Il terzo episodio della “trilogia delle donne” del regista cileno affronta l’esperienza queer in una subcultura religiosa londinese
L’intensa storia d’amore fra Ronit ed Esti rappresenta uno degli esempi cinematografici più significativi sull’eterno contrasto fra la libertà di espressione e di scelta e l’ortodossia di una comunità eccessivamente rigida e tradizionalista, mettendo in discussione i limiti dell’autorità religiosa.
UNA STORIA MAI FINITA
Presentato per la prima volta al Toronto International Film Festival, “Disobedience” racconta la storia di Ronit, una fotografa inglese residente a New York, che decide di ritornare a Hendon, un sobborgo di Londra, in seguito alla notizia della morte del padre, il Rav Krushka, rabbino della comunità ebraica ortodossa da cui la protagonista era fuggita anni prima. Al suo ritorno, Ronit ritrova, fra gli altri, anche Esti, sua vecchia amica di infanzia con cui aveva vissuto un’intensa storia d’amore durante l’adolescenza: l’essersi ritrovate dopo tanti anni riaccende una passione mai sopita, innescando anche un duro contrasto con la rigida comunità di Hendon.

SESSUALITA’ E COMUNITA’
Nel raccontare la relazione amorosa fra le due protagoniste, il film di Sebastián Lelio riesce ad affrontare contestualmente anche tematiche fondamentali spesso ignorate dalla maggioranza delle produzioni hollywoodiane, come la fede, i ruoli di genere, la libertà d’espressione della queerness, oltre che i punti di incrocio fra le tematiche stesse. Ad esempio, un’analisi più approfondita del tema queer non può essere condotta senza osservare e valutare le intersezioni con l’altro aspetto fondamentale del film, ossia la narrazione delle comunità religiose ortodosse: in tal senso, l’intento del regista è rivolto, pertanto, ad analizzare gli ostacoli e la resistenza dell’essere queer all’interno delle comunità ebraiche ortodosse. Infatti, nello sperimentare e scoprire la loro sessualità all’interno della comunità, Esti e Ronit incontrano numerose difficoltà e ostilità, fra cui la più impegnativa riguarda, senza dubbio, l’obbligo istituzionale dei ruoli di genere: in particolare, l’imposizione religiosa e sociale del matrimonio eterosessuale al fine di garantire una progenie è ciò che ha allontanato Ronit ed Esti durante l’adolescenza, innescando in loro sentimenti di vergogna e disonore, e ha determinato la partenza di Ronit da Hendon.
COMING OUT
Date queste premesse, appare chiaro come l’affrancamento dalla comunità ebraica ortodossa e la consapevolezza di un’identità LGBT rappresentino, quindi, quasi una forma di coming out e come il personaggio di Ronit sia protagonista di un doppio coming out, come ex ebraica e come queer.
Allo stesso tempo, però, la scelta di Ronit di abbandonare la comunità e la fede per vivere la sua queerness non è presentata, nel film di Lelio, come l’unica opzione possibile: Esti, infatti, non segue lo stesso percorso della compagna in quanto, pur decidendo di distaccarsi dalla comunità di origine, sceglie di imparare a essere autonoma, mantenendo salda la sua fede. Ciò costituisce, di fatto, un punto di svolta in quanto dimostra che per essere libera, la co- protagonista non deve necessariamente rinnegare l’identità queer o quella ebraica ma che, al contrario, esse possono intrecciarsi e convivere pacificamente l’una con l’altra.
UNO SPAZIO TUTTO PER SE’
La scelta di Esti, infine, introduce un ultimo ma fondamentale tema corollario del film, ossia la misura dello spazio in cui è possibile sperimentare la queerness nel contesto della fede, del rituale e della comunità. Nello specifico, l’intimità queer innescata dalla segregazione di genere trova una sua propria declinazione anche nella forma apparentemente più immediata del contatto fisico: la tradizione religiosa, infatti, sembra legittimare più i contatti fra donne che quelli fra due persone di sesso opposto permettendo, quasi come un effetto collaterale, lo sviluppo dell’espressione e dell’intimità queer fra i personaggi femminili e connotandolo come un’esperienza profondamente religiosa. Quest’ultima riflessione si configura come un potente messaggio per il pubblico, funzionale alla destrutturazione della nozione stereotipata di comunità ebraica ortodossa: infatti, la narrazione di temi come la libertà di disobbedire e la possibilità di vivere spazi in cui esprimere l’essenza queer dimostra non solo come l’ebraismo ortodosso non sia totalmente e intrinsecamente oppressivo ma che, all’interno di tale contesto, sia permesso, se non persino necessario, vivere l’opportunità di un’intimità .
