Ghiaccio d’acqua sulla Luna: speranze per la colonizzazione

Per anni ci siamo chiesti cosa nascondesse la faccia eclissata della Luna, quel lato oscuro che – proprio come il nostro suggestivo satellite – pone un’ombra e un punto interrogativo sui segreti ed i misteri del più affascinante tra i corpi celesti del nostro firmamento. Da oggi, però, una di queste domande potrebbe aver finalmente trovato una risposta, tanto da stravolgere l’idea di luogo arido e sterile che avevamo della nostra Luna. Grazie ad una sonda indiana sarebbe infatti arrivata la prova definitiva dell’esistenza di ghiaccio d’acqua sulla superficie del nostro satellite e, di conseguenza, una nuova speranza per una colonizzazione che superi i confini della Terra.

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L’uomo sulla Luna, credit: news.urban360.mx

A far sperare in questa fantascientifica (ma forse non troppo) possibilità è l’analisi dei dati compiuta – dal 2008 al 2009 – dalla sonda Chandrayaan-1 dell’Indian Space Research Organization, la quale avrebbe portato alla luce una prova inconfutabile della presenza di ghiaccio d’acqua sulla superficie lunare. Nello specifico, si tratta di depositi di ghiaccio d’acqua annidati nei crateri costantemente in ombra posti ai poli della Luna, le cui ampie (seppur non sufficienti) rilevazioni sarebbero state confermate dallo spettrometro Moon Mineralogy Mapper (M3) della NASA.
“Prima del nostro lavoro non c’erano prove dirette della presenza di ghiaccio d’acqua sulla Luna: molte delle precedenti affermazioni di esistenza di acqua sulla Luna in realtà erano rilevazioni di minerali secchi arricchiti in idrogeno sulla superficie lunare” ha commentato a riguardo il planetologo dell’Università delle Hawaii a Mnoa, dottor Shuai Li, precisando come le scansioni radar dei poli lunari – effettuate sia dalle sonde in orbita che dalle basi terrestri negli ultimi decenni – abbiano fornito risultati difficilmente interpretabili.

I risultati delle ricerche passate a confronto con quelli attuali

A dare un primo indizio della presenza di acqua lunare, nel 2009, era stata la missione Lunar CRater Observation and Sensing Satellite (LCROSS) firmata NASA, la quale però – dopo l’impatto di alcune sonde sulla superficie lunare, e nello specifico nella regione in ombra del Cabeus Crater, vicino al polo sud della Luna – avrebbe constatato come l’acqua non provenisse necessariamente da ghiaccio esposto in superficie.
“La conclusione dell’esistenza di ghiaccio esposto in superficie si basa su modellazioni, è indiretta, e per di più si basa su un solo dato puntuale nella regione polare meridionale. Al contrario, le caratteristiche spettrali ‘molto uniche’ dell’acqua presenti nei dati di M3 mostrano in modo incontrovertibile la presenza di ghiaccio esposto sul fondo di crateri sparsi nelle regioni polari della Luna” ha proseguito Shuai, affiancato nel suo parere positivo circa i risultati portati a casa dalla sonda indiana anche dall’esperto Ian Crawford, planetologo alla Birkbeck University of London.

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Mappa dei crateri polari con regioni in ombra in cui è stato rilevato ghiaccio d’acqua. (Cortesia Shuai Li, University of Hawaii SOEST/ HIGP), credit: Le Scienze

Stando alle ultime misurazioni di M3 delle caratteristiche di assorbimento nell’infrarosso vicino del ghiaccio d’acqua ai poli lunari ed intorno a essi, i fautori della ricerca hanno invece rilevato che i depositi formatisi dall’unione di ghiaccio e consistenti volumi di polvere lunare – che un domani potrebbero fungere da base per degli avamposti lunari abitati – sono esposti in superficie nel 3,5% circa dell’area in ombra dei crateri. Tale minima copertura potrebbe essere indizio di una genesi diversa del ghiaccio lunare rispetto a quella di depositi affini localizzati sul vicino Mercurio o ancora sul pianeta nano Cerere, corpi celesti rocciosi e privi d’aria, sulla cui superficie il ghiaccio d’acqua si dimostra più abbondante e di composizione meno eterogenea.

Il passato del ghiaccio d’acqua ed il futuro dell’uomo

Oltre alle notevoli implicazioni di ricerca scientifica, questa strabiliante scoperta apre una parentesi significativa anche per il futuro dell’umanità: i depositi rinvenuti sulla superficie lunare – come confermato dai ricercatori – potrebbero infatti diventare degli avamposti umani utili per semplificare la futura esplorazione del satellite. Analogamente, il ghiaccio lunare potrebbe essere fuso, distillato e trasformato in acqua potabile, o ancora essere scomposto in idrogeno e ossigeno per produrre aria respirabile e propellente per razzi.
Eppure – prima di fantasticare su tali ipotesi futuristiche – resta ancora un quesito da risolvere nell’immediato: secondo le considerazioni di Anthony Colaprete – coordinatore della ricerca per LCROSS presso l’Ames Research Center della NASA – la distribuzione poco uniforme del ghiaccio lunare suggerisce che esso non derivi da una fonte costante di acqua, e che quindi non sia il prodotto di eventi d’impatto regolari e geologicamente recenti.
Una possibilità – secondo Colaprete – è che quest’ultimo derivi da un antico serbatoio, formatosi negli step iniziali degli oltre 4,5 miliardi di anni di storia lunare, in concomitanza con il degassamento da vulcani e la conseguente formazione di un’atmosfera calda e umida capace di riportare alla luce il ghiaccio d’acqua.
Un altro scenario – suggerito da Shuai e dai suoi collaboratori – vede invece come causa scatenante un cosiddetto “vagabondaggio dei poli“, fenomeno durante il quale l’orientamento dell’asse di rotazione lunare si sposta per lunghi periodi di tempo: stando a questa ipotesi, questo avvenimento spalmato lungo le varie ere geologiche avrebbe così alterato l’esposizione dei crateri alla luce solare, influenzando inevitabilmente la distribuzione del ghiaccio esposto in superficie.

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Un progetto di avamposto lunare basato su moduli abitativi gonfiabili (NASA), credit: Le Scienze

Incertezze sulla sua origine a parte, un altro dei dilemmi legati all’acqua lunare è quello legato alla sua quantità. “A causa dei limiti delle osservazioni di M3, è attualmente impossibile dire quanta acqua ci sia nei crateri polari della Luna” avrebbe infatti ammesso Colaprete. “Alle lunghezze d’onda usate da M3 possiamo campionare solo i primi 10 micron, o giù di lì. L’acqua potrebbe essere un velo di appena 100 micron di spessore, o potrebbe essere la punta di un iceberg“.
Tutti nodi che, grazie all’input iniziale di questa rivoluzionaria scoperta – verranno via via sciolti, per arrivare a conoscere veramente il lato nascosto della Luna, e poter ripetere per la seconda volta quella frase che negli anni Sessanta aveva commosso milioni di telespettatori con gli occhi puntati sulla Luna: “questo è un piccolo passo per l’uomo, ma un grande balzo per l’umanità”.

Francesca Amato