ELPHABA: L. FRANK BAUM CI MOSTRA LE STREGHE PIÙ “WICKED” DELLA STORIA DELLA LETTERATURA

La malvagia strega dell’ovest è l’apice di una tradizione letteraria che ha radici fin dalla letteratura greco-romana.

 

Elphaba, Erichto, Medea, Canidia, Panfile: sorelle accomunate dal modello della donna che attraverso incantesimi e intrugli ostacola il protagonista. La fortuna di questo modello attraversa i secoli e raggiunge nel ventesimo secolo innovazioni che rendono il romanzo di L. Frank Baum, Il meraviglioso mago di Oz, un best seller americano.

“NO ONE MOURNS THE WICKED”: ELPHABA E LA STREGA MALVAGIA DELL’OVEST

Il recente adattamento cinematografico di Wicked, diretto da Jon M. Chu e suddiviso in due parti  cerca di portare questa celebre storia sul grande schermo. Il film si propone di arricchire la narrazione e di esplorare più a fondo la complessità di Elphaba, evidenziando il contrasto tra le sue motivazioni e come viene vista dagli altri e dalla società. Sebbene non sia stato ancora pubblicato, le prime anticipazioni indicano che il film manterrà l’immagine di Elphaba come una figura tragica e potente, capace di suscitare empatia nel pubblico e di mettere in discussione le nozioni tradizionali di bene e male.

Nel romanzo originale Il meraviglioso Mago di Oz, Elphaba è la strega dell’Ovest e viene presentata come una figura temuta e malvagia, antagonista di Dorothy, la protagonista. Descritta come una donna potente e feroce con la pelle verde, Elphaba rappresenta un simbolo di “alterità” rispetto agli altri personaggi. Anche se svolge il ruolo di nemica, il libro non approfondisce la sua personalità né le sue motivazioni. Il suo principale obiettivo è ostacolare Dorothy e i suoi amici, cercando di impedire loro di ottenere la scopa magica per sconfiggere il Mago di Oz.

Nel racconto, la strega dell’Ovest è vista come una figura crudele e malvagia, simbolo di un potere tirannico e oppressivo. Tuttavia, Baum non offre una visione approfondita della sua storia o dei suoi motivi. È un personaggio minaccioso e temuto da tutti, visto come l’incarnazione del male, ma la sua caratterizzazione è piuttosto semplice e non complessa.

La vera innovazione nella rappresentazione di Elphaba arriva con il libro di Gregory Maguire, Wicked: The Life and Times of the Wicked Witch of the West (1995), che ha ispirato l’omonimo musical. In questa nuova interpretazione, Elphaba non è più solo una strega malvagia, ma un personaggio ricco e sfaccettato. Maguire racconta la sua storia in modo che il lettore possa comprendere le sue motivazioni, le difficoltà e le sfide che ha affrontato, mostrandola come una figura tragica, oppressa e mal compresa.

Nella versione di Maguire e nell’opera teatrale Wicked, Elphaba è una giovane donna intelligente e determinata, con un forte senso di giustizia e la capacità di amare e lottare per i propri ideali. La sua pelle verde diventa un simbolo di diversità e di estraneità, e nella sua vita, la discriminazione e l’isolamento sono temi ricorrenti. Elphaba è inizialmente presentata come un’eroina che si oppone all’ingiustizia e alla corruzione, ma per il potere che rappresenta diventa una minaccia e viene percepita come la “strega malvagia” dalla società.

Il musical approfondisce anche la relazione tra Elphaba e Glinda, la “strega buona” del Nord, evidenziando la complessità e i momenti difficili della loro amicizia, fatta di legami e conflitti. Queste sfumature rendono Elphaba un personaggio capace di suscitare simpatia e empatia, rivelando la sua lotta interiore e il sacrificio necessario per rimanere fedele a se stessa e ai propri principi.

LE MAGHE NEL MONDO GRECO ANTICO

Nell’antica Grecia esistevano figure simili alle streghe, conosciute come Strigae nel mondo latino. Oltre alla famosa Circe di Omero, la strega in Grecia era spesso usata come spauracchio per spaventare i bambini. Un esempio noto è Mormò, una donna di Corinto trasformata in un mostro dopo aver divorato i propri figli. Nella superstizione greca, Mormò era vista come una divinità minore e uno spettro femminile che si nutriva di lattanti e causava caos in case e botteghe.

Il nome Mormò deriva dalla parola mòrmoros, che significa “paura”, poiché la figura era temuta per il modo sinistro in cui sussurrava il proprio nome, spaventando i bambini. Le principali fonti di questa figura si trovano nelle commedie di Aristofane, come Gli Acarnesi e La Pace. Inoltre, la letteratura latina fornisce altre testimonianze sulle streghe, come nel caso di Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (XI, 232), dove la strega è descritta come una nutrice che avvelena i bambini con il proprio latte. Nel Satyricon di Petronio, un racconto ambientato durante un simposio, si narra di un attacco delle Strigae al corpo di un bambino morto.

Un altro aspetto della mitologia greca è rappresentato da Ecate, la divinità delle arti magiche e della stregoneria, nonché regina dei demoni, degli spettri e delle anime dei defunti. Ecate era invocata da chi praticava la necromanzia e, secondo alcuni miti, era madre di Medea, Circe e Scilla. Le sue ancelle, note come Lamie o Empuse, erano creature femminili che combinavano sembianze umane e animali. Erano temute per il rapimento dei bambini o per apparire come spettri seduttori, attrarre giovani uomini e nutrirsi del loro sangue. Queste figure erano considerate servitrici di Ecate, ma alcune tradizioni le vedono come sue figlie. Col tempo, nel Medioevo, il termine “Lamie” si trasformò in sinonimo di strega.

“CANIDIA CON LA VESTE NERA E LA CINTA IN VITA” LE STREGHE DEL MONDO ROMANO.

Nel mondo latino, invece, Ovidio, ad esempio, parla di Dipsas nei Amores, descrivendola come una vecchia esperta di magie e incantesimi. Dipsas aveva il potere di far rifluire i fiumi alla loro sorgente e di colorare il cielo, la luna e le stelle di rosso sangue. Inoltre, di notte il suo corpo si trasformava, coprendosi di piume, e volava nell’oscurità per profanare le tombe e richiamare i morti.

Le Strigae, figure mitiche dell’antica Roma, erano uccelli malefici e di cattivo presagio, che si nutrivano di carne e sangue umano, soprattutto di bambini, e strappavano le interiora con gli artigli. Non erano zombie o cadaveri resuscitati come i vampiri; la loro forma era il risultato di una metamorfosi. Il termine strigae deriva probabilmente dal verbo stridere, per imitare il verso che facevano di notte. In latino, il termine strix si riferisce ai rapaci notturni e a volte viene usato anche per indicare il vampiro. Ovidio le descrive nei Fasti come uccelli rapaci, con una testa grossa, occhi spalancati, piume grigiastre e artigli affilati. Volando di notte, rapivano i bambini dalle loro culle e li straziavano, bevendo il loro sangue fino a saziarsi.

Le Arpie, creature della mitologia greca con testa di donna e corpo di uccello, sono considerate parenti delle Strigae. Anche loro erano spaventose e portatrici di sventura.

Una delle streghe romane più celebri è Canidia, descritta da Orazio nei suoi Epodi e Sermones. Canidia era una figura inquietante, spesso vista come una profumiera di Napoli dedita alle arti magiche. Il poeta latinò il suo vero nome, Gratidia, in Canidia. In una delle Satire, Canidia è vista con altre streghe, come Sàgana e Veia, che compiono riti oscuri e macabri, come dilaniare un’agnella per evocare gli spiriti dei morti. La scena è descritta come inquietante, con Canidia e le altre streghe scavate nella terra e consumando l’animale, mentre un dio protettore, la statua di Priapo, le scaccia.

Nel V Epodo di Orazio, intitolato Le malìe di Canidia, la strega è mostrata come un’infanticida spietata. Un bambino le chiede pietà, ma lei, invece di avere compassione, lo rapisce e lo tortura fino alla morte. Orazio descrive le maledizioni e i rituali macabri della strega, che usa ingredienti sinistri come erbe velenose e ossa strappate da animali.

Un’altra figura famosa delle streghe latine è Eritto, descritta nel poema epico Pharsalia di Lucano, noto anche come De bello civili. Eritto è una maga della Tessaglia, esperta di necromanzia e capace di comunicare con gli spiriti dei defunti per predire il futuro. Nel VI libro, Sesto Pompeo si rivolge a lei per sapere l’esito della battaglia di Farsalo. Eritto evoca un soldato morto e, in un rituale macabro, fa rivivere il suo corpo, che però è gelido e lacerato, e l’anima si rifiuta di rientrarvi. Lucano descrive creature mostruose come Medusa, accentuando il senso di orrore e la visione profetica della rovina imminente.

 

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