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Ecco cosa si cela dietro il suicidio dei guerrieri: il seppuku e la devotio

Ecco cosa si cela dietro il suicidio dei guerrieri: il seppuku e la devotio

Escludendo cause legate a disturbi specifici, ci sono contesti culturali sia nel mondo occidentale che in quello orientale in cui, seppur con le dovute differenze, il suicidio ha assunto un valore di protesta.

Un atto estremo come il suicidio assume in alcune culture una valenza specifica, quasi rituale.
É certamente il caso della cultura giapponese, ove era frequente per i samurai compiere un suicidio rituale denominato seppuku, un gesto forte e di notevole impatto sulla società del tempo.
Eppure anche nel mondo occidentale gli esempi di suicidio rituale non mancano, basti pensare al mondo classico.
Gli Antichi Greci non avevano un’alta considerazione di un gesto simile e lo ritenevano valido solo se compiuto da personaggi importanti in determinate circostanze.
Per i Romani, invece, era considerato diritto di ogni cittadino e aveva le motivazioni più disparate, in relazione a dottrine filosfiche come lo stoicismo (basti pensare al suicidio di Seneca), in relazione a motivi strettamente politici (il suicidio di Catone il Censore ne è un grande esempio), come dimostrazione d’amore eterno o, in alcuni casi, per devotio
Quest’ultimo, proprio come il seppuku giapponese, era prerogativa dei guerrieri.

 

Il seppuku

Il termine seppuku (o, in alcuni casi, harakiri) identifica un suicidio rituale dell’Antico Giappone, che poteva essere volontario o meno ed interessava soprattutto la casta dei guerrieri samurai. 
Tale rituale aveva una valenza molto forte, il guerriero poteva decidere di praticarlo in caso di lutto per esprimere cordoglio oppure in segno di coraggio per fuggire ad una morte certa e senza onore. Il caso più importante, però, era quello in cui il samurai decideva di porre fine alla sua esistenza in segno di protesta per un’ingiustizia subita unicamente da lui o dal suo intero popolo, scegliendo quindi una via paradossale in cui suicidarsi sia una promessa di libertà. Il samurai si trafiggeva quindi l’addome, sventrandosi e cadendo in avanti (mai all’indietro) e una volta a terra un fido compagno da lui scelto procedeva alla decapitazione, al fine di non lasciargli sul volto un’espressione addolorata.

Il suicidio per devotio

Quanto accadeva in Giappone non è tuttavia molto differente da quanto accadesse nell’Antica Roma. Anche la tradizione occidentale attribuisce infatti al suicidio una valenza particolare e in particolar modo era frequente presso i guerrieri il suicidio per devotio.
In questi casi accadeva che il comandante di un esercito potesse decidere di sacrificare la propria vita come offerta agli dei, per garantire la vittoria e la libertà dei propri soldati.  
Secondo le fonti il primo caso fu quello del console Publio Decio Mure che, durante una battaglia, dopo aver consultato il volere degli dei, si suicidò durante l’azione militare indossando una toga praetexta e invocando le divinità. I suoi nemici, confusi, iniziarono ad arretrare, mentre i suoi soldati, colpiti dal gesto, combatterono con maggiore tenacia e vinsero la battaglia. 

 

Il caso di Yukio Mishima

Nonostante queste considerazioni appartengano al mondo antico, è di soli cinquant’anni fa la vicenda di Yukio Mishima, celebre scrittore, poeta e drammaturgo giapponese. Il suo nome è legato ad una vicenda che ha scosso il Giappone (e il mondo) il 25 novembre del 1970, giorno in cui egli completò la sua ultima opera.
Dopo la consegna del romanzo al suo editore, Mishima si recò al Ministero della Difesa con dei compagni fidati (membri della Società dello Scudo, una milizia paramilitare) per l’ennesima protesta contro l’occidentalizzazione del Giappone. Il trattato di San Francisco aveva deluso particolarmente le aspettative politiche dello scrittore che, pertanto, decise di compiere pubblicamente il seppuku, inginocchiandosi dinnanzi alla folla e pugnalandosi l’addome, venne poi decapitato da un suo compagno a lui molto caro, che si tolse anch’egli la vita.
All’epoca il mondo lo percepì come un gesto di grande valenza e di grande impatto, memore di quanto i fattori sociali e culturali (perlopiù appartenenti al mondo antico) possano attribuire una valenza sacrale alla morte, scardinandola da una visione macabra e donandole un valore diverso, di protesta, di una ribellione sorda dinnanzi alla quale non si può far altro che tacere. 

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