È eterno il sentimento di impotenza e inadeguatezza che nutre l’individuo nei confronti della Natura. In un passato antico, che disperde le proprie radici nella notte dei tempi e solo parzialmente ricostruibile, la magia rappresentava per l’uomo l’unico mezzo possibile di piegare gli incomprensibili fenomeni naturali alla propria volontà e al proprio potere. Essa si serviva di sortilegi e rituali che avevano lo scopo di controllare le forze arcane in azione sulla Terra e che dovevano essere recitati ed eseguiti con precisione estrema: un solo gesto o una sola parola errati avrebbero potuto scatenare la vendetta di spiriti occulti. Mentre la magia si poneva, quindi, il fine di sottomettere la Natura al proprio dominio, al contrario le più moderne forme di preghiera, ad esempio nel caso della religione cattolica, si pongono come obiettivo quello di instaurare un dialogo con la sfera Divina, della quale cercano il conforto e la presenza. Ciò nonostante le forme primitive della preghiera erano profondamente legate agli aspetti più caratteristici della magia: cercavano di eludere i fenomeni catastrofici della natura chiedendo, però, l’intervento di una o più Divinità e tentando di sottometterne la potenza al proprio volere per mezzo di sacrifici e doni. La parola e l’offerta costituivano, dunque, la fonte di mediazione tra l’individuo e il Dio del quale si richiedevano la benevolenza e la protezione.

La natura della preghiera antica

La preghiera antica, in sostanza, si configurava come un vero e proprio “do ut des”. Risulta evidente dalla lettura dei testi di primitive suppliche il senso di angoscia e ossequioso terrore dell’uomo verso le (presunte) entità sovrumane, emblematizzata dall’attenzione maniacale per ogni dettaglio, dalla ripetizione ossessiva di termini in apparenza sinonimici, dalla presenza di formule di maledizione o con funzione apotropaica. Tuttavia molti aspetti dei culti più arcaici permangono tutt’ora praticamente immutati, dopo aver attraversato indenni l’evoluzione delle società e delle religioni. Indipendentemente dal proprio credo, chiunque si sia trovato a pregare è stato colto almeno dalla tentazione di pronunciare formule di richiesta o di fare piccoli voti (del tipo “se succede questo, non farò più quello”). Generalmente i teologi attribuiscono questa tendenza della spiritualità ad ignoranza o incapacità di instaurare correttamente un dialogo con il proprio Dio: in realtà, come testimonia l’origine stessa della preghiera, si tratta di un istinto ancestrale e primordiale dell’uomo che spera di poter in qualche modo controllare il corso degli eventi appellandosi ad un’entità superiore.

Il carmen lustrale: la preghiera a “Mars Pater”

 “O padre Marte/ ti prego e scongiuro,/perché tu sia favorevole e propizio/ a me alla casa e alla nostra famiglia./E per questa grazia/intorno al mio campo, alla mia terra e al mio fondo/un porco, un montone e un toro ho fatto condurre/perché tu i mali visibili e invisibili/la sciagura e la devastazione/la calamità e le intemperie/impedisca, scacci e allontani,/e perché le messi, il grano,/i vigneti e i virgulti,/tu li lasci crescere bene e svilupparsi,/e i pastori e le greggi/li conservi sani e salvi,/e buona salute e prosperità tu dia/a me, alla mia casa e alla mia famiglia:/dunque, per queste cose,/per purificare il/fondo, la terra e il mio campo,/per ottenere la purificazione,/come ho detto,/sii onorato con il sacrificio/di questo porco, di questo montone e di questo toro ancora da latte“.

La preghiera a “Mars Pater”, tramandata nel De Agricoltura di Marco Porcio Catone, è di origine antichissima come testimoniano i numerosi elementi linguistici arcaici e distanti dal latino classico. Secondo John Scheid, uno dei massimi interpreti della religione latina, si tratta di un carmen lustrale parte di un rito di protezione del terreno: a dispetto del termine “lustratio”, che in latino indica la “purificazione”, tale preghiera si propone di chiedere al Dio Marte di difendere i campi del Pater Familias da eventi catastrofici. Ciò risulta chiaro non solo dalle parole stesse presenti all’interno del testo, ma anche dalle modalità di svolgimento del rituale. Attorno al campo, per indicare al Dio i confini del territorio da proteggere, vengono condotti in una sorta di processione tre animali menzionati con il termine collettivo di “suovetaurilia”: un maiale (sus), sacro a Cerere e simbolo della classe contadina; un’ariete o montone (ovis), emblema della classe guerriera; e un toro (taurus), animale sacro a Giove e simbolo della classe sacerdotale. La scelta degli animali è, quindi, tutt’altro che casuale, e il loro sacrificio emblematizza la sottomissione dell’intera società alla protezione di Marte. Gli aspetti profondamente ritualistici e magici che pervadono questa preghiera non riguardano soltanto la scelta delle vittime sacrificali, ma emergono anche dalla semplice lettura del testo della preghiera, ricco di ripetizioni, di termini apparentemente sinonimici e di formule fisse, e di quello relativo alle istruzioni per svolgere il sacrificio, che mostra un’attenzione meticolosa nel compiacere Marte prescrivendo di ripetere più volte l’immolazione (immolatio) se questa si mostrasse insufficiente o poco gradita. “Te precor quaesoque” (“Ti prego e ti scongiuro”): i verbi precor e quaeso (frequentativo di quaero) sembrano sinonimi; in realtà il primo significa “chiedere con una preghiera” e dunque la parola rappresenta l’unica mediazione tra l’individuo e il Dio, mentre il secondo significa “chiedere attraverso un mezzo materiale”, in questo caso, appunto, il sacrificio. “Agrum terram fundum(que)” (“il campo, il terreno, il podere”): anche questi tre termini, che si ripetono in sequenza per tutta la preghiera (insieme a “mihi, domo, familiaeque”), sembrano apparentemente uguali tra loro, ma il fundum indicava la fattoria, la terra il terreno della fattoria e l’ager il campo da coltivare. La presenza di parole differenti tra loro per una leggera sfumatura di significato e l’uso di ripetizioni insistenti rispondeva all’esigenza di formulare una richiesta ben precisa, che non poteva assolutamente tralasciare alcun dettaglio. Analogo discorso anche per la sequenza dei tre verbi “prohibessis, defendas, averrunces”. “Visos invisosque” (“visibili e invisibili”) testimonia l’arcaicità del testo: si tratta di una formula fissa di origine antichissima che si è mantenuta stabile nei secoli (compare addirittura, con una minima variazione, nel Credo cattolico: “visibílium ómnium et invisibilium”). La preghiera è redatta nella forma del carmen (“prosa ritmica”) preletterario, come mostrano alcune caratteristiche formali: il testo è suddiviso in cola (“elementi ritmici”) a loro volta frazionati in due o tre membri (dicolon e tricolon), ed è ricco di allitterazioni, figura di suono costitutiva del carmen e che lega, generalmente, soltanto gli elementi di uno stesso verso (visos invisosque, viduertatem vastitudinemque, fruges frumenta, vineta virgultaque, salva servassis ecc…). Anche l’impaginazione tramite cui essa viene trascritta nel De Agricoltura da Catone risulta differente rispetto al resto dell’opera, fatto che vuole evidenziare la diversa natura della comunicazione spirituale rispetto a quella quotidiana. Ma siamo certi che tali caratteristiche ricorrono solo nelle preghiere più antiche? Per rispondere a questa domanda è sufficiente leggere il testo di una celebre preghiera cattolica, il “Pater Noster”.

Pater noster, qui es in cælis:
sanctificétur Nomen Tuum:
advéniat Regnum Tuum:
fiat volúntas Tua,
sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum
cotidiánum da nobis hódie,
et dimítte nobis débita nostra,
sicut et nos
dimíttimus debitóribus nostris.
et ne nos indúcas in tentatiónem;
sed líbera nos a Malo.  

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