“Felicità è un pizzico di noce moscata”: ovvero, come il cervello si difende dal dolore

“Felicità è un pizzico di noce moscata”, non solo un racconto che mischia la realtà e la fantasia, ma che mostra fin dove può spingersi la nostra mente.

Quando il dolore porta angoscia: cosa fa la nostra mente se è troppo doloroso?

“Felicità è un pizzico di noce moscata”, già il titolo di questo libro sembra portarci in un luogo magico, lontano dai problemi e da tutto ciò intacca negativamente le nostre giornate. Ma se non fosse solo un libro? Se fosse la nostra mente a volerci distrarre dai pensieri negativi? Magari è un vero e proprio meccanismo di difesa!

Ma difesi da cosa? Un viaggio nella nostra mente

La nostra mente non è da sottovalutare: ha un enorme potere su di noi e lo esercita per preservarsi e preservarci. Stiamo correndo un po’ troppo? Lasciate che vi spieghi meglio, allora. Partiamo dal principio: nella nostra mente risiede veramente di tutto, dai nostri ricordi ai nostri schemi comportamentali, da attitudini caratteriali a pulsioni e desideri. Ed è a partire da questi ultimi che Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, decise di studiare una funzione dell’Io: reprimere tutti gli impulsi e le pulsioni dannose per noi stessi e gli altri, il più delle volte in maniera inconsapevole. Dopo Freud, altri psicanalisti e psicologi si sono interessati allo studio dei meccanismi di difesa e alla loro importanza per contrastare pulsioni dannose ma anche per contrastare gli effetti di ricordi di eventi traumatici dell’individuo. A seguito di ricordi penosi o dolori per l’individuo, infatti, l’Io attiva vari tipi di meccanismi di difesa, volti a non fare soffrire più al riemergere di situazioni ed eventi che hanno contribuito a provocare sensazioni di ansia e angoscia. Sebbene siano diversi, i meccanismi di difesa hanno alcune caratteristiche in comune: ognuno di essi può essere utilizzato da ognuno di noi (non utilizziamo, cioè, un solo meccanismo di difesa durante tutto l’arco della nostra vita) e possono essere sia adattivi che patologici (ossia tutti sono funzionali alla vita psichica ma, se usati in eccesso o troppo rigidamente, causano psicopatologie). Vediamone alcuni insieme!

Ricordi dolorosi: quando ci travolgono, la nostra mente erge delle difese volte ad annullare il dolore e l’angoscia che essi provocano.

 

Difese nella “normalità” e nella psicopatologia: quali sono e che funzioni hanno?

Generalmente, i meccanismi di difesa possono essere classificati in due modi: per periodo di sviluppo (primari, sviluppati nella prima infanzia e secondari, che hanno origine nel momento in cui si vengono a verificare i primi conflitti tra Io, SuperIo ed Es) o per funzione adattiva). Nel caso della seconda classificazione, è necessario suddividere ulteriormente i meccanismi di più macro-categorie, a seconda se siano adattivi o meno. Le difese mature vengono utilizzate nella maniera più corretta. Le più comuni sono: umorismo (cercare di ridere su ciò che un tempo si reputava doloroso o imbarazzante), auto-affermazione (rendersi conto del proprio disagio contribuisce a controllarlo), auto-osservazione (il soggetto analizza le cause del suo dolore associato ad un ricordo emerso), repressione (bandire consciamente ricordi angoscianti). Tra le difese che causano psicopatologie vi sono quelle ossessive, comprendenti l’isolamento d’affetto (le emozioni negative associate ad un ricordo vengono rimosse) e l’annullamento retroattivo (azioni e nuovi ricordi cancellano sostituiscono un ricordo doloroso), le difese nevrotiche, come la formazione reattiva (ricordi dolorosi vengono rimossi grazie all’assunzione di atteggiamenti diametralmente opposti rispetto a quelli mostrati nel ricordo). Nonostante questi siano i meccanismi di difesa principalmente usati, ne esistono molti altri.

Sinteticamente, alcuni meccanismi di difesa comuni.

La felicità e i meccanismo di difesa: un libro ci mostra come sono correlati

“Felicità è un pizzico di noce moscata” è un libro scritto da Maria Goodin e pubblicato nel 2013. La trama è semplice: Meg, giovane studentessa universitaria, sente di avere una vita praticamente perfetta. Prende ottimi voti, ha un fidanzato intelligente- uno dei professori più giovani e intelligenti dell’università- e la scienza assorbe completamente la sua vita, e a lei va benissimo così. L’unico problema della sua vita è sua madre Valerie, o meglio, il modo in cui sua madre si comporta. E’ bizzarra, troppo fantasiosa e il suo unico progetto nella vita è cucinare per tutti coloro i quali entrano, più o meno prepotentemente, a far parte della sua vita. D’altronde, Meg non si sente molto in colpa ad avercela con la madre e a reputarla un po’ patetica e perennemente con la testa tra le nuvole. Infatti, fin da quando era piccola, Meg è stata costretta da sua madre a vivere in un mondo falso e illusorio, in cui i bambini si infornano come le torte e che le polpette di chele di granchio pizzicano le fronti. Mai venuta a sapere la verità sulla sua stessa vita e vivendo costantemente dei ricordi condizionati dalle folli storie di sua madre, fin da piccola Meg abbandona le favole e ricerca sempre la verità, i dati oggettivi della realtà che la circonda. Quando va a trovare sua madre, ormai sempre più malata, Meg verrà, poco a poco, a conoscenza della verità e scoprirà che sua madre, per tutta la sua vita, ha cercato di proteggerla e proteggersi da un triste, duro passato. Tutti i nodi, quasi sul finale, vengono al pettine, e Meg conosce tutta la verità: una verità crudele e tremenda. Meg, che per tutta la vita ha negato e cercato di allontanare il più possibile il suo falso passato, comportandosi in maniera opposta rispetto alla folle fantasia ed immaginazione alla quale era costantemente sottoposta, capisce che le assurde storie di sua madre sono meglio di ricordi di violenza, abusi e solitudine, a cui sia lei che sua madre sono state costantemente sottoposte. Vi ricorda qualcosa? Annullamento retroattivo e formazione reattiva sono solo i due dei meccanismi di difesa, senza dubbio disfunzionali, usati da Meg e Valerie, per dimenticare il passato e vivere un presente più felice, lontane dal dolore e dall’angoscia.

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