica resistenza di tre furenti giorni, il drappello guidato da Leonida capitolerà definitivamente sotto gli innumerevoli dardi dei persiani, che successivamente avanzeranno verso Nord. Nel frattempo, la flotta continua a subire ingenti perdite e si decide dunque per la ritirata verso Salamina. Il sacrificio però non sarà vano: riorganizzata la potenza navale, i greci sferreranno un’offensiva micidiale che manderà al tappeto i nemici a Salamina, una prima volta, e l’anno successivo presso Platea, definitivamente. Piccola postilla: già dopo Salamina Serse se ne era ritornato a casa con buona parte della flotta, preoccupato di rimanere intrappolato in Grecia, lasciando i restanti sotto la guida del generale Mardonio. L’alleanza greca ne esce vittoriosa grazie anche a quel manipolo di irriducibili, ben consapevoli di andare incontro a morte certa ma inamovibili nel voler salvare la patria fino all’ultimo colpo di spada. Un sacrificio vero, esemplare, inciso a lettere maiuscole nell’immensa storia dell’uomo: “Una morte onorata è vita eterna” e fino a quando sarà viva la memoria vivranno anche loro, i  “300 delle Termopili”, in eterno.

Gerard Butler interpreta Leonida I in “300”, quotesgram

Eroi dal “Paese del Sol Levante”

Altrettanto degna d’essere ricordata è la vicenda che vede protagonisti 47 samurai decaduti, i “ronin”, raccontata nel film a loro tributato: “47 ronin”. Ma andiamo con ordine. Chi è un samurai? Un samurai è un soldato appartenente alla casta militare, e poi anche aristocratica, dei guerrieri. Vitale per un samurai è il rispetto del bushido, codice di condotta morale e di disciplina militare articolato in sette principi fondamentali, ai quali non è concessa alcuna eccezione: Onestà e Giustizia, Eroico Coraggio, Compassione, Gentile Cortesia, Completa Sincerità, Onore, Dovere e Lealtà. Per un ligio guerriero bushi, la morte è forse il momento più significante: egli riconosce nella morte in battaglia l’unica via onorevole per abbandonare questo mondo e non contempla affatto la possibilità una dipartita irrispettosa del bushido. Il samurai può infatti decidere per il rituale suicida del seppuku, che viene eseguito per espiarsi da una colpa commessa, sfuggire dalle mani dei nemici oppure come condanna a morte senza disonore. Con un onorevole e fedelissimo seppuku si concluderà la gloriosa storia dei 47 ronin, raccontata nell’omonima pellicola cinematografica edita nel 2013. Tutta la vicenda ha inizio quando il loro daimyo(padrone) Asano Naganori è costretto a togliersi la vita, in seguito al tentato omicidio di Lord Kira, funzionario imperiale dello shogun, massima autorità militare giapponese. Un comportamento tanto oltraggioso non può appartenere affatto ad un padrone irreprensibile come Asano il quale infatti, come si vede nel film, viene stregato dai poteri di una strega in combutta con lo stesso Lord Kira. Dopo la morte del loro daimyo, i 47 samurai diventano appunto ronin, “decaduti”. Consapevoli però dell’inganno ordito, decidono di vendicarlo uccidendo l’infido Kira. Avendo perso in precedenza tutti i diritti di cui godevano nello status di guerrieri, vengono condannati a morte in quanto semplici omicidi: destinati oramai alla pena capitale, sarà solo l’intervento diretto dello shogun a concedere loro la possibilità del seppuku, possibilità accettata senza alcuna riserva. Molto suggestiva è la rappresentazione filmica della scena. I samurai, preparatisi per il rituale indossando tutti tonache bianche, si infliggono una ferita profonda nell’addome con il tanto, pugnale dedito al rito. Il cerchio quindi si chiude: il padrone è stato vendicato e la morte è stata onorevole.

Il seppuku di Asano, WordPress

Un valore condiviso

Rileggendo queste antiche storie, ci si potrebbe chiedere quanto di questo traboccare di valori e virtù sia sopravvissuto oggi. Che la risposta sia positiva o negativa, al di là dell’evidente eroismo e coraggio è giusto sottolineare un altro aspetto condiviso da entrambi  questi due tipi di guerriero: la coerenza. Come in vita, così in morte, senza indietreggiare nemmeno di fronte alla certezza assoluta di andare incontro all’ultima battaglia della propria esistenza o dandosi volontariamente la morte, come supremo atto di nobilitazione della vita stessa.

Il seppuku dei 47 ronin, Youtube

 

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