Giorgio Gaber e Marinetti sotto il peso di un Io opprimente

Il futurismo e Gaber affrontano la tematica dell’Io, limite umano in un Novecento che corre. 

Manifesto del Futurismo; fonte: scuolissima.com

Quanto può giovare all’individuo affaticarsi per affermare costantemente la propria identità? Quanto può essere positivo distruggere il passato per creare costantemente un nuovo immediatamente sostituibile? Nel ritmo incalzante della modernità Gaber e Marinetti analizzano il valore dell’Io.

F. M. Marinetti; fonte:Wikipedia.org

Distruggere per rinascere di continuo

Il “Manifesto del Futurismo” incomincia con il racconto in medias res di una notte insonne in cui il protagonista e i suoi amici guardano fuori dalla finestra, affascinati dai rumori delle macchine ed impossibilitati a dormire a causa dei ritmi frenetici della modernità. Tra le regole del Futurismo, Marinetti esplicita la volontà da parte degli esponenti della nuova corrente di distruggere l’Io: la dimensione personale viene eclissata in quanto legata ad un sentimentalismo tipico della tradizione artistico-letteraria a cui opporsi costituendo un distacco meccanico rispetto alla materia trattata. Nel “Manifesto” è evidente la concezione negativa che si ha delle “stelle nemiche”, con riferimento al campo semantico della guerra, considerata il punto massimo a cui l’arte deve prostrarsi. La sfera celeste e in particolare la Luna, musa ispiratrice degli antichi poeti e consolatrice dei pianti degli amanti, è da condannare.  L’immagine della macchina che si capovolge nel fango e la gioia del poeta nello sporcarsi con “acqua fangosa” e la “melma fortificante” alludono alla rinascita, ad un battesimo dell’uomo che abbraccia la modernità divenendo parte di essa: il protagonista si fonde con la macchina e lascia nel fossato tutte le paure, tutto il passato, si spoglia del proprio Io, rimanendo un nudo scheletro pronto a scrivere da zero. Tutto è temporaneo e sostituibile, i musei e le biblioteche devono essere distrutti per fare spazio al nuovo e gli stessi “giovani e forti futuristi” a quarant’anni dovranno essere “gettati nel cestino”. L’uomo non deve cedere al “ricatto della carne”, alla donna, unica capace di generare e male supremo, mera oggetto del bisogno biologico di dare continuità alla specie, lontana da qualsiasi ideale sentimentale della poesia provenzale o del Romanticismo. Marinetti celebra la sostituzione della donna con la macchina, del silenzio con il rumore, dell’iniziativa individuale e la volontà di emergere del Decadentismo con un “noi” che grida “andiamo”, pronto a distruggere l’arte del passato per riscrivere un mondo all’insegna della velocità, del caos e dell’industria sotto lo sguardo attento di quella che potremmo definire la “dea macchina”.

G. Gaber; fonte:fullsong.it

Io, io, io e ancora io

Nella canzone “La parola Io” Gaber parla dell’affermazione del proprio Io attraverso le fasi della vita dell’individuo. Il bambino che muove i suoi primi passi inizia a costruire il proprio Io per avere un certezza di sé. Con il trascorrere del tempo l’Io si costituisce come un’entità a se stante, “fastidiosa”, che comporta nell’uomo l’elaborazione di un modo di pensare e di agire e il credere in ideali che possono urtare l'”altro” se non condivisi. L’affermazione dell’Io è, agli occhi dell’autore, “un peccato ricorrente ma veniale”, una tentazione a cui l’uomo si abbandona costantemente. Nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta continua ad accrescersi, imponendosi come un “bisogno esagerato e un po’ morboso”: infatti, così come Narciso, l’uomo si focalizza costantemente su di sé e sulla possibilità di porsi al centro del mondo perché fortemente convinto di non essere nato per restare per sempre nell’anonimato.  È “uno strano grido”, la volontà interiore ed intrinseca che urla per uscire e che emerge in ogni tentativo dell’uomo di dare un senso alla propria esistenza e un nome alle proprie azioni. Per quanto l’individuo cerchi invano di nascondere tale tendenza, inevitavilmente lascia trapelare quella che è una delle paure più grandi dell’uomo moderno: il timore di non essere nessuno, di non rientrare in schemi ben precisi che possano dargli un’identità, che possano rendere il singolo capace di emergere dalla grigia massa di gente. L’uomo è “disposto a qualsiasi bassezza pur di sentirsi importante” e non è casuale la scelta di Gaber di rifarsi al lessico economico per sottolineare il bisogno di apparire ad ogni costo, anche a costo di indebitarsi o di svendersi, perdendo la dignità. Il tono di voce si fa più alto e aumenta la velocità quando il cantautore elenca tutti quelli che sono gli aggettivi che caratterizzano la presunzione dell’uomo dall’imponente Io che cerca di soddisfare la sua voglia, imminente e celere come i ritmi frenetici del moderno Novecento. Il desiderio di affermazione della parola Io è una tendenza a cui in particolar modo gli uomini occidentali non riescono a venire meno: è una colpa indelebile che macchia l’individuo, è “l’ultimo peccato originale”. Il cantautore conclude affermando che quello che è un “dolce monosillabo innocente”, grammaticalmente quasi irrilevante, costituisce invece una realtà ontologica ben definita che cerca di emergere sempre più divenendo “fatale”.

Copertina album; fonte:tv2000.it

Prigionieri dell’Io

Nella canzone Gaber presenta con ironica genialità l’Io come un guscio protettivo che difende l’uomo moderno dalla paura di non avere un volto e di essere inadeguato rispetto ai dettami della società e della sua stessa interiorità. L’ostentata affermazione di sé rischia di diventare un meccanismo mentale che sotto una rassicurante sensazione di sicurezza data dalla mancanza di incertezze identificative cela una prigione interiore che impedisce all’uomo di essere realmente libero. Una risposta alternativa viene data da Marinetti e i Futuristi che, al contrario, tentano di distruggere l’Io, percepito ai loro occhi come una romantica debolezza che rende l’uomo immobile e inadeguato rispetto alla celerità di un secolo caratterizzato dalle più disparate scoperte.

 

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