«In fondo scrivere di moda contrasta con l’essenza della filosofia. A partire da Platone si è soliti distinguere tra realtà in sé da una parte e le sue rappresentazioni dall’altra, tra la profondità e la superficie. E la moda è sempre superficie». (Lars Svendsen, Filosofia della moda). 
Essendo l’abbigliamento uno tra i maggiori beni di consumo, il mondo della moda può facilmente essere interpretato come una chiave di lettura delle dinamiche sociali, figlia della novità e testimone della mutevolezza dei cambiamenti. La moda è, più precisamente, uno tra gli aspetti più pervasivi dell’esistenza, tanto da assumere un ruolo fondamentale ogni volta che entriamo in relazione con qualcuno. L’aspetto esteriore rappresenta, infatti, una forma rilevante di comunicazione non verbale, il primo impatto tra noi e gli altri, ed è proprio il modo in cui ci poniamo a determinare, oltre che un ruolo sociale, le nostre caratteristiche individuali. Mai come ora, infatti, l’abbigliamento e la cura della persona vengono considerati come elementi determinanti e strutturali della nostra identità e realizzazione sociale. Tuttavia, questa tendenza ad alimentare e a coltivare la “superficie” mette in luce, in termini di analisi filosofica, i limiti della nostra individualità come consumatori.
La moda come prigione dell’anima
L’approccio filosofico all’immenso mondo della moda è stato inizialmente, e per la maggior parte, in termini di condanna morale. Definita come una «sfera ontologicamente e socialmente inferiore, la moda non merita indagini problematiche, riguarda la superficie e dunque scoraggia l’approccio concettuale» (Gilles Lipovetsky, L’impero dell’effimero). Considerata ingannevole per Socrate, frutto dell’ozio per Seneca e semplice costrizione della natura umana per Rousseau, la moda sembra opporsi alla vita virtuosa e all’edificazione morale dell’anima. Questa connotazione negativa deriva, principalmente, dal dualismo antropologico di matrice platonica per cui l’anima si troverebbe imprigionata nella finitudine e nell’accidentalità del corpo. Inibendo l’autenticità dell’aspetto interiore, l’attenzione per ciò che è materiale e futile condurrebbe dunque a danneggiare e destrutturare totalmente l’anima. Un altro giudizio critico a riguardo proviene da Kant, secondo cui la moda altro non è se non una forma di vanità e imitazione. Nella sua “Antropologia pragmatica”, il filosofo la condanna come un tentativo di costrizione che porta l’uomo ad uniformarsi ai dettami dell’imitazione.
La moda come trionfo dell’effimero
Il primo contributo filosofico positivo sulla moda arriva dalle riflessioni di Walter Benjamin, il quale concepisce questo fenomeno in tutta il suo valore anticipatorio nei confronti del futuro. Secondo il filosofo è grazie ai segnali che trasmette la moda (tramite la forza del cambiamento e delle novità) che il futuro diventa tangibile. Tuttavia, chi attribuisce alla moda un significato del tutto nuovo e poliedrico è il filosofo e professore francese Lipovetsky, il quale propone una definizione più complessa, intendendola come un meccanismo sociale generale non limitato ai vestiti. L’abbigliamento deriva, per il professore da un futile capriccio, tanto quanto dalla libertà di espressione individuale.
La moda non è più un lusso di cui possono godere in pochi, è ormai diventata il fulcro e l’immagine dell’intera società. Ed è in questa direzione che Lipovetsky definisce la moda come il “trionfo incontrastato dell’effimero”: «Essa rappresenta una forma peculiare di cambiamento sociale, indipendentemente dal suo oggetto specifico. In primo luogo è un meccanismo sociale caratterizzato da una specifica breve durata e da cambiamenti più o meno bizzarri che le rendono possibile esercitare la propria influenza su sfere ben distinte della vita collettiva […]. Subiamo tante influenze ma più nessuna è determinante, più nessuna abolisce la capacità di “essere se stessi”».
Elisa Lagatta