Il Superuovo

Gli autori latini Ovidio e Catullo ci narrano l’affascinante origine mitica di 5 costellazioni

Gli autori latini Ovidio e Catullo ci narrano l’affascinante origine mitica di 5 costellazioni

Le stelle hanno sempre suscitato un fascino irresistibile in tutti coloro che dal principio del mondo hanno rivolto gli occhi alla volta celeste. In esse l’uomo ha sempre colto la promessa di un altrove, di qualcosa che fa sognare, che suscita emozioni e che racconta storie. Attraverso i secoli si è fantasticato sul passato di quelle entità eterne e distanti, tramandando arcani racconti sulla loro precedente natura.

 

“Catasterismo” è una parola che deriva dal greco e letteralmente significa “colloco tra le stelle”. Designa il processo per cui personaggi del mito, eroi storici o anche oggetti vengono trasformati in astri o costellazioni. La mitologia greca e romana riporta numerose di queste trasformazioni. Spesso per una stessa costellazione ci sono anche diverse leggende riguardo la sua origine. Molti autori sia greci che latini parlano di questi fenomeni nelle loro opere e, fra questi, Ovidio nelle sue “Metamorfosi” riporta tantissime storie dei personaggi che il dire comune ha mutato in costellazioni.

1.L’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore

Nel secondo libro delle “Metamorfosi” l’autore espone la vicenda struggente della ninfa Callisto, vergine devota alla dea della caccia Diana. Giove la vide fra i monti boscosi dell’Arcadia e se ne innamorò. Il padre degli dei assunse le sembianze di Diana per ingannare la fanciulla e sedurla, riuscendo con la forza ad ottenere l’appagamento del suo desiderio. Passati circa nove mesi, la dea, circondata dalle ancelle, espresse la volontà di fare il bagno, in seguito ad una battuta di caccia. Callisto temporeggiava a spogliarsi e le altre vergini le sfilarono la veste scoprendo così la sua gravidanza.Bandita dal seguito delle caste cacciatrici, la donna partorì infine un bambino, Arcade, suscitando l’ira dell’oltraggiata regina degli dei, Giunone, che si avventò su di lei trasformandola in un’orsa. Le tolse l’avvenenza e anche la parola gettandola così nella disperazione totale. Dopo quasi quindici anni, Arcade durante la caccia s’imbatté nell’orsa, ignaro si trattasse della madre e, poco prima che l’uccidesse, l’Onnipotente impietosito li tramutò entrambi in due costellazioni vicine. Giunone, infuriata nel vedere la rivale splendere nel firmamento, chiese agli dei del mare che queste costellazioni non tramontassero mai sotto l’orizzonte. Per questo l’Orsa Maggiore (Callisto) e l’Orsa Minore (Arcade) sono sempre visibili in cielo.

2.L’Acquario e l’Aquila

È sempre Ovidio, nel decimo libro delle “Metamorfosi”, che scrive del rapimento del giovane troiano Ganimede. Giove s’innamorò infatti di questo ragazzo bellissimo e si trasformò in aquila, il volatile più nobile, in grado di portare i fulmini, e lo rapì. Lo portò fra le dimore celesti rendendolo il suo amante e lo fece diventare il coppiere degli dei. Questa relazione divenne il modello dell’amore efebico, non solo di natura fisica ma principalmente spirituale.

Detto fatto: battendo l’aria con false penne, rapì il giovinetto della stirpe di Ilo, che tuttora gli riempie i calici e gli serve il nèttare, con rabbia di Giunone. (traduzione di Piero Bernardini Marzolla)

Così la costellazione dell’Aquila ricorda appunto la metamorfosi del dio. La vicina costellazione dell’Acquario è invece identificata con il ragazzo frigio dalle credenze comuni. Nelle carte celesti era rappresentato come un giovane che versa acqua da una brocca, secondo i “Fasti” di Ovidio, acqua e nettare, bevanda dei numi.

“Ratto di Ganimede” di Correggio

3.La Chioma di Berenice

Della Chioma di Berenice ne parla invece Catullo, appartenente alla cerchia dei poetae novi ispirati dalla cultura greca di età alessandrina. Nel carme 66 del suo “Liber” egli omaggia Callimaco, celebre poeta ellenistico, offrendo la traduzione in latino di un suo componimento. Si tratta dell’elegia dedicata alla vicenda della regina Berenice, moglie del re d’Egitto Tolomeo III Evèrgete. In questi versi è la chioma recisa della regina a narrare con pàthos appassionato dell’amore travolgente e potente della sovrana, in grado di commuovere le divinità. Alla partenza del marito per la guerra contro la Siria la donna, timorosa di perdere l’amato, offrì alla dea Afrodite una ciocca dei suoi capelli chiedendo in cambio che l’uomo potesse ritornare sano e salvo a casa, al termine delle battaglie. I capelli votivi sparirono e fu l’astronomo di corte, Conone, che li ritrovò nel cielo, convertiti in una costellazione, prova che la dea aveva garantito il favore concedendo lieto fine ai patimenti della coppia.

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