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Gli affreschi della Cappella Sistina: come il restauro può rendere immortali le opere d’arte

Gli affreschi della Cappella Sistina: come il restauro può rendere immortali le opere d’arte

Ognuno di noi è consapevole che il tempo concesso all’essere umano per la propria vita è limitato. Le opere che adornano la Cappella Sistina sono testimonianza di come, invece, l’ingegno umano possa essere eterno. 

“Creazione di Adamo”, affresco, Michelangelo Buonarroti, 1511 ca., Cappella Sistina – Musei Vaticani

É attraverso la realizzazione di opere d’arte che il genio umano può sopravvivere al “tempo” di chi le realizza, ma è compito di chi le riceve in “eredità” il riuscire a renderle immortali. Capiamo meglio come Michelangelo ha realizzato uno dei suoi più grandi capolavori e cosa i restauratori devono affrontare per renderlo immortale.

“Michelangelo – Infinito”

Il docu-film diretto da Emanuele Imbucci ed uscito il 27 Settembre 2018 vede Michelangelo, ormai anziano, ripercorrere la sua vita. La contestualizzazione storica del suo racconto è affidata a Giorgio Vasari, celebre artista ed autore di “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori”. Il film sviluppa vari focus sulla realizzazione delle opere più importanti del Maestro. Grazie alla collaborazione con i Musei Vaticani e Vatican Media, anche le scene all’interno della Cappella Sistina sono rese quasi tangibili. Viene, inoltre, evidenziata la volontà di Michelangelo di separare la luce dalle tenebre e di rendere tridimensionale la pittura, oltre alla visionarietà architettonica ed al gusto per il non finito.

La complessità dell’affresco

Sembra semplice dipingere su un muro, ma è davvero così? La risposta è no.
La realizzazione di un affresco prevede una fase preliminare di preparazione del supporto murario. Il primo passo si basa sulla sistemazione di eventuali lacune del muro con l’utilizzo di una malta di riempimento, a formare il rinzaffo. Successivamente si esegue il primo strato di interfaccia tra il supporto e l’intonaco con una malta a granulometria media. È chiamato arriccio e serve a “reggere” l’intonaco, per questo può anche essere inciso lievemente con una punta per creare degli innesti ne facilitino il compito. La superficie effettiva sulla quale l’artista dipinge è l’intonaco, a base di calce, chiamato anche intonachino in base al suo spessore. La complicazione più grande della pittura affresco è la cosiddetta “Ora d’oro”, ovvero l’arco di tempo in cui la reazione di carbonatazione dell’intonaco è iniziata, ma è ancora presente abbastanza idrossido di calcio in grado di legare i pigmenti. L’artista deve, quindi, cogliere l’attimo e suddividere il suo lavoro in giornate.

Scena dal film “Michelangelo – Infinito” (www.museivaticani.va)

Come rendere immortale un affresco

Il degrado di un affresco può essere dato da diversi fattori. I più comuni sono: deposito di polveri, presenza di scialbi o patine incrostanti, formazione di sali solubili, presenza di biodeteriogeni.
Lo scialbo era uno strato di intonaco più o meno sottile che veniva dato sulla superficie, per varie motivazioni, come copertura. Solitamente veniva steso su opere già soggette a degrado. Comunemente viene rimosso tramite degli impacchi di Carbonato di ammonio che vanno ad ammorbidire lo “sporco” presente tra affresco originale e scialbo, permettendone la rimozione meccanica. Le patine incrostanti sono date da un ciclo che vede la formazione di bicarbonato di calcio e la sua conseguente riprecipitazione come carbonato di calcio, dovuto al variare dell’umidità ambientale e della presenza di CO2. Questo processo causa un affossamento dei pigmenti ed un’opacizzazione dei colori. Attualmente si riesce a rimuovere in maniera controllata le patine con l’uso di una particolare soluzione: l’AB57.

“Daniele”, affresco, Michelangelo Buonarroti, 1512 circa, Cappella Sistina – Musei Vaticani (pre e post restauro)

La genialità incompresa di Michelangelo

Scena dal film “Michelangelo – Infinito” (www.museivaticani.va)

Durante la realizzazione del “Giudizio Universale” Michelangelo si pose un problema. All’interno di un ambiente sacro era abbondante la produzione di polveri generate da candele ed incensi. Era consapevole della possibilità che si depositassero sugli affreschi e decise, quindi, di realizzare una parete inclinata. Attraverso strati di intonaco fece in modo che il supporto venisse incontro all’osservatore. In questo modo le polveri disperse in atmosfera non avrebbero trovato una superficie alla quale aderire. Sfortunatamente negli anni a venire i sacerdoti posero le candele proprio alla base dell’opera. In tal modo l’inclinazione della parete non fece altro che aumentare la possibilità di adesione del nerofumo. Per questo motivo la parte superiore dell’affresco iniziò ad avere toni sempre più cupi. Fortunatamente le polveri possono essere rimosse facilmente con pennelli ed acqua. Esclusi rari casi che le vedono legate alla pellicola pittorica.
Con il restauro avvenuto durante il pontificato di Giovanni Paolo II (terminato nel 1994) i colori del Giudizio sono finalmente tornati al loro fasto.

“Giudizio Universale”, affresco, Michelangelo Buonarroti, 1535-1541, Cappella Sistina – Musei Vaticani

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