Essere un medico è una missione di vita: eroi moderni visti attraverso Ippocrate e Cechov

Dedicare i propri sforzi al servizio della vita delle persone. Questo è ciò a cui è chiamato un medico e due icone come Ippocrate e lo scrittore russo ce lo insegnano.

Striscione appeso su una cancellata a Crema, uno dei comuni più colpiti dal Covid-19

Sono stati paragonati a soldati, unici combattenti che abbiamo nella guerra contro un nemico invisibile. Dedizione, spirito di ricerca e un tenace attaccamento alla possibilità di aiutare i pazienti a guarire sono le peculiarità principali di questi eroi moderni. Queste qualità, già nella Grecia classica, sono state enunciate in modo rivoluzionario da un pioniere della medicina come Ippocrate e riprese anche da uno dei più importanti scrittori provenienti dalla Russia, a dimostrare che, infondo, medicina e letteratura non sono poi così distanti tra loro.

Statua del medico Ippocrate di Cos, vissuto nel V secolo, considerato il padre della medicina occidentale

La rivoluzione della prassi medica

Prima di Ippocrate (nato a Cos tra il 460 e il 450 a.C.) la professione medica aveva poco o nulla delle caratteristiche sue peculiari. Essa era affiancata, anzi subordinata, alla filosofia e alla religione, caratterizzata da non pochi culti misterici sparsi in tutto il mondo ellenico. Il dio della medicina era Apollo in persona, il cui figlio, il semidio Asclepio (o Esculapio alla latina) era considerato colui che aveva rivelato le arti mediche agli uomini, una specie di Prometeo col camice bianco. Il fortissimo legame con la ritualità da un lato e con la speculazione filosofica dall’altro esulavano il medico dall’applicazione pratica e sperimentale del suo lavoro, considerata poco dignitosa. Non di rado filosofi come Empedocle si dedicavano all’esercizio della medicina e, laddove un fenomeno risultava inspiegabile, si invocavano gli dei o si organizzavano rituali, molto spesso di stregoneria. Solo un uomo, Alcmeone di Crotone (VI-V secolo a. C.), si frappose tra questa fase primordiale delle scienze mediche e l’avvento folgorante di Ippocrate: fu probabilmente il primo a condurre delle indagini anatomiche scoprendo il ruolo centrale che l’encefalo ricopre nell’organismo umano e paragonò lo stato di buona salute all‘isonomìa, per la quale tutte le componenti del corpo si trovano in uno stato di equilibrio. E qui Ippocrate subentrò, enunciando delle teorie sulla prassi medica che furono di gran lunga modernissime rispetto ai suoi tempi. Riprese alcuni schemi della fisica ionica, che cercava di dare spiegazioni alle malattie chiamando in causa elementi naturali (terra, acqua, aria, fuoco) e i quattro umori nei quali, secondo gli antichi, era suddiviso il corpo umano all’interno (sangue, flegma, bile gialla e bile nera). Ma il resto fu interamente frutto di una sua elaborazione. Per prima cosa prese le distanze dalla ritualità e magia e anche dalle eccessivamente astratte posizioni filosofiche, per concentrarsi su una formula in grado di fondere ragionamento empirico ed esperienza pratica nel modo migliore. Contro l’usanza di attribuire agli dei l’origine delle malattie si scagliò pesantemente in uno dei settanta scritti attribuiti a lui (per la maggiore spuri) che sicuramente si può affermare sia suo: il “De morbo sacro” detto alla latina. La “malattia sacra” era l’epilessia, per la quale non si riusciva a trovare una spiegazione razionale. Ippocrate riuscì a dimostrare che le cause della malattia erano organiche e non di provenienza divina e attaccò duramente coloro che esercitavano la professione medica sotto le vesti di sciamani o sacerdoti. Infatti costoro si prendevano il merito se il paziente fosse riuscito a guarire e declinavano ogni responsabilità in caso contrario. Comunque andassero le cose, essi speculavano sulla pelle del convalescente per accrescere la propria fama e la propria ricchezza, laddove, secondo Ippocrate, l’egoismo e il tornaconto di chi cura avrebbero dovuto rappresentare l’ultima delle aspirazioni. Ippocrate, infatti, non solo portò migliorie dal punto di vista professionale, ma rivoluzionò il ruolo del medico anche a livello etico, elevando e nobilitando questo semplice mestiere subordinato alla filosofia e alla religione. Egli fu il primo a percepire la sua sapienza come una missione al servizio degli altri, cosa che si ripercuote in maniera evidente ai nostri traumatici giorni.

Sotto il nome di Ippocrate ci sono giunti circa settanta scritti, ma molti sono spuri o non suoi, attribuiti a lui per via dell’autorità di cui godeva il suo nome, come già successo per autori come Omero o Virgilio

Il giuramento

Ippocrate riteneva che una malattia aveva origine da un’alterazione dei quattro umori suddetti, ma era anche fermamente convinto che la cura migliore fosse quella che stimolasse l’organismo a reagire ritrovando l’equilibrio interiore. La terapia migliore agisce dall’interno, non dall’esterno. Inoltre la salute del corpo, secondo lui, dipendeva anche dalla salute mentale del paziente, altro concetto rivoluzionario per l’epoca. Ma la vera base della rivoluzione fu l’enunciazione del procedimento medico, basato su una diagnosi e su una prognosi. Andavano esaminati i sintomi, ricercate delle cause (da distinguere attentamente dalle semplici manifestazioni della malattia), prendere appunti e stilare una vera e propria cartella clinica. Dopodiché era necessario formulare una cura, tenendo conto anche dello stato fisico del paziente e della provenienza geografica, perché “A seconda del luogo in cui si nasce e cresce si viene a contatto con condizioni ambientali diverse e il corpo si ammala diversamente e diversamente reagisce alla malattia” (“De aere, aquis et locis” altra sua opera). Una volta guarito il paziente, infine, bisognava accertarsi del fatto che il recupero del pieno stato di salute fosse definitivo e non effimero. Una volta terminati tutti questi passaggi, accuratamente annotati, un medico doveva creare un archivio dove conservare le sue cartelle cliniche per poterle riesaminare qualora si fosse imbattuto in casi simili. Quindi, oltre al processo sperimentale e razionale di indagine, Ippocrate mise in risalto il valore delle esperienze pregresse, dello studio del caso effettuato col contributo dei vecchi procedimenti e decisioni presi in precedenti situazioni. E non è finita qui: il proprio archivio, la propria esperienza e la propria sapienza non andavano tenuti per sé ma condivisi con altri colleghi qualora ne avessero bisogno, perché ogni medico deve evitare i protagonismi: ciò che conta è la salute del paziente e per riuscire a curarne uno, per Ippocrate, possono anche lavorare insieme una miriade di medici. Lavoro di gruppo con il fine ultimo ed estremo di aiutare il prossimo, seguendo esperienza sul campo e attenti studi a priori: questa è per Ippocrate la massima espressione del medico, che deve anteporre tutto alla propria gloria personale, perché lui è per definizione al servizio degli altri. Questo è alla base del famosissimo “Giuramento di Ippocrate“, una formula che ogni aspirante medico doveva (e deve, anche se ora con qualche modifica rispetto all’originale) pronunciare all’inizio della sua carriera “missionaria”. Esso rappresenta la condensazione e il riassunto di tutti i principi che Ippocrate ha portato dentro l’ambiente della medicina. Con molte probabilità il testo è più tardo del periodo in cui visse Ippocrate e quantomeno dovrebbe essere spurio, ma si basa su quegli ideali etico-scientifici che il rivoluzionario medico di Cos per primo enunciò e che, per tutti questi secoli, sono stati alla base delle professioni sanitarie.

Anton Cechov (1860-1904)

Medicina e letteratura: sposa e amante

In un salto temporale di duemiladuecento anni arriviamo alla Russia prerivoluzionaria, dove visse uno dei più importanti scrittori che la sua nazione abbia mai avuto: Anton Pavlovic Cechov. La sua esperienza biografica è importante e paradigmatica, perché egli fu sia scrittore sia un medico di professione e, all’interno delle sue opere, i suoi studi di medicina vengono a galla in più di un’occasione. Lo scrittore Carlo Dossi diceva che “Tra medicina e letteratura corse sempre amicizia” e Cechov ne è l’esempio più lampante. La medicina di fatto ha ampliato l’ambito delle sue osservazioni e ha fornito a Cechov ulteriori mezzi per scandagliare l’animo umano, cosa che, infatti, a lui riusciva benissimo. In più l’esperienza di medico si sposa bene con quella intrapresa già negli anni di università, cioè quella giornalistica: riusciva a fare delle diagnosi precise della realtà che lo circondava e, nei suoi articoli, riportava tutto con un’oggettività pura, distaccata, quasi spietata, ma comunque condita da qualche dose di compassione verso gli ultimi e le vittime di soprusi. Davvero la sua vita è stata una soluzione omogenea di medicina, giornalismo e letteratura. Appena laureato in medicina predispose uno studio dove curava gratuitamente i poveri, nel suo slancio emotivo di migliorare il mondo in cui viveva che trasmise anche alle sue opere letterarie. Denunciare le ingiustizie sociali che spesso lui vedeva nel suo studio e contro le quali si batteva anche nella sua professione di giornalista. Ad esempio nel suo libro “La steppa” diede sfoggio di questa perizia medica unendovi la capacità di analizzare oggettivamente la realtà circostante. Ciò che ne risultò fu una denuncia delle condizioni di vita precarie di chi era condannato ai lavori forzati, internato appunto nelle steppe del Don in quelle specie di Gulag ante litteram già in uso nella sua epoca. Visitò molte carceri, insistette per la costruzione di scuole e ospedali, tutto con un’attenzione ai più deboli che mescola ardore medico e pietà letteraria. E il suo stile scrittorio è così piacevole che molti lo esortarono a smettere con la professione medica e a dedicarsi interamente a quella giornalistica e letteraria. Ma lui sentenziò, una volta per tutte, che “la medicina è la mia sposa, la letteratura è la mia amante”. Cechov, professandosi fedifrago, non poteva abbandonarne una e non poteva prescindere da entrambe. Perciò un buon numero di sue opere ha come personaggi dei medici (“Il gabbiano” o “Le tre sorelle”) e continua a far convivere il successo letterario con la missione di medico. Infatti, nel 1892, quando scoppiò un’epidemia di colera nella regione di Melikhovo, dove si era stabilito con la famiglia, non esitò a scendere in campo per soccorrere gli abitanti della zona, poveri e riuniti in tanti piccoli villaggi. Le persone ammalate non avevano niente, tantomeno potevano permettersi di pagare le cure mediche necessarie a sopravvivere. Ecco perché Cechov presta loro aiuto in modo gratuito e, senza chiedere un rublo, assistette giorno e notte questi contadini indigenti suoi conterranei. Mostrò quindi un sentimento di compassione per i più poveri della società russa che lo ha sempre contraddistinto unito ad un grande attaccamento allo spirito della professione. Sì perché mentre curava gli altri, Cechov era il primo ad essere ammalato: egli soffriva da tempo di tubercolosi e, in quel periodo, la gravità della malattia iniziava ad acuirsi fino a diventare fatale per lui dodici anni dopo, nel 1904. Egli era solito dire che “Perfino essere malato è piacevole, quando sai che ci sono persone che aspettano la tua guarigione come una festa” ed è forse per questo che non esitava nell’offrirsi per aiutare qualcuno a superare le malattie o i traumi. Offrirsi è la parola giusta: nessuno lo avrebbe obbligato a farlo perché era malato anche lui, perché non ci avrebbe guadagnato nulla, perché (come denunciò in una lettera) gli mancavano persino le attrezzature necessarie. Ma tutto questo passò in secondo piano di fronte all’impeto di soccorso innato di questo scrittore-medico mancato prematuramente a quarantaquattro anni. Sacrificò il suo tempo per gli ammalati e mise anche a repentaglio le sue già precarie condizioni di salute pur di assolvere ai doveri di medico, quei doveri che da Ippocrate in poi vengono tramandati di professionista in professionista fino ai fatidici nostri giorni. 

 

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