All’Università di Torino è stato annunciato il primo corso di Queer Studies in Italia, ma che cosa sono? E che cosa studieranno le nuove generazioni di studenti dell’ateneo torinese? Scopriamo qualcosa in più di una teoria che fa tanta paura al nostro attuale governo.

Nel periodo del governo della famiglia, della “ideologia gender” e di altre feroci assurdità che si arrogano il diritto di decidere chi deve andare a letto con chi, come dobbiamo chiamarci e in che modo dobbiamo sentirci nella nostra pelle, l’Università di Torino lancia un messaggio di speranza introducendo nella sua offerta formativa un corso del quale tutti pensano di sapere tutto, ma in realtà (quasi) nessuno sa nulla. Facciamo, allora, luce sulla parola queer, sulle sue premesse teoriche e sulla sua sacrosanta volontà di far capire ai più che come ci chiamiamo, vestiamo, amiamo e facciamo sesso, sono soltanto fatti nostri.
Il primo corso di Queer Studies in Italia
É una notizia dell’ultima ora. Il 2 dicembre è apparso sul sito dell’Università di Torino l’annuncio del primo corso interdisciplinare di Queer Studies in Italia. Si tratta di un corso da 6 CFU, tenuto completamente in inglese, che afferisce al corso in Global Law and Transnational Legal Studies, di più ampio respiro, ma al quale potranno accedere tutti gli studenti dell’Ateneo. Il corso, tenuto dal Professor Antonio Vercellone, docente di diritto privato, non soltanto affronterà argomenti come i presupposti teorici della teoria queer, il femminismo, la fondamentale intersezionalità che esiste in tutte le forme di discriminazione, ma farà breccia anche su altri temi come gli stereotipi sessuali e di genere nei media e il rapporto tra omosessualità e cristianesimo. Al coro, inoltre, parteciperanno numerosi esperti e accademici che appartengono a diverse discipline e che possano fare una panoramica che sia davvero a 360 gradi su di una teoria che dagli anni ‘90 cerca di scardinare un’ideologia eteronormativa che, come il bue che dice cornuto all’asino, proietta sulla queer theory la sua fondamentale e ingiustificata ideologia secondo la quale è il nostro sesso biologico a decidere chi e che cosa dobbiamo essere e amare.
Queer studies, questi sconosciuti
Se cercassimo la parola “queer” sul dizionario, ci troveremmo di fronte a termini come “strano”, “anormale”, “reietto”. Durante il secolo scorso, però, la comunità LGBTQAI+, fa una magia, iniziando ad utilizzare quel termine che per tanti anni è stato mezzo di incriminazione e discriminazione, come vessillo, come una bandiera da sventolare alta, perché definirsi queer era (ed è) un vanto. Attraverso la sua risemantizzazione, infatti, gli attivisti e gli accademici hanno tolto da sotto al tappeto tutte le violenze alla base del sessismo e dell’ omofobia. Nati durante il secolo scorso da grandi uomini e grandi donne come Teresa de Lauretis, la queer theory ha alla sua base il concetto di “performatività del genere” di Judith Butler, secondo il quale non siamo maschi e femmine, ma facciamo i maschi e le femmine. Il nostro genere di appartenenza non è determinato dal nostro sesso biologico, piuttosto, sono le azioni che noi facciamo ad ascriverci alle categorie sociali di maschio e femmina. Per la Butler “essere uomini e donne” non è qualcosa che si realizza una sola volta nella vita, piuttosto, il genere ha bisogno di essere costantemente performato attraverso norme sociali e culturali che definiscono la mascolinità e la femminilità. Se il genere, quindi, è il risultato delle azioni socialmente costruite che portiamo a termine, secondo i queer studies l’omosessualità e qualsiasi altra forma di sessualità non eteronormativa, vanno considerate come un nuovo e opzionale stile di vita, modo di essere, piuttosto che come una devianza o una trasgressione (ma poi, trasgressione da cosa? Dal decidere con chi mi va di andare a letto?). Ed è proprio nell’ambito dei queer studies che nasce la questione dell’identità di genere secondo la quale un uomo (biologico) può identificarsi nel genere femminile e viceversa, e non in un cavallo, un bollitore o una macchina da scrivere, come scherza l’italiano medio che di queste cose ne ha sentito parlare soltanto da Salvini e Cruciani. Alla base dei queer studies vi è il più fondamentale, universale e sacrosanto concetto di libero arbitrio, della libertà di scegliere sia di rimanere nella propria pelle che di cambiarla, qualora non ci stessimo bene dentro, senza nuocere né ledere a nessuno, ma livellando il piano, diffondendo un punto di vista secondo il quale il sesso biologico, il genere e l’orientamento sessuale sono tutte questioni slegate e private, sulle quali siamo noi a scegliere e sindacare per noi stessi e non per gli altri, accogliendo, tutti quanti, nella nostra vita, la fondamentale e sacrosanta arte del farsi i fatti propri.
Chiamate l’ambulanza per la destra italiana
Ma un governo che fa della discriminazione, del sessismo, omofobia, eteronormatività e bigottismo il suo programma elettorale e di governo come l’ha presa? Male, ovviamente. Ed è proprio l’università, l’istituzione che più di tutte negli ultimi anni è stata bistrattata, mortificata e costantemente privata dei fondi, ad aver dato lo smacco a persone che sono dove sono perché né loro, né il loro elettorato ha idea di cosa stanno parlando. La cultura rende liberi, la conoscenza è potere e l’Università di Torino ha dimostrato proprio questo, che i fiori nascono anche nel cemento, soprattutto in quello.
La nascita di un corso del genere in Italia, nell’attuale momento storico, non è soltanto un messaggio di speranza, ma di rivoluzione. Una rivoluzione più o meno silenziosa che nasce dai giovani studenti, da quella parte della società massacrata da tutti ma che un giorno, si spera, sarà una classe dirigente nuova, aperta, giusta, egualitaria, nel segno di una libertà che sia reale e non soltanto per l’uomo bianco, etero, caucasico.

