Il Superuovo

Ghana, ebano ed e-waste: Kapuscinski ci racconta l’evoluzione di un continente che non esiste

Ghana, ebano ed e-waste: Kapuscinski ci racconta l’evoluzione di un continente che non esiste

L’indagine sull’inquinamento e la criminalità che imperversano nei suburbi ghanesi

Il Ghana fu tra i primi paesi africani, durante la decolonizzazione del Terzo mondo, ad ottenere l’indipendenza: era il 1957. Ryszard Kapuscinski vi mise piede l’anno seguente tracciando, con il suo reportage, l’immagine di una giovane nazione povera di mezzi e strutture ma volenterosa. Oggi Agbogbloshie, sobborgo della capitale Accra, ospita la più grande discarica di e-waste del continente.

L’affermazione del Terzo mondo contro il colonialismo

La Conferenza di Bandung del 1955 segnò uno spartiacque nel gioco-forza della politica globale in piena Guerra fredda: si riunirono 29 paesi afroasiatici ripromettendosi coesione e sostegno a fronte di una comune arretratezza e povertà. L’asserzione più significativa fu quella di sottrarsi, una volta per tutte, dal colonialismo delle potenze mondiali. Così dirà Sukarno, l’uomo che rese indipendente l’Indonesia un decennio prima, tra i promotori della Conferenza:

Tutti noi, ne sono certo, siamo uniti da cose più importanti di quelle che ci dividono in superficie. Per esempio, siamo uniti da una comune avversione per il colonialismo in qualsivoglia forma appaia. Siamo uniti da una comune avversione per il razzismo. […] Che cosa possiamo fare? Possiamo fare molto! Possiamo mobilitare tutte le forze spirituali, morali e politiche di Asia e Africa sul fronte della pace.

Le conseguenze di Bandung riguardarono la presa di coscienza e l’autodeterminazione del Terzo mondo e la netta accelerazione della decolonizzazione (processo politico attraverso il quale un possedimento coloniale assurge all’indipendenza nazionale) avviata già negli anni Quaranta nel Sud-Est asiatico e proseguita nei Cinquanta nell’Africa bianca. Il 1957 segna l’inizio della terza e ultima fase: l’indipendenza dell’Africa subsahariana.

Nella foto, i principali rappresentanti della Conferenza di Bandung: (da sinistra) l’indiano Nehru, il ghanese Nkrumah, l’egiziano Nasser, l’indonesiano Sukarno e lo jugoslavo Tito.

Primo impatto: Ghana 1958

La prima cosa che colpisce è la luce. Gran luce ovunque, tanto sole, un chiarore abbagliante.
Queste sono le due frasi che aprono il primo capitolo di “Ebano“, un libro-reportage del giornalista polacco Ryszard Kapuscinski che per quarant’anni è stato corrispondente estero in Africa. Dall’ultima fase di decolonizzazione alle soglie del nuovo millennio, Kapuscinski ha riportato l’evoluzione di un continente atavico alle prese con l’affacciarsi timido della modernità. L’Africa vissuta dallo scrittore è una forza nuova che cerca, nella sua difficoltosa crescita, il proprio posto nel mondo.
Il primo impatto, appunto, avviene nel neo indipendente Ghana: atterra ad Accra, un villaggio della giungla moltiplicato e ingrandito. La capitale, scarna nell’edilizia e rudimentale nelle comunicazioni, riversa gli abitanti nelle strade, tra il frastuono e il traffico. La calca è una carovana circense, una fiumana di anime costretta alla via perché le case sono anguste e soffocanti. Così vive la socialità nel perenne movimento della sua città. Ovunque campeggiano le foto del premier Kwame Nkrumah-Osagyefo il leader dell’Africa e di tutti i popoli oppressi.  L’entusiasmo per la libertà appena conquistata trasuda da ogni poro, tuttavia, l’autore riflette su un aspetto fondamentale comune ai paesi africani che, seguendo l’esempio ghanese, otterranno in quegli anni l’indipendenza: l’inesperienza e l’insufficienza dei nuovi governi. Chi salì al potere occupando cariche prima esercitate dai colonialisti, non era preparto come i vecchi oppressori.  Kapuscinski, ad esempio, racconta della sua visita a Kofi Baako, ministro della Pubblica Istruzione e Informazione. Quando lo incontra, Baako indossa una maglietta sportiva, calzoncini corti, sandali. Ha appena trentadue anni ed è il ministro più giovane del Ghana e dell’intero Commonwealth. Dai ministri può recarsi chiunque, ogni qualvolta si voglia: basta presentarsi al ministero ed esporre i propri problemi. Ora che al governo ci sono uomini come loro, intendersi è diventato più semplice.
Questo è il Ghana all’alba dei suoi giorni: primitivo nelle strutture ed informale nella burocrazia, sembra assumere un assetto orizzontale che si discosta totalmente dalla politica di sfruttamento subita fino ad allora.

Kofi Baako stesso è andato a scuola a tre anni. […] Diventa maestro e poi impiegato. Alla fine del 1947 Nkrumah torna in Ghana dopo aver studiato in America e in Inghilterra. Baako ascolta i suoi discorsi in cui si parla di indipendenza. […] Kofi ha vent’anni. Scrive l’articolo Invochiamo la libertà e finisce in prigione. Oltre a lui vengono arrestati Nkrumah e una decina di attivisti. Restano dentro tredici mesi, poi vengono liberati. Oggi questo gruppo forma il governo del Ghana.

Ryszard Kapuscinski

“Sodoma e Gomorra”

Questo è l’appellativo che ha assunto Agbogbloshie, sobborgo nella zona ovest di Accra, a causa della delinquenza dilagante e della precaria condizione di vita. A questi laceranti aspetti è riconducibile un problema di portata continentale: la località è infatti nota per la discarica e-waste (rifiuti di natura elettrica ed elettronica) più grande d’Africa, i quali materiali provengono totalmente dai paesi dell’occidente sviluppato. In che modo la criminalità ha a che fare con questa faccenda? La risposta è assai banale: l’intero processo – dal trasporto dei rifiuti al loro smaltimento – è permeato dall’illegalità. Il motivo è presto detto: i ricavi dietro operazioni del genere sono assai ingenti per chi li architetta, fonte di guadagno lauta in una condizione, quella africana, di perenne instabilità. Non si parla solo di denaro: dall’e-waste, infatti, è possibile ricavare altri materiali (come rame, oro, acciaio, alluminio) o rivendere i rottami riassestati alla bell’e meglio. Consumati gli scarti fino all’osso, trovano epilogo nel fiume Odow, che costeggia l’agglomerato urbano, o nei fuochi della discarica. I danni che il riciclo procura a chi vi lavora – spesso bambini neanche decenni, sottopagati e costretti al contatto quotidiano coi fumi tossici, che qui trovano l’unico spiraglio di guadagno e, quindi, di sopravvivenza – sono spesso irrimediabili: malattie respiratorie, della pelle, problemi cardiovascolari o neurologici, un elevato rischio di cancro.
L’impatto ambientale non è da meno: oltre l’inquinamento generato dai roghi e dal gettito dei rifiuti nel fiume, va considerato che i terreni circostanti alla discarica sono, oltre che insediamenti abitativi, destinati all’allevamento del bestiame. Ci si ammala per vivere in un ambiente ammalato: la speranza per il futuro sta più a cuore e agli occhi del presente. La mancanza di opportunità per chi non può far altro che adeguarsi al sistema è forse la causa primaria dell’avaria. Non c’è possibilità di vedere un’alternativa.

All’ombra di un albero, in Africa

Purtroppo, la propulsione “a reazione” verso la modernità che Nkrumah sperava per il Ghana si rivelò inafferrabile, non solo nell’Africa occidentale ma in tutto il Terzo mondo. A più di sessant’anni dal suo avvento, tranne qualche eccezione, la situazione non è cambiata di molto. C’è chi continua a sfruttare l’Africa a proprio vantaggio, non molto diversamente rispetto ai vecchi colonialisti. L’Occidente ha la sua parte di colpe, così come la stessa Africa.
“Ebano” di Kapuscinski è l’opera di un uomo che questo continente l’ha amato, ne ha rivendicato la dignità antica ed elogiato la forza vitale. Ne ha colto tutte le sue sfumature e ne ha afferrato l’essenza perfettamente espressa nei righi più belli ed emblematici dell’intero libro: quelli della prefazione, il manifesto di un continente che non esiste.

L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, l’Africa non esiste.

 

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