Il Superuovo

Ecco perché i dialetti sono la vera anima dell’italia, anche nel 2020

Ecco perché i dialetti sono la vera anima dell’italia, anche nel 2020

Ecco alcuni motivi per cui i dialetti italiani sono alla base della nostra cultura, anche nel 2020.

Il poeta Salvatore Di Giacomo

Nell’Italia di oggi i dialetti sembrano trovare sempre meno spazio, ciò è un vero peccato data la rarità di lingue così diverse in un territorio così piccolo, la nostra lingua e la nostra arte sono solo una piccola parte di questi dialetti.

Mi raccomando parla italiano

Quante volte da piccolo mi sono sentito dire questa frase: “Mi raccomando parla italiano”; sinceramente non capisco quale forma di maleducazione ci sia nel parlare il proprio dialetto, anche perché è inutile nasconderselo, la vera anima di ogni italiano parla in dialetto, anche il più colto dei colti in situazioni di estrema rabbia o qualsiasi altra emozione si lascia travolgere dalle espressioni che ha represso per una vita e che ha ereditato dai genitori e dai nonni. Oggi giorno in Italia i dialetti stanno sfumando sempre più, forse la colpa è anche delle lingue estere che sempre più coinvolgono la nostra vita quotidiana, sta di fatto che in Italia coloro che parlano il dialetti sono sempre e meno e quei pochi che rimangono sono classificati come ignoranti. L’unica soddisfazione in materia la danno le regioni del Sud che per fortuna e purtroppo sono le uniche a conservare questa grande ricchezza o meglio, l’italiano non viene accettato come il proprio dialetto. Non è il caso di citare i padri della lingua italiana, basta fermarsi al Manzoni che sciacqua i panni nell’Arno, da lì è iniziata la catalogazione dei dialetti come forma di volgarità, forse oggi dovremmo riscoprire la bellezza e l’importanza di queste piccole lingue per la nostra cultura. E’ importante però sottolineare che i due dialetti principali in Italia, ovvero il napoletano (parlato in Abruzzo, Campania, Lazio, Basilicata, Molise, Puglia e Calabria) e il siciliano (parlato, ovviamente, in sicilia e addirittura in alcune località marittime del Cilento!), sono stati e sono tutt’ora il manifesto del bel paese in tutto il mondo. Per me, “scugnizzo” emigrante il dialetto è una delle poche cose che mi riallaccia alla mia terra e mi chiedo come sia possibile chiamare volgarità ciò che, anche all’estero, è pura poesia.

Massimo Troisi nei panni dell’ultimo Pulcinella

Questione di cultura, non di ignoranza

Purtroppo la mia conoscenza dei dialetti si limita alla generalità più totale fatta eccezione per il mio dialetto, ovvero quello napoletano, che non mi stancherò mai di definire vera e propria lingua con determinate regole lessicali e grammaticali, non c’è bisogno di ricordare l’indipendenza linguistica della mia città dato che sin dall’epoca romana  Neapolis era l’unica città d’Italia a parlare greco e così si spiega l’utilizzo dell’articolo “‘o” e l’etimologia di determinate parole come “Purtuall” che significa arancia e deriva dal greco arcaico “Portokallios”, si intravedono miscugli con lo spagnolo attraverso parole come “Palomba” che sarebbe la colomba e deriva da “Paloma”, “Struppiarsi” che significa farsi molto male e deriva da “Estropear”; non manca il francese con il blu che diventa “Bleu” e il cavatappi che diventa “Tirabusciò”, nella lingua napoletana ci si mette anche l’arabo che ci regala parole come “ammuina” letteralmente tradotto come “casino” e termine utilizzato anche nel codice navale Borbonico, questo a dimostrazione del fatto che l’allora lingua “napolitana” era studiata in tutta Europa e non c’è da meravigliarsi se la canzone italiana e napoletana più famosa del mondo “‘O Sole Mio” sia stata scritta ad Odessa e non Italia. Spesso un soggetto che conosce il nostro dialetto nelle minime sfumature come me viene etichettato come ignorante… ma voi sapete quanto è stata importante la mia lingua ai fini della vostra e mia cultura? le favole dei fratelli Grimm? esempio di plagio al buon Basile che per primo ha raccolto le favole nei suoi scritti in lingua partenopea, la canzone napoletano non avrebbe avuto vita se non fosse stata basata su una lingua, non esiste una varietà di canzoni come quelle napoletane a livello dialettale, non si casca nella mediocre volgarità come pensate, non esiste la canzone milanese, torinese o veneziana, forse dagli stornelli romani in giù si sente qualcosa ma nulla e vario e deliziosamente accurato come la canzone napoletana, una forma di cantautorato figlia della poesia più che della tarantella, ne è l’esempio Salvatore Di Giacomo autore di poesie in dialetto di inestimabile bellezza tra le quali “Era De Maggio”, a mio avviso, la più bella canzone napoletana di sempre per quanto riguarda il testo.

Il Teatro e il cinema, punti di evoluzione

La capacità che ha la mia lingua di sopravvivere è spettacolare, si è evoluta in quasi 3000 anni e continua a farlo tutt’ora, è incredibile come il napoletano sia riuscito ad integrarsi perfettamente con tutte le epoche che ha attraversato, dai racconti dei cronisti del ‘600 al rap dei Co’sang e alla musica Indie di Liberato, nel solo ‘900 la lingua è passata per le mani dei teatranti come Eduardo Scarpetta, Eduardo De Filippo e Vincenzo Salemme; nelle mani dei grandi registi come Vittorio De Sica e Paolo Sorrentino; nelle mani dei grandi attori come Totò, Massimo Troisi,Lello Arena, Benedetto Casillo, Carlo Buccirosso, Maurizio Casagrande e Alessandro Siani; nelle mani dei più grandi musicisti come Enrico Caruso, Roberto Murolo, Renato Carosone, James Senese, Pino Daniele e ultimi Clementino e tutti gli altri; nelle mani dei grandi letterati come Benedetto Croce, Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio, Erri De Luca. il dialetto napoletano è in continue evoluzione e resterà vivo, gli altri probabilmente moriranno, noi, sarà per ignoranza oppure per passione, continueremo a dare lo stesso suono alle parole e quando tra qualche decade nel resto d’Italia si studierà Shakespeare anziché Tasso, (in alcuni casi già succede) e si dirà “I Love You” invece che ti amo, noi continueremo a leggere la nostra poesia come facciamo da secoli e continueremo a dire “Je te voglio bene assai” per dichiarare l’amore. Del resto lo si fa dal 800 A.C. e siamo nel 2020, lo faremo anche nel futuro.

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