“Excalibur”: scopriamo un particolare uso dei metalli nell’arte policroma del Medioevo

Al solo sentire Excalibur  ci torna in mente la figura di Re Artù e l’epoca d’oro dei cavalieri. Ma il Medioevo era davvero dominato solo da battaglie ed inquisizione?

L’epoca Medievale è nota alla storia come un periodo buio, all’insegna dell’oscurantismo e della guerra. È anche, però, una delle maggiori fonti di ispirazione per le storie e le leggende cavalleresche ed è stato fondamentale per lo sviluppo di alcune particolari tecniche artistiche. Scopriamo quali.

“Excalibur”

“Go fight 시작해
Rise 일으켜 Fire
Say na na na na na na
거친 생각을 타고난 넌
빛나는 Excalibur”

“Go fight, let’s start
Rise, rise up fire
Say na na na na na na
You were born with rough thoughts
But you’re a shining Excalibur”

“Excalibur” è il brano di debutto del nuovo gruppo Kpop “Kingdom”, formato da 7 ragazzi. Ognuno di loro rappresenta un differente Re del passato. In virtù di questa caratteristica, la loro prima canzone, title track del loro primo album, è ispirata ai cavalieri medievali ed alle loro imprese epiche. In particolare, il testo della canzone si rifà alla storia di Re Artù e della sua leggendaria spada “Excalibur”. All’interno del MV si osserva, infatti, come i cavalieri combattano per permettere al loro “re”, Arthur, di estrarre dal terreno la sua spada e salire al trono. Il sound Dance pop del brano accompagna armoniosamente l’atmosfera vivace che si percepisce dal testo.

Una policromia dorata

Doratura a conchiglia

Nel Medioevo una nuova tipologia di concezione artistica iniziò a farsi strada: l’uso dell’oro come colore. Era molto poco conveniente utilizzare tecniche già note per applicare una colorazione dorata ad un’opera, per questo motivo si sperimentarono ed adottarono delle metodologie apposite.
Per effettuare la doratura di superfici ridotte o per ottenere particolari finiture nei dipinti si era soliti applicare la foglia oro a missione. La superficie veniva ricoperta con uno strato di adesivo, detto mordente, di natura oleoresinosa. Su di esso veniva applicata e pressata leggermente la sottilissima foglia oro e, ad asciugatura completata, si utilizzava un pennello per rimuovere l’oro in eccesso.
Per la realizzazione di piccoli dettagli o l’abbellimento di codici miniati, invece, si effettuava una doratura a conchiglia. La foglia oro veniva sminuzzata, spezzo si riutilizzavano gli scarti della doratura a missione, e mescolata a gomma arabica. successivamente veniva bagnata con acqua demineralizzata e poi applicata con un pennello come un normale acquerello. Nel Medioevo veniva usata una sua variante conosciuta come pastiglia che vedeva la formazione di un composto solido di gesso, colle e polvere d’oro, applicato in rilievo.

Doratura a missione

Il guazzo su bolo

La tecnica di doratura maggiormente utilizzata era quella a guazzo su bolo. Si applicava sul supporto una prima preparazione, a base di gesso, detta imprimitura. Si procedeva con la stesura di una seconda preparazione detta bolo, composta da un’argilla rossa diluita in colla animale. Lo strato di bolo secco veniva lucidato e bagnato con chiaro d’uovo. Quando la superficie era ancora umida veniva applicata meticolosamente la foglia oro. Il passaggio successivo era, solitamente, la brunitura. Quando l’adesivo aveva completato l’asciugatura, prima che diventasse completamente secco, si lavorava la superficie con un dente di cinghiale o un apposito attrezzo in agata che andavano a lucidare la doratura, rendendola splendente. Si poteva effettuare anche un processo di bulinatura, ovvero di decorazione. Per compressione, attraverso appositi attrezzi appuntiti, si creavano dei motivi geometrici o dei disegni che abbellivano o aggiungevano particolari all’opera.
La doratura a guazzo era più utilizzata di quella a missione sia perchè lo strato di bolo tendeva a conferirle una colorazione più calda e meno trasparente, sia per la possibilità di effettuare i processi di brunitura e bulinatura, fondamentali per la realizzazione dei dettagli.

“Salus Populi Romani” con doratura a guazzo su bolo

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