È possibile cancellare un ricordo come Joel e Clementine in “Se mi lasci ti cancello”?

È veramente possibile cancellare un ricordo senza pensare alla lobotomia o alle elettro-stimolazioni del cervello? 

La comunità psicologia è a conoscenza del profondo legame bio-fisiologico tra memoria e emozioni.

Ma come si può svincolarli e dimenticare un’evento che non ci piace?

Approfondiamo insieme la questione sviscerando quello che ad oggi sappiamo sulla materia.

Cos’è la Memoria

La memòria [dal lat. memoria, der. di memor -ŏris «memore»] è, in generale, la capacità comune a molti organismi di conservare traccia più o meno completa e duratura degli stimoli esterni sperimentati e delle relative risposte.

In riferimento all’uomo il termine indica

  • la capacità di tenere traccia di informazioni relative a eventi, immagini, sensazioni, idee, ecc. di cui si sia avuto esperienza e di rievocarle quando lo stimolo originario sia cessato riconoscendole come stati di coscienza trascorsi
  • l’insieme dei contenuti stessi dell’esperienza

(http://www.treccani.it/vocabolario/memoria/)

Andando più nello specifico, la memoria è una funzione psichica e neurale di assimilazione.

È funzionale a qualsiasi animale al fine di beneficiare di esperienze così da evitare il rischio di danneggiamento fisico o per compiere azioni complesse che richiedono il susseguirsi di processi di causa-effetto (per esempio l’utilizzo di schemi precedentemente esplorati da un predatore per cacciare o da una preda per fuggire).

Per convenzione e semplificazione possiamo classificare la memoria “per durata” (esistono altre classificazioni che non affrontiamo per non creare confusione):

  • memoria sensoriale (memoria di brevissima durata e ridotte dimensioni che può essere considerata come una traccia mnestica di ciò che catturano i nostri sensi)
  • memoria a breve termine
  • memoria a lungo termine

Dal punto di vista psicologico la memoria si delinea come un processo legato a molti fattori, sia cognitivi che emotivi, e come un processo eminentemente attivo (e quindi non, o almeno non solo, un processo automatico o incidentale).

Il processo mnestico si configura dunque come un percorso dinamico di ricostruzione e connessione di rappresentazioni, piuttosto che come un semplice “immagazzinamento” di dati in uno spazio mentale statico.

E partendo da questo concetto passiamo a come questa sia estremamente collegata alle emozioni.

Memoria ed emozioni: il ruolo di ippocampo e dell’amigdala

Da vari studi è emerso che le strutture maggiormente responsabili nei processi mnestici sono l’ippocampo e l’amigdala, due strutture sottocorticali nel lobo temporale, facenti parte del sistema limbico (latino limbus, cioè “bordo”, “contorno”, comprende una serie di strutture cerebrali e un insieme di circuiti neuronali presenti nella parte più profonda e antica del nostro cervello).

L’ippocampo sembra essere correlato alla formazione della memoria a breve termine, ma non nel consolidamento della traccia mnestica (memoria a lungo termine). Esso raggrupperebbe informazioni processate da altre aree cerebrali sintetizzandole in un’unica configurazione di stimoli sensoriali esterni.

L’amigdala, o corpo amigdaloideo, è un complesso nucleare situato nella parte dorsomediale del lobo temporale del cervello che gestisce le emozioni e in particolar modo la paura: consente il controllo dell’informazione sensoriale e l’attribuzione di un particolare significato affettivo e/o emotivo a tale informazione.

Stato d’animo e memoria: come l’ emozione influenza il ricordo

Questo ci fa capire come, proprio per quanto riguarda i ricordi non prossimi, la componente emotiva sia biologicamente collegata con la memoria.

Nella comunità psicologica questo era noto sin dai tempi di Freud, anche senza averne la conferma scientifica, motivo per il quale proprio Freud parlava di “abreazione degli affetti” come meccanismo risolutivo dell’evento traumatico.

L’abreazione è un concetto fondamentalmente connesso al modello psicoanalitico: si può definire come una scarica emozionale avente una funzione catartica, prodotta tramite alcune tecniche che consentono di rivivere e di riesaminare una situazione patogena, e che permettono al soggetto di incanalare e portare alla coscienza i desideri, i pensieri, le esperienze inconsce che erano state rimosse in precedenza perché il loro contenuto non poteva essere accettato apertamente dal soggetto che le riteneva, in qualche modo, inopportune.

Quindi dobbiamo andare tutti in terapia per eliminare (o risolvere) un ricordo?

Innanzitutto, dovremmo porci la domanda “Perché voglio eliminare un ricordo?”.

Ma tralasciando l’etica o la morale di questa diffusa ma altrettanto rischiosa idea, il modo più comune per cercare di farlo è tappare la componente emotiva (strategia che, vedremo, risulta essere apparentemente efficacie ma a lungo termine del tutto disfunzionale).

Di fatti, non considerare la nostra componente emotiva (per esempio assumendo un atteggiamento apatico o schivo all’ascolto emotivo) ha un immediato effetto sul passato che bussa alla porta della nostra vita, poiché “biologicamente” non permette, momentaneamente, al ricordo di mostrarsi proprio perché questi è collegato all’amigdala (come abbiamo appena detto).

La risposta comunque è no, non necessariamente. Tuttavia consultarsi con un professionista è, personalmente, caldamente consigliato.

Quello che però succede è che, volenti o nolenti, ogni bisogno incompiuto genera frustrazione e il ricordo non è da meno.

Quando non riusciamo a spiegarci il motivo di certi accadimenti, quando non li accettiamo e soprattutto quando non viviamo interamente la componente emotiva annessa, essi causano, a volte consapevolmente a volte meno, dei disequilibri interiori che ovviamente dobbiamo compensare.

Ma esattamente come se metteste improvvisamente ad un equilibrista un peso su una delle tue braccia questi deve mettere il corpo in una posizione innaturale per rimanere in equilibrio, così la nostra psiche per controbilanciare queste frustrazioni deve mettere in atto dei comportamenti altrettanto innaturali (se pur spesso socialmente accettati).

Ancorato a quel ricordo, come avete letto qui sopra, c’è un’emozione che non è stata “portata a termine” ovvero non si è manifestata in tutto il suo processo.

Ad oggi sappiamo che lo stimolo che causa la reazione emotiva, secondo la teoria diencefalica di Cannon-Bard , che che può essere un evento, una scena, un’espressione del volto o un particolare tono di voce, dopo un’elaborazione proprio della stessa amigdala, provoca una prima reazione autonomica e neuroendocrina con la funzione di mettere in allerta l’organismo, causando diverse modificazioni somatiche, come ad esempio

  • la variazione delle pulsazioni cardiache,
  • l’aumento o la diminuzione della sudorazione,
  • l’accelerazione del ritmo respiratorio,
  • l’aumento o il rilassamento della tensione muscolare.

Se queste manifestazioni corporee non vengono esperite il processo fisiologico viene interrotto.

Di conseguenza il nostro cervello, che ci ricordiamo essere in connessione col corpo nonché parte di esso e non un’entità distinta, mette in atto le compensazioni di cui sopra.

Il ricordo ci rimane impresso perché vi è associata una componente emotiva: se questa è piacevole, non vi è motivo di volerla rimuovere, ma se questa fosse di natura traumatica o comunque portatrice di sensazioni spiacevoli, l’unico modo naturale riconosciuto sta nell’accettazione della stessa e nella sua “abreazione” nel presente.

Importante la parola “nel presente” perché è nel presente che viviamo e non nel passato, quello che va risolto è “come questo ricordo influenzi negativamente il presente” e non come è stato vissuto (come pensava Freud) nel momento in cui è successo, che può essere sì d’aiuto ma che non porta a nessun cambiamento se circoscritto ad un momento passato.

Anzi, non associarlo al presente ci porta a deresponsabilizzarci dal fare qualcosa nel presente per migliorare il nostro stato di benessere o allontanarsi da uno stato di malessere e quindi a frustrarci ancora di più.

Una volta risolto emotivamente nel presente il ricordo, questo piano piano cesserà di presentarsi, fino a che se ne andrà definitivamente dalla vostra vita (almeno che non porti con sé un insegnamento funzionale al vostro presente e quindi, di conseguenza, fondamentale per il vostro equilibrio)

Se invece volete fare come Clementine (Kate Winslet) o Joel (Jim Carrey) in Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry (2004), uno studio del dipartimento di Psicologia di Bologna ha dimostrato che si può dissociare la paura da un ricordo con la stimolazione magnetica cerebrale.

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/08/05/se-mi-lasci-ti-cancello-luniversita-di-bologna-ti-resetta-la-memoria/5890362/

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