È possibile dimenticare un amore? Jim Carrey e Kate Winslet sfidano la linearità del tempo

Quante volte ognuno di noi avrà desiderato cancellare un ricordo doloroso dalla propria mente? Tale desiderio appare chiaramente utopico… ma se esso si concretizzasse davvero?

La cancellazione dei ricordi è una tematica che poggia su basi incerte e molto delicate e proprio per questa sua “illusorietà” è stata spesso ripresa in molti ambienti artistici. Eppure anche la magia dell’arte, al momento dello scontro con la ciclicità del ricordo, è destinata ad uscirne annichilita.

 

Ciclicità, linearità e persistenza: lo scontro tra memoria e oblio in Salvador Dalì

“Quando un uomo siede due ore in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa rovente per un minuto e gli sembrerà che siano passate due ore. Questa è la relatività.”

Queste celebri parole pronunciate dal Albert Einstein del 1929 per rendere più accessibile i suoi studi sulla relatività costituiscono il fondamento di ogni ricerca svolta nel corso del Novecento riguardo ad aspetti temporali che hanno da sempre affascinato la mente umana. Tempo lineare, tempo ciclico, persistenza dei ricordi, modalità di cancellazione della memoria… sono solo alcuni degli aspetti su cui ha speculato l’uomo moderno dando vita alle più disparate interpretazioni e prese di posizioni. La tematica, seppur pertinente ad un universo ‘scientifico’, è risultata così intrigante da penetrare negli ambiti più disparati, dall’arte alla letteratura, dalla cinematografia alla musica. Proprio per questo ritengo possa risultare interessante far scaturire ogni possibilità di riflessione su ampia scala partendo da un’opera d’arte, un quadro che nella sua eccentricità e rinomanza richiama orde di visitatori ogni anno al Museum of Modern Art di New York: “La persistenza della memoria” di Salvador Dalì. Quella di Dalì è senza ombra di dubbio una delle figure del panorama artistico mondiale più usate ed abusate, ormai entrata a far parte dell’immaginario collettivo grazie a numerose pellicole incentrate sulla sua figura e che hanno reso l’artista spagnolo un simbolo di opposizione all’ordine prestabilito, di coraggio, di resistenza nel momento in cui ci troviamo a combattere contro qualcosa che ci appare più grande di noi. Eppure Dalì fu anche molto altro e non è di certo un caso se il dipinto cui ho fatto cenno poche righe or sopra sia stato realizzato soli due anni dopo le ricerche sulla memoria di Sigmund Freud. Il giovane pittore spagnolo, attratto da tutto ciò che sia sotteso al tempo e ai ricordi che esso lascia con sé, si annullò nella realizzazione di un’opera d’arte che avesse come focus un oggetto concreto e tanto concretamente banale quando allegoricamente sconfinato: l’orologio. La tela si trasforma in uno spazio  illusorio in cui quattro orologi prendono il sopravvento su uno sfondo che ritrae un paesaggio costiero della Costa Brava e nel quale fanno bella mostra di sé un parallelepipedo, un ulivo spoglio, un occhio dormiente, un plinto blu sullo sfondo. Eppure l’attenzione dello spettatore non può che ricadere su quegli orologi, indicatori temporali che appaiono sbiadirsi  sotto i suoi occhi ed assumere forme caratterizzate da un’inconsistenza che rivela la precarietà e l’illusorietà altrettanto evidente di quel tempo che nella vita di tutti i giorni siamo abituati ad abbellire di una falsa materialità che la concretezza del mondo in cui siamo racchiusi sembra imporci con una sorta di imperativo categorico kantiano. Ecco allora che Dalì ribalta la prospettiva: anche la materialità dell’orologio cessa di esistere e tre orologi mobili, liquefacendosi, assumono la forma dei loro sostegni indicando così  l’aspetto psicologico del tempo, il cui trascorrere muta in base alle diverse percezioni. Il quarto, pur mantenendo la sua forma, è assalito da formiche che rappresentano l’annullamento finale dell’oggettività del tempo.

“Le maschere sembrano essere l’incarnazione degli spiriti, gli orologi appaiono come l’incarnazione del “tempo”; la frase convenzionale che si usa nei loro confronti è: indicano il “tempo”. La domanda è: cosa indicano esattamente gli orologi?”.

Elias N., Saggio sul tempo

Nietzsche e l’oblio come presupposto della vita umana

Una delle immediate conseguenze dell’aspetto soggettivo del tempo e della sua precarietà consiste nella possibilità di affrontare il tema del ricordo, connesso all’antitetico oblio derivante dall’affievolimento del ricordo stesso, sotto un aspetto che deve inevitabilmente far riferimento alle concezioni di tempo lineare e tempo ciclico, nonché all’immaterialità insita nel concetto stesso di ricordo.

L’uomo si meraviglia  di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di rimanere attaccato al passato: per quanto possa correre lontano o velocemente, la catena corre con lui.

Sono queste parole di Friedrich Nietzsche, che aprono il primo capitolo di  “Sull’utilità e il danno della storia per la vita”, un saggio pubblicato nel 1874 e facente parte delle quattro “Considerazioni inattuali”, scritti essenzialmente polemici che il filosofo tedesco concepì contro la cultura tedesca di allora, considerata inattuale e paragonata alla semplice opinione pubblica, che rischiava di annientare ogni forma di sapere specialistico. Ritengo che il modo migliore per comprendere in toto il pensiero nietzschiano in riferimento al problema delle rimembranze umane sia tramite un paragone che il filosofo pose all’interno della sua opera tra l’animale e l’uomo: mentre l’animale, privo di memoria e ricordi, non avverte su di sé l’insostenibile fardello del passato ed è libero di vivere l’hic et nunc, al contrario l’uomo, a causa della facoltà del ricordare insita nella sua stessa natura, è destinato ad una imperitura sofferenza , un dolore che atrofizza l’azione impedendo la piena maturazione culturale dei grandi spiriti che l’evoluzione richiede. Ecco che questa riflessione permette di accostarci a quella mai sopita disputa che caratterizzò i due grandi pensieri, quello pagano e quello cristiano, tra tempo lineare e tempo ciclico, perfettamente aderente, o meglio, dipendente, dalla facoltà ricognitiva umana. Se per quanto riguarda il tempo lineare ci possiamo limitare alla semplice distinzione tra passato presente e futuro, che vede dunque un progredire costante della storia rappresentabile come una freccia che corre sempre nell’unica direzione di un ante-post (per approfondire rimando ad un mio precedente articolo circa l’invida aetas oraziana), nel discorrere sul tempo ciclico il ragionamento si fa più complesso e necessita qualche chiarimento. Tale concetto, sviluppato sin dai tempi degli antichi Greci, vede nel succedersi degli eventi un circolo che tende a farci tornare sempre nel punto da cui eravamo partiti, così da far perdere al futuro i suoi connotati, un futuro imprigionato in quella concezione che è passata alla storia col nome di “eterno ritorno dell’uguale”, ripresa poi da Nietzsche stesso: tutto muta e si rinnova secondo una legge razionale, che porta gli eventi a ripetersi costantemente, una ciclicità che prevede l’infinito ripresentarsi di situazioni nel complesso analoghe. Ed il ricordo? Ecco che il potere più peculiare dell’uomo prende il sopravvento con tutta l’impetuosa forza della sua circolarità, un potere che permette al solo essere umano di avvicinarsi al futuro, seppur nella linearità del tempo storico che la vita ci costringe a percorrere senza possibilità di deviazioni, con una ciclicità garantita dal ricordo stesso: è il ricordo del passato che ci fa vivere il futuro in modo diverso, con una consapevolezza nuova che possiede in sé quel magico eterno ritorno dell’uguale che, seppur nell’infimo della nostra natura, ci rende, in un certo qual senso, speciali.

Mi lasci? Ti cancello. Povera illusa…

Eppure Nietzsche non vedeva in questo passato che torna a materializzarsi sotto forma di ricordo una peculiarità umana del tutto positiva… il rischio di usare tale potere in modo erroneo è grande e il vivere nel passato senza sfruttarlo come strumento per il futuro non deve essere sottovalutato. Meglio cancellare definitivamente il passato? È ciò che avrà pensato Clementine, alias Kate Winslet, in uno dei capolavori della cinematografia del nostro millennio: Eternal Sunshine of the Spotless Mind, film del 2004 diretto da Michael Gondry e noto in Italia con un titolo che a mio parere rischia di banalizzare, e non poco, la grandezza dell’opera: “Se mi lasci ti cancello”. È la storia di due amanti, Joel (Jim Carrey) e Clementine che si incontrano casualmente su un treno e, tra una chiacchiera e l’altra, iniziano a costruire una relazione. Peccato che nessuno dei due è a conoscenza del fatto che entrambi erano stati fidanzati per due anni! Come è possibile una cosa del genere? Beh, nell’immaginazione cinematografica tutto è legittimo e la risposta a tale domanda risiede nell’evento che tira le fila dell’intero film: a causa di alcune difficoltà che nel corso di quei due anni erano sorte nel loro rapporto, Clementine, giunta al capolinea, aveva deciso di cancellare completamente Joel dalla sua vita. Si era così rivolta ad una clinica privata specializzata nel cancellare selettivamente i ricordi umani e così, da quel giorno, Joel era definitivamente scomparso dalla sua testa. E Joel? Il giovane, infuriato per la decisone della fidanzata, aveva fatto altrettanto, peccato che le cose non sarebbero poi andate come i due avevano immaginato… Riuscire a mantenere la lucidità nella visione di un film del genere non è impresa semplice. I salti spazio-temporali sono tanti, una sorta di gioco di scatole cinesi che sostiene un’impalcatura fatta di amore e ricordi mai sopiti, ma che riesce a trasformare una banale storia d’amore, quale quella che sembrerebbe delinearsi all’inizio del film, in un qualcosa di molto più profondo, che colpisce l’io senza dargli spazio di reazione per l’arco delle due ore in cui la storia si dipana. È giusto cancellare ciò che è stato, felice o infausto che sia? È giusto non servirci di quel potere che garantisce all’uomo di trasformare l’opaca linearità del tempo che scandisce la sua vita in una colorata ciclicità, per quanto pericolosa e delicata essa sia? Forse quella macchina che regola il nostro essere e che nel film è impersonificata dalla macchina dell’annullamento dei ricordi non ci è così superiore quanto potremmo immaginare, forse l’essenza dell’uomo non sta nell’azzeramento del passato, ma nella sua persistenza. Non è possibile ridurre ad una mera questione di chimica e manipolazioni meccaniche la complessità del pensiero umano e del modo in cui ricordi, emozioni, sentimenti sono capaci di ingarbugliarsi tra loro, il tutto regolato da una memoria che è e deve essere continua ripetizione. Certo, a volta ci potrebbe sembrare incredibilmente conveniente poter dimenticare alcuni dolori e drammi che abbiamo vissuto in quel marasma indefinito che siamo soliti generalizzare con il termine “passato”, così da affrontare il futuro senza farci condizionare dal dolore che abbiamo provato… ma non credete che questa sia una via per quanto facile, alquanto vigliacca e codarda? Doloroso o meno che sia, siamo tutti legati al tempo ciclico dei nostri ricordi che permettono agli eventi di scorrere, ricorrere, nella consapevolezza che tutto torna, e nulla è per sempre… nemmeno la fine.

 

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