“Ovviamente” non condividiamo tutti proprio niente cara signora Venier, proprio niente. A prescinde dalle tematiche in questione rispetto le quali ognuno è libero di dire e pensare ciò che vuole (nei limiti della decenza), è inammissibile che non sia stata data la possibilità a due artisti di esprimere la loro opinione. Forse ad essere ancora più grave, è stato il silenzio dei giornalisti che, come fossero osservati dal Big Brother, hanno preferito tacere ed accanirsi contro un giovane ventitreenne che a Sanremo si è permesso di cantare in napoletano.

Attraverso gli occhi di George Orwell, rileggiamo ciò che è accaduto sul palco del Festival di Sanremo lo scorso 11 febbraio.
ARISTON TEATRO DI SCAMBI
Durante il canonico incontro con i partecipanti al Festival di Sanremo ospitato da Mara Venier il giorno seguente la proclamazione della canzone vincitrice, Dargen D’Amico e Ghali hanno scelto di sfruttare i riflettori per lanciare appelli di pace riguardanti il dramma che si sta consumando sulla Striscia di Gaza e la questione dei migranti. Insomma temi caldi, talmente caldi che si è sentita l’urgenza di far leggere alla “zia Mara” un comunicato che, “con l’ovvia condivisione di tutti”, prendeva le distanze dalle parole dei due artisti e ribadiva il sostegno al popolo israeliano. Probabilmente ad aver urtato la sensibilità dei piani alti è stato il termine “genocidio” , troppo scandaloso per un Paese che in questo gioco di forze si è schierato, ancora una volta, con la grande America alla quale dobbiamo rendere conto persino delle nostre opinioni personali. E che dire di quei giornalisti che sono intervenuti solo per invitare un giovane cantante napoletano a vergognarsi per la sua vittoria immeritata? Il problema è che coloro che dovrebbero parlare tacciono, troppo preoccupati a salvare la faccia e l’impiego, venduti a questo sistema che non permette il diritto di replica o di espressione. Ciò che è avvenuto sotto gli occhi di tutti è un chiaro esempio di controllo dei mezzi di comunicazione di massa, utilizzati non più per diffondere messaggi positivi ma per portare avanti una scandalosa opera di convincimento sociale senza esclusione di colpi.

1984
Forse l’opera più celebre di George Orwell, “1984” è il romanzo distopico per antonomasia divenuto manifesto della lotta al totalitarismo. Scritto all’indomani del Processo di Norimberga, il testo presenta una realtà post apocalittica suddivisa in tre grandi potenze costantemente in guerra tra loro e in cui il potere è accentrato nelle mani di un unico partito, suddiviso in Partito Interno ed Esterno. Questa grande entità evanescente prende forma tangibile attraverso dei teleschermi installati in ciascuna abitazione che attraverso i propri occhi controlla e con le proprie labbra immaginarie svolge lavoro di propaganda. È in questo modo che Orwell ci presenta un mondo asettico, vuoto, fisso ed immutabile in cui ogni minima variazione costituisce un problema e, per questo, è necessario che sia eliminato. Tra una caccia alle streghe 2.0 e qualche slogan di troppo, l’autore figlio degli anni più violenti del secolo breve preannuncia un’umanità disumanizzata, uomini e donne ridotti ad automi le cui azioni sfuggono dal loro controllo. Racconta la fine dell’homo faber e l’inizio di una passività senza possibilità di ripresa in cui il corpo è ridotto a due mani, due occhi e due gambe prestate a lungo termine al “Big Brother”, in cui il cervello nella sua meravigliosa complessità è messo da parte, svuotato di tutto ciò che potrebbe distinguerci gli uni dagli altri. È quindi così che si delinea una nuova società non più illuminata dai colori dell’anima ma spenta dal buio dell’omologazione forzata.
CENSURA?
È alla vigilia di San Valentino che arriva la replica di Mara Venier che avrebbe dovuto interrompere il discorso di D’Amico solo per questioni di tempo e leggere il comunicato dell’Ad in quanto impiegata Rai. “Io sono una conduttrice Rai. Se l’ amministratore delegato mi chiede di leggere un comunicato io lo faccio” dice la Venier prima di tornare sulla “condanna del massacro del 7 ottobre” accanto alla quale, dice, è doveroso tenere a mente “anche” le morti innocenti di Gaza. Risponde così, invitando l’artista in puntata per poter parlare liberamente di ciò che più lo aggrada, sperando forse che racconti di un altro schiaffo dietro le quinte dell’Ariston o di un tradimento sofferto, tra una lacrima ed una promessa di “riuscire ad andare avanti, nonostante tutto e nonostante tutti”. Probabilmente però non sarò così, e menomale. Menomale perché in questo nostro mondo ormai liquefatto dall’ ardente fiamma dell’ ignoranza e della noncuranza, è necessario che anche il palco del Festival di Sanremo diventi teatro di scambio e discussione come, tra l’altro, è stato già in passato. Abbiamo dimenticato il monologo di Favino sui migranti accolto da una folla in visibilio nel 2019? E che dire della struggente lettera del Presidente Zelenskyi che ha sfruttato l’opportunità di essere letto in mondovisione per parlare solo di come l’Ucraina festeggerà la vittoria della guerra? In seguito a queste dichiarazioni che affrontano i medesimi argomenti sollevati da Dargen D’Amico e Ghali, non credo siano arrivati comunicati da ambasciatori scandalizzati dal fatto che su un palcoscenico si siano affrontate questioni che competono uomini in giacca e cravatta e donne in tailleur e Loubotin. Allora perché stavolta è stato diverso? Forse perché in questa logica bipolare non possiamo più permetterci di parlare di pace o di vita se non stando dalla parte giusta dello schieramento, contro il “nemico comune” contro cui “ovviamente” siamo tutti uniti? O forse perché sono stati utilizzati termini forti o fuori luogo come “genocidio”? Probabilmente non avremo mai una risposta a queste domande ma il fatto, a prescindere dalle interpretazioni, rimane. Chiaramente la colpa non dovrebbe essere imputata alla conduttrice che stava semplicemente svolgendo il proprio lavoro con diligente professionalità, ma a tutti coloro che si sentono in dovere di poter “parlare per tutti”. “Ovviamente” non è così, non siamo tutti d’accordo. Ognuno ha la propria idea che ha il diritto di tenersi stretta, proteggendola dal quel grande mostro che da sotto il letto cerca di strapparla via per custodirla gelosamente insieme a tutte le altre, raccolte, catalogate e tenute con cura ma impossibilitate ad uscire da una prigionia senza tempo.