Il Superuovo

Gli anni 70: osserviamo i sogni infranti dei “vagabondi” e il loro rapporto con Dio

Gli anni 70: osserviamo i sogni infranti dei “vagabondi” e il loro rapporto con Dio

Il contesto storico e politico, che ha privato i ragazzi dei loro sogni, provoca forti squilibri e rivolte studentesche nella società del secondo dopoguerra.

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In un mondo senza futuro i giovani “vagabondi”, come li descrivono i Nomadi, trovano conforto nella ribellione e nell’altissimo. Qual è il nesso tra questi due mondi paralleli? L’aggressione è la manifestazione della rabbia per il futuro che vi è stato negato a causa dei tanti errori politici commessi in passato. Il rifugio, che essi trovano in questa identità superiore, è un grido di speranza, un desiderio di una guida che li conduca sulla retta via.

Dal compromesso storico alla guerra del Kippur

Gli anni 70 sono gli anni che noi, generazione Z, conosciamo come l’epoca dei nostri genitori, anni di feste, concerti indimenticabili e rivolte studentesche. Un decennio in cui di giorno si ascoltava la radio nelle nuove Fiat cinquecento e di notte si andava al Drive in. Un’era simbolo di creatività in cui l’icona giovanile era rappresentata da giacca di pelle e brillantina. Di questi anni ricordiamo Tony Manero e le sue imbattibili sfide di ballo, le prime televisioni a colori, e certamente non si può dimenticare il drammatico scioglimento dei Beatles. Non meno importane fu la nascita dei Queen che, con la loro maestosità, aprirono le porte alla scena musicale internazionale.

Per come l’abbiamo descritta, l’atmosfera sembrerebbe delle migliori, ma era veramente così? Possiamo dire che “non è tutto oro quello che luccica”, o meglio, potremmo dire che le circostanze socioeconomiche erano pessime. Da manuale ricordiamo tutti che la Seconda Guerra Mondiale si concluse con gli accordi di Bretton Woods, i quali prevedevano la nascita del Fondo monetario internazionale e la creazione della Banca internazionale, ideati per una ricostruzione postbellica. L’Europa era impegnata nella ricostruzione, e in quegli anni, sorsero importanti organizzazioni: nacque la CECA, la CEE, e diversi fattori portano poi alla nascita dell’Unione Europa nel 1993. Nel medesimo tempo Berlino era impegnata nella costruzione del Muro, che la terrà divisa per parecchi anni. Per quanto riguarda l’Italia, nonostante gli scheletri della Seconda Guerra Mondiale, nel paese si stava consumando il boom economico. Con grande stupore nel 1971, quando tutto sembrava andare per il meglio, Nixon mise fine al sistema monetario. Essendo stato un componente di fondamentale importanza per la ripresa italiana, il paese si preparava a subire pesanti conseguenze. Ad accompagnare il già compresso momento fu la crisi energetica del 1973. L’accaduto coinvolse i paesi dell’OPEC e il risultato fu non solo l’inflazione in tutta l’Europa, ma anche la fine degli scambi commerciali in occidente. Decisivo fu il ’75 dove l’Italia, dopo aver subito diversi colpi, crolla in recessione, dopo anni di crescita. La scintilla che fece traboccare il vaso, in Italia, fu il compresso storico, ideato dai politici Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, rispettivamente appartenenti alla Democrazia Cristiana e al Partito Comunista. Anche se il progetto prosperava in un tratto iniziale, rimase incompiuto.

Il rischio che incombeva sui giovani era elevato.

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I nomadi e i ragazzi di quartiere

I nomadi sono un gruppo musicale prettamente italiano, fondato nel ’63 e celebre soprattutto per i testi delle canzoni. I nomadi, il quale nome fa intendere il concetto di “senza residenza fissa”, hanno sempre cercato di trasmettere e denunciare fatti sociali, senza mai troppo polemizzare. La canzone più celebre è Io vagabondo. Scritta nel 1972, calza a pennello con il periodo storico che si stava vivendo. La canzone non è solo un inno alla libertà, ma suscita anche il rammarico e la delusione della generazione di allora, conosciuta come generazione X. Il testo è rivolto ai giovani dello scorso secolo, ma richiama un tema alquanto attuale: il cambiamento. La libertà, cantata da Augusto Daolio, non parla solo del coraggio di staccarsi dal nido familiare, ma è un urlo, un avviso per tutti coloro che sono stanchi di vivere in una società che non offre opportunità. È quasi come se la canzone dicesse, in un contesto di crisi politiche ed economiche, “non vivere in un futuro che non hai creato tu”. Come già detto in precedenza, il brano della canzone viaggia nel tempo, incontrando costumi, modi e abitudini diverse, ma portando con sé un messaggio di verità, che si adatta ad ogni secolo. Le difficoltà economiche del passato sono a noi note, ma le difficoltà del nostro secolo non sono del tutto esplicite. Difatti, guardando la situazione da un altro punto di vista, si può dire che il “problema”, a parte la già nota crisi economica, è di tipo ambientale. Verità certa, ma scomoda, è la provenienza del Covid-19; si pensa che il virus si sia manifestato per cause pressoché ambientali.

Il secondo messaggio importante che la canzone racchiude è la paura di diventare grandi. La metamorfosi da bambino ad adulto è un cambiamento che tutti noi attendiamo con impazienza, ma nel quale, una volta entrati, ne vorremmo uscire.  Purtroppo, si può andare avanti ma non si può tornare indietro. Come dice infatti la canzone:

Ma un bimbo che ne sa,
Sempre azzurra non può essere l’età,

I nomadi sono in tutto e per tutto vagabondi, in quanto sono sempre in tour, come se non avessero dimora fissa. Nelle svariate volte in cui abbiamo cantato questa canzone, ci siamo sentiti più vicini all’isola di Edoardo Bennato, sperduto, tra le nuvole, senza tempo e senza età, al sicuro nel nostro rifugio posto al di fuori dal mondo… proprio come Peter Pan.

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Le virtù teologali e Dio come ancora di salvezza

Le tre virtù teologali, fede, speranza e carità, sono il cuore della vita cristiana. Esse mettono l’uomo in comunione con Dio e ne fanno il testimone qui sulla terra. La mancanza di speranza può dar adito alla disperazione o all’indifferenza. Parliamo dunque di comunicazione. L’uomo nel corso della sua vita ha sempre cercato di mettersi in contatto con Dio forse per un’esigenza di verità, di felicità o semplicemente per curiosità. Nella vastità in cui viviamo, non tutti reagiamo allo stesso modo: c’è chi si affida, chi crede e chi non crede o addirittura nega. Ciò che accade in ogni singolo essere umano poco importa. Siamo tanti, e di conseguenza sono tanti gli atteggiamenti che si manifestano di fronte a tali trascendenze. Il dilemma è se questo rapporto è unico, diretto e intoccabile. Il corpo è dato dai nostri genitori e l’anima, che non deriva dalla biologia del padre e della madre è infusa direttamente da Dio? Oppure siamo solo il frutto di un’evoluzione? La teologia suppone che il vero fondamento della libertà sia la mia dipendenza da Dio. Gran parte della popolazione mondiale crede, al contrario, che l’uomo dipende dai fattori biologici ed è in continuazione schiavo.

Cosa è vero e cosa è falso?

Ciò che conta è che il mistero di questa risposta ha tenuto in vita una generazione. Poco importa se effettivamente la verità era dietro l’angolo oppure no, la presenza trascendente ed onnipotente occupava le menti di giovani abbandonati a un futuro che futuro poi non era. Nella più estrema disperazione e tristezza, contagiati anche dalle negatività della guerra, gli “sfollati” si sono rifugiati in questo infinito. Furono anni in cui non si sapeva più di chi fidarsi, anni in cui i giovani erano corpi che giravano per le città senza una meta, persi, senza obiettivi, colmi di rabbia, ma spaventati dalla propria ombra. Nell’incertezza, insieme alla fede, emerse la rabbia e la grinta per un futuro rubato e compromesso. Ciò che esprime meglio lo stato d’animo dell’epoca, senza troppi giri di parole, è la frase seguente:

Io vagabondo che son io,
Vagabondo che non sono altro,
Soldi in tasca non ne ho ma la su mi è rimasto Dio.

Non tutti hanno intrapreso questa strada: alcuni hanno scelto strade più dannose e tossiche, altri si sono abbandonati allo sfrenato piacere sessuale. Ciò che accumuna tutte queste anime in pena è l’abbandono al proprio destino. Di certo gli anni 70 non sono stati come la guerra, ma hanno distrutto sogni, progetti, e la basi per gli anni successivi. Se dovessimo descrivere la comunità di questi anni, la potremmo classificare come una generazione fragile con tante attese.

 

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