Pier Paolo Pasolini, nella sua storica critica al consumismo, individuava una netta differenza tra il proprio prodotto, ossia l’opera letteraria, e quello industriale. L’arte, la poesia, sono prodotti inconsumabili e per questo sfuggono alle logiche consumiste. Potrà morire l’autore, l’editore, la nostra società tutta e il capitalismo, ma l’opera creata rimarrà inconsumata e per questo viva, libera dai vincoli del consumismo. O questo era quello che immaginava Pasolini, ben lungi dall’avvento degli harmony, il prodotto letterario omologato e industriale per eccellenza.

Harmony: libri trash prodotti in serie

Per capire bene cosa siano queste lapidi gettate sul mondo della letteratura, ossia gli harmony, iniziamo dalla fantastica coniatura del nome. Il nome harmony deriva dall’originalissima crasi tra i nomi delle due case editrici Harlequin e Mondadori, autrici della collana.

harmony
Pier Paolo Pasolini, poeta, regista e intellettuale italiano, sosteneva che l’arte fosse l’unico prodotto sottratto al consumismo

Gli harmony, comparsi per la prima volta nel 1981, fanno capo ad una precisa constatazione di mercato: i libri rosa vendono più di ogni altro. Gli harmony sono infatti romanzi d’amore, caratterizzati da trame precise e lineari, con accenni più o meno marcati di erotismo, ma mai pornografici.

Non parliamo però, nel caso degli harmony, di semplici romanzi rosa, ma di un prodotto preciso e codificato. Sono infatti testi connotati da alcuni elementi narratologici fissi (protagonista femminile, uomini avvenenti comparsi per caso nella vita della protagonista, trama rigorosamente a lieto fine), con una trama praticamente sempre uguale e scritti con un linguaggio il più vicino possibile al lettore. La scrittura è piana, lineare, trasandata, quasi approssimativa. Gli elementi di creatività sono rilegati al semplice sfondo in cui la storia prende luogo, perché l’intreccio è standardizzato. La copertina stessa risponde ad una costante estetica, che li rende riconoscibili agli affezionati lettori ed evitabili al resto delle persone alfabetizzate.

harmony
Alcuni titoli della collana harmony. Come si può notare, il motivo di copertina è sostanzialmente sempre uguale

L’harmony come prodotto di consumo

L’harmony è un prodotto industriale a tutti gli effetti, come del resto è confermato dai numeri della sua produzione: più di 50 titoli vengono pubblicati ogni mese e nello stesso periodo vengono vendute circa cinquecentomila copie. Cinquecentomila. Del resto anche il canale di distribuzione è differente rispetto a quello dei libri convenzionali. Gli harmony si trovano esclusivamente in edicola. Chiederli in libreria equivale a creare imbarazzo e disgusto con commessi e clientela.

Al servizio di questa industria del trash, troviamo dei veri e propri operai, ben lontani dall’idea di autore. I nomi di questi addetti ai lavori non sono solitamente nemmeno menzionati o sono sostituiti da degli pseudonimi femminili angloamericani, che probabilmente esercitano un certo fascino sui possibili lettori. L’autore, ridotto a ingranaggio operativo, produttore di testi in serie, giustamente ha vergogna nell’accostare il proprio nome a prodotti di questo calibro. Il valore stesso del libro-prodotto è da produzione industriale: tre euro, prezzo fisso di copertina, in grado di allettare maggiormente il possibile acquirente, anche occasionale.

harmony
La produzione di arte a misura del consumatore è l’approdo definitivo dell’arte al consumismo

Il testo come prodotto di consumo

Nonostante le speranze nutrite da Pasolini sull’intaccabilità della letteratura alle dinamiche del consumismo, ci troviamo davanti ad un fenomeno nuovo e in un certo senso drammatico. L’opera letteraria è diventata anch’essa un bene di consumo. Il libro, letto con voracità, viene rapidamente gettato e dimenticato, per passare al prossimo, in grado di sollecitare la stessa voglia di edonismo intellettuale del precedente. Spesso gli harmony sono inoltre letti in formato non cartaceo, ma e-book, rendendo oggetto di questo frenetico meccanismo il testo in sé per sé, come entità quasi astratta, nemmeno incarnatasi nel libro-oggetto. Il testo è scritto su misura per le esigenze di un lettore inesperto e disinteressato, che legge il proprio harmony come leggerebbe l’ultimo gossip su Cioè. All’autore è sottratta qualsiasi abilità creatività: la trama, come la biografia dell’autrice stessa (o dell’autore con pseudonimo), potrebbe essere tranquillamente elaborata da un algoritmo.

Il fatto che questi libri non possiedano alcun riconoscimento di dignità letteraria, neppure dai lettori di fanfiction, non deve però farci tirare alcun respiro di sollievo. Il rischio è che le logiche del guadagnano penalizzino sempre di più opere più complesse ed esteticamente rilevanti, favorendo la letteratura del consumo, come del resto già inizia a verificarsi nella musica. La verità è che spetta a case editrici e case discografiche dirigere la produzione artistica consapevolmente. Esse non stanno infatti determinando solo l’arricchimento della propria azienda, ma quel che della nostra epoca verrà ricordato e considerato in futuro.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: