Giacomo Puccini e il melodramma verista: come la vita reale entra nell’opera lirica

A pochi mesi dal centenario della morte del compositore italiano, soffermiamoci insieme sulle influenze letterarie che ispirarono i suoi successi.

Fonte: Il Bo Live – Unipd

Sovente la letteratura e la musica vengono apprezzate come due arti a sé stanti e del tutto eterogenee; due amiche strette piuttosto che sorelle consanguinee. Conoscendo la contestualizzazione storica del lavoro dell’operista Giacomo Puccini, è facilmente intuibile come sia spesso vero il contrario, ovvero come l’arte narrativa abbia a lungo influenzato quella musicale, e viceversa, s’intende.

LA LETTERATURA PERMEA LA LIRICA

Il 29 novembre si celebrerà il centenario della morte di Giacomo Puccini, uno dei più importanti compositori italiani di tutti i tempi. Le rappresentazioni dei suoi drammi supereranno il migliaio, in quest’anno operistico votato alla celebrazione del grande maestro. Pubblico e critica si stringeranno intorno alle languide parole del canto di conversazione delle protagoniste pucciniane per eccellenza: Manon (Manon Lescaut, 1893), Mimì (La bohème, 1896), Floria (Tosca, 1900),  Cio-Cio-San (Madama Butterfly, 1904), Minnie (La fanciulla del West, 1910), solo per citarne alcune, accarezzati dalla verosimiglianza di eroine così vicine alla vita vera da esserne sopraffatte. Con Puccini infatti, le porte della lirica vengono spalancate dalla violenza del mondo reale che impetuoso infuria in teatro. Il lettore più attento non si sorprenderà certo di quanto scriverò in seguito, se ha prestato attenzione alle date soprammenzionate: i personaggi dell’operista lucchese iniziano a varcare il proscenio a fine Ottocento, quando l’Italia regia era alle prese con innumerevoli riforme sociali, e l’Italia letteraria col Verismo.

Teatro Comunale di Ferrara (Teatrocomunalediferrara)

IL MELODRAMMA VERISTA

Il Verismo è un movimento letterario italiano di stampo naturalista francese che, prendendo in prestito teorie positiviste, formula una nuova concezione di prosa narrativa maggiormente fedele alla realtà effettiva degli ambienti e delle situazioni raccontate. La novità assoluta riguarda il linguaggio della diegesi, non più magniloquentemente consacrato al virtuosismo stilistico, ma “vero,” per l’appunto, e cioè fedele al parlato comune del proletariato contadino, messo al centro dello sviluppo della storia. Cosa c’entra tutto questo con la visione operistica di Giacomo Puccini? Ebbene, erudito com’era il compositore (era solito ravvedersi del talento artistico di certi colleghi che immancabilmente apprezzava e studiava, quali Richard Wagner o Richard Strauss), non peccherò di speculazione affermando che egli fosse a conoscenza del panorama letterario italiano del tempo. Basta pensare che il Verismo, da genere letterario qual era, aveva già trionfalmente sedotto il mondo operistico quando Pietro Mascagni compose, sul libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci, Cavalleria rusticana (1890), opera in atto unico tratta dall’omonima novella di Giovanni Verga, massimo esponente del Verismo italiano. Puccini, quindi, pone anch’egli al cuore dei suoi melodrammi il popolo, studiandone le tradizioni con un’attenzione meticolosa propensa all’economia del tempo teatrale; come ricorda il maestro Riccardo Chailly: “in ogni opera di Puccini non c’è mai un minuto di troppo.”

IL MELODRAMMA VERISTA PUCCINIANO

Ne sono un esempio le sue partiture, nelle quali il dramma del reale viene integrato con la musica, grazie al rinnovato sposalizio tra compositore e librettista che collaborano in una trasposizione di generi levigando la vita vera con la comprimaria esecuzione orchestrale. Di fatti, tutte le opere del compositore italiano si prestano ad essere lette anche come partiture sinfoniche, poiché l’orchestra non è utilizzata solo come mero accompagnamento della linea melodica, ma essa ne diventa coprotagonista, secondo un’innovazione tematica del tutto pucciniana. In particolar modo, la veemenza dell’espressione verista arriva al suo apice nella melodia, colorandola intimamente, non in virtù della parola ma del concetto che essa lascia intendere.

Nel contempo però, noi ascoltatori veniamo presi per mano, accuditi, e quello che sarebbe potuto diventare un caleidoscopio, un fuoco artificiale di idee e situazioni, è tenuto saldamente insieme da un uso dell’orchestra come elemento unificante, come mastice, grazie al quale non si perde per strada nemmeno un respiro della folla di personaggi in palcoscenico,

scrive il compositore torinese Nicola Campogrande su La Lettura in merito al connubio tra scelte armoniche e narrativa lirica di cui Giacomo Puccini fu avanguardista, in un’errante esistenza in cui, per citare la Tosca, visse d’arte, visse d’amore.

 

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