Ecco come Leopardi e i Dream Theater affrontano il grande tabù: la morte

Quello della morte è uno dei temi più affrontati sia in musica che in letteratura, ma cosa ne pensano Leopardi e i Dream Theater?

File:Dream Theater live at Mediolanum Forum, Assago - February 12th, 2020.jpg - Wikipedia

 

Da quell’errato pessimismo cosmico che viene affibbiato a Leopardi alla storia Di Nicholas con il quinto album dei Dream Theater.

Giacomo Leopardi - Wikipedia

 

Metropolis Pt 2: Scenes from a Memory

Il 26 ottobre del 1999 i Dream Theater pubblicano il loro quinto album studio. Definito ”concept album” parla della storia di Nicholas ripercorrendo la sua storia. Composto da due atti e dodici tracce è un album rock è la continuazione dell’album Metropolis Pt 1, con il quale però condivide solo aspetti di tipo musicale e non contenutistico. The spirit carries on fa parte del secondo atto ed è l’ottava scena delle dodici, le quali corrispondono alle tracce.

Scene Eight: The Spirit carries on

Preceduta da Scene Seven: The Dance of Eternity/One Last Time e seguita da Scene Nine: Finally Free, la scena conclusiva e una delle tracce più lunghe. L’ottava scena vede Nicholas, il protagonista dell’intera storia ripercorrere le domande più importanti che da sempre l’uomo si pone:

“Where did we come from?
Why are we here?
Where do we go when we die?
What lies beyond
And what lay before?
Is anything certain in life?”

(Da dove veniamo?/ Perché siamo qui?/ Dove andiamo quando moriamo?/ Cosa c’è oltre/ e cosa c’era prima? C’è qualcosa di certo nella vita?)

Queste domande provengono da un percorso che farà Nicholas: l’album si apre infatti con una traccia intitolata Regression – ”regressione” appunto- ed è il momento in cui Nicholas viene ipnotizzato dall’ipnoterapista. Da qui comincia a ripercorrere tutte le vicende che tormentano i suoi sogni e capisce di condividere i proprio spirito con quello di Victoria, una giovane donna assassinata che utilizzerà Nicholas come tramite per comunicare. Qualche scena dopo Nicholas riuscirà a sapere qualcosa in più sulla morte della donna, grazie ad un giornale del 1928 che racconta dell’omicidio. Ci saranno altre sedute ipnotiche che confermeranno la comunicazione tra i loro spiriti. E’ a questo punto che Nicholas comincia a porsi tutte queste domande, e continua:

“I used to be frightened of dying
I used to think death was the end
But that was before
I’m not scared anymore
I know that my soul will transcend
I may never find all the answers
I may never understand why
I may never prove
What I know to be true
But I know that I still have to try”
(Ero solito aver paura di morire/ Ero solito pensare che la morta era la fine/ Ma questo è stato prima/ Non sono più spaventato/ Io so che la mia anima trascenderà./ Magari non troverò mai tutte le risposte/ magari non capirò mai perché/ non ho mai provato./ So che quello è vero/ ma so che devo ancora provarci.)
Nicholas ha raggiunto una fortissima consapevolezza. Adesso sa che la morte non è la fine di tutto, ma che dopo avrà come un’altra vita. Tutto ciò grazie allo spirito di Victoria, che si è rivelato quasi una chiave di lettura per il ”dopo”.

Cosa ne pensa Leopardi?

Leopardi è scolasticamente dipinto come il poeta pessimista per eccellenza. In molti si sono ricreduti però, definendo la sua visione  della vita e delle cose più ”realista” che pessimista, un realismo che si adatta alla sua vita e al suo essere. Le prove del pensiero di Leopardi sulla morte sono molteplici, e derivano quasi tutte dalle Operette Morali. 

Uno dei dialoghi più particolari è quello chiamato Dialogo di Federico Ruysch e le sue mummie. Lo scienziato in questione, ha nel suo laboratorio delle mummie. Una notte ha la possibilità di parlare con loro per circa quindici minuti, istanti durante i quali Federico farà delle domande. Evitando domande sull’oltre (perché si tratta di questioni religiose) chiede invece come ci si sente e cosa si sente all’atto della morte, volendo risposte ”terrene” basate sulle sensazioni del fisico.

“Sola nel mondo eterna, a cui si volve
Ogni creata cosa,
In te, morte, si posa
Nostra ignuda natura […]”

Il soggetto dell’incipit del coro di apertura è la morte. La morte è qui vista come l’unico elemento eterno del cosmo, l’unico che gode davvero di infinita durata; ed è proprio davanti a questa che la natura umana è “ignuda”. Lontana da ogni concezione romantica, qui la morte è distante da ogni sensibilità. Non si sente nulla all’atto della morte, il corpo poco prima infatti è come se si quietasse.

Nel Cantico del gallo silvestre la morte è invece distruzione, perché ogni cosa è costretta a deperirsi, ogni cosa è costretta a morire, dunque ad essere distrutta. Allo stesso tempo però, la morte è liberazione, tanto che Leopardi scriverà:

“Questo è il solo benefizio che può riconciliarmi al destino. Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro netta da ogni macchia, dall’altro di morire oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi”.  

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