Extraterrestri: come gli appariamo e come abbiamo parlato con loro in Contact

Una mappa della Terra per come la vedrebbe uno scienziato ET dal suo pianeta: servirà a trovare similitudini con gli esopianeti e indizi di abitabilità.

Gli astronomi stanno cercando nuovi metodi per capire quali possano essere abitabili e quali no. Uno studio della Caltech propone di usare la luminosità della Terra.

Come ci vedono da fuori

Il team della Caltech ha elaborato una mappa della luminosità terrestre, ovvero una mappa delle aree terrestri in base a quanto riflettono la luce del Sole. Per realizzarla sono state utilizzate 9.740 fotografie del nostro pianeta scattate da un satellite. Questo, però, è molto vicino alla Terra perciò la qualità dell’immagine è stata notevolmente abbassata per ottenere qualcosa di più simile a ciò che vedrebbe un ipotetico ricercatore ET lontano anni luce. Malgrado i continenti siano a malapena riconoscibili nelle macchie verdi, i ricercatori si dicono soddisfatti. Inoltre, controllando nel tempo i cambiamenti di luminosità si potrebbero osservare i fenomeni meteorologici dell’esopianeta. Magari addirittura individuarne uno con un ciclo dell’acqua simile al nostro. Questa e altre tecniche saranno utili alla prossima generazioni di telescopi nella loro ricerca di tracce di vita aliena. Una volta in funzione, il gigantesco E-ELT e il telescopio spaziale James Webb avranno la possibilità di darci la risposta a uno degli interrogativi più grandi di sempre: siamo soli nell’universo?

La mappa della luminosità della Terra come potrebbe essere rilevata da molto lontano.

Il telescopio più in alto di tutti

A meno di imprevisti dell’ultimo minuto, il 30 marzo del 2021, il razzo Ariane 5 decollerà dalla base di Kourou per portare nello Spazio uno degli strumenti scientifici più grandi e complessi mai realizzati nell’ambito della ricerca astrofisica. Riuscirci non è stato facile: per mettere insieme i due enormi pezzi dello strumento, gli ingegneri hanno dovuto sollevarli al di sopra delle strutture che serviranno a schermarlo dai raggi solari, per poi guidarli meticolosamente fino al perfetto incastro di tutti i punti di contatto. Le connessioni meccaniche sono state completate e verificate con successo: resta ora da connettere gli impianti elettrici e testare che i sistemi funzionino. Uno degli obiettivi principali del James Webb Space Telescope è lo studio delle primissime stelle dell’Universo, quelle che si sono formate immediatamente dopo il Big Bang, oltre 13 miliardi di anni fa. Per riuscire a guardare così lontano, nello spazio e nel tempo, il nuovo telescopio è dotato di uno specchio principale ben cinque volte maggiore rispetto a quello del suo predecessore. Viste le dimensioni colossali, lo specchio è progettato per essere piegato fino a entrare all’interno del razzo Ariane, per poi dispiegarsi come un origami una volta nello Spazio. Per fare le sue osservazioni in una posizione fissa rispetto alla Terra, il telescopio opererà a una distanza di circa un milione e mezzo di chilometri dal nostro pianeta, e non sarà quindi raggiungibile da equipaggi umani per effettuare eventuali riparazioni.

Immagine dello specchio primario del telescopio.

Ricerche estreme di contatto

Ellie è la direttrice del Progetto Argus, che si occupa di captare i segnali provenienti dallo spazio per cercare l’intelligenza extraterrestre. Dopo qualche tempo il progetto arriva effettivamente a una scoperta, si ha la prima comunicazione confermata con esseri extraterrestri, una serie ripetitiva dei numeri primi sino al 261, dato che la matematica è linguaggio universale. Un’ulteriore analisi del messaggio rivela che due messaggi supplementari sono codificati all’interno del primo, in forme differenti di modulazione del segnale. Il secondo messaggio è una specie di manuale d’istruzioni che insegna come leggere ulteriori comunicazioni, mentre il terzo è il messaggio vero e proprio, che riguarda il progetto di una macchina destinata ad ospitare un equipaggio umano. La macchina viene costruita con successo ed attivata, trasportando cinque passeggeri attraverso i buchi neri in un luogo vicino al centro della Via Lattea, dove entrano in contatto con i mittenti del messaggio. Alcune delle domande che per secoli hanno attanagliato l’umanità trovano finalmente risposta, ma, al rientro sulla Terra, non solo i viaggiatori scoprono che il loro viaggio è durato appena venti minuti, ma anche che la registrazione video del’impresa è stata cancellata, lasciandoli senza prove del loro straordinario racconto.

 

Alberto Simula

 

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