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Ecco cinque tra le espressioni latine ancora presenti nella lingua italiana

La lingua latina è ricca di espressioni e modi di dire che vengono usati ancora oggi in italiano, a dimostrazione dello stretto legame che intercorre tra lingua madre e lingua figlia.

Che l’italiano e il latino siano ancora strettamente connessi, non è certo un segreto. L’italiano accoglie l’eredità linguistica dell’antica Roma essendo tra le cosiddette lingue romanze o neo-latine, modellate sul retaggio logico, sintattico e fonetico latino (soprattutto latino volgare).
Appare quindi abbastanza ovvio che l’italiano conservi dei termini latini giunti a noi per tradizione ininterrotta, come salverosa, che noi parlanti utilizziamo nello stesso modo (e probabilmente con la stessa pronuncia) con cui essi venissero utilizzati dai nostri progenitori.
Esistono poi parole latine che usiamo inconsciamente, magari attribuendole a lingue straniere come l’inglese, basti infatti pensare a parole come tutor, monitor media (impropriamente pronunciato “midia”, a causa della scorretta attribuzione alla lingua inglese che lascia conseguire una tale storpiatura).
Esistono inoltre, pur non essendo tutti inseriti nel dizionario della lingua italiana, proverbi e modi di dire completamente latini che ancora oggi vengono utilizzati nell’italiano parlato, perché ne si conosce il significato o, ahimè, solo per darsi un tono. Tale fenomeno costituisce un elemento dissonante per coloro che sostengono che il latino sia una lingua morta e pertanto inutile, perché l’utilizzo frequente e assiduo di tali espressioni garantisce invece continuità al latino, soprattutto per espressioni che, se tradotte, perderebbero di efficacia comunicativa.
Eccone di seguito alcune:

1) Homo faber suae quisque fortunae

Per la lingua latina la parola fortuna non aveva lo stesso significato del corrispettivo italiano, perché indicava indistintamente la sorte, sia positiva che negativa, pertanto la traduzione sarebbe “L’uomo è artefice della sua sorte/destino“.

 

2) Per aspera ad astra

Quante volte abbiamo letto questo breve enunciato sui biglietti di auguri per una laurea o un traguardo importante?
Letteralmente vuol dire “Attraverso le asperità (si giunge) alle stelle“.

3) Ubi te Gaius ibi ego Gaia

Questa è un’espressione molto singolare, utilizzata in epoca romana durante la celebrazione dei riti matrimoniali in cui la sposa non solo si assumeva la responsabilità di seguire il marito e di stargli accanto, ma anche di assumerne il nome (da qui l’accostamento Gaius – Gaia). Letteralmente sarebbe “Dove tu Gaio, lì io Gaia” ma si potrebbe tradurre anche con “Dove tu sarai, io sarò“.

4) Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus

Un’espressione usata meno spesso delle altre, ma di eguale potenza comunicativa. Si tratta di un enunciato da attribuire a Seneca, che nel De brevitate vitae offre spunti molto validi sul valore dell’esistenza e del tempo. Ancora attualissimo, potremmo tradurlo con “Non abbiamo poco tempo, ma molto ne abbiamo perso“.

5) Gutta cavat lapidem non vi, sed saepe cadendo

Un’altra espressione molto celebre ai giorni nostri, che venne utilizzata da diversi autori nel corso del tempo. Sarebbe attribuita a Lucrezio che la usa nel De rerum natura, ma ne troviamo traccia anche nelle Epistule di Ovidio e nelle Elegiae di Tibullo. Pare inoltre che sia stata citata ed inserita in una metafora più ampia da Giordano Bruno nel suo Candelaio. Ad ogni modo è traducibile con “La goccia scava la pietra non con la forza, ma cadendo continuamente” e rappresenta un invito alla perseveranza nel perseguire i propri obiettivi.

 

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