È l’anniversario della fine del proibizionismo: scopriamo il fascino dell’alcool attraverso l’arte
Il proibizionismo è nato per far fronte ai problemi che l’alcool alimentava nella società.
Ma è davvero utile e produttiva la proibizione? Se dovesse rispondere l’arte avremmo un responso sicuramente negativo
Anthony van Dyck (attribuito) – Sileno ebbro sostenuto da Satiri (c1620)

Il 5 dicembre è stato l’anniversario della fine del proibizionismo. È stato davvero utile quel periodo? L’alcool fa così male da doverlo eliminare? Il dubbio che tutti ci siamo posti almeno una volta nella vita è se l’alcool oltre a danneggiare la salute sia anche utile. L’arte, senza usare neanche una parola, ci ha risposto esaustivamente.

Cos’è il proibizionismo?

Il proibizionismo è un insieme di leggi attuate in quel periodo che va dal 1919 al 1933 in cui negli Stati Uniti venne bandita la vendita, la fabbricazione, l’importo, l’esporto e il consumo di alcool. Questo provvedimento fu il risultato di insistenze nei confronti dello Stato da parte di gruppi religiosi (protestanti) e politici. la popolazione era divisa in “Dry” (asciutti) e “Wet” (bagnati). C’è da dire quindi che queste insistenze non furono dettate solo da un’ideologia moralista esagerata; la situazione negli States del XIX secolo era critica per quanto riguardava il consumo degli alcolici: un americano medio con un età superiore ai 15 anni consumava quasi 2 bottiglie di distillati a settimana.

L’eccesso generalmente non porta mai buoni risultati, e questa di certo non fu un eccezione. Le risse erano all’ordine del giorno e i maltrattamenti nei confronti delle donne non erano poi così rari. Proprio le donne furono numerosissimme nella lotta a favore del proibizionismo: alle violenze si aggiungeva la voglia di eliminare lo stigma che le riteneva prostitute nel caso venissero colte a bere alcolici in pubblico.

Il 1919 fu l’anno in cui tutti i divieti divennero legge e tutti i 48 Stati ebbero un anno di tempo per metterle in vigore. I distillati potevano essere prescritti come medicinali con un limite di una pinta ogni 10 giorni. Le uniche esenzioni erano quelle religiose (il vino per la messa). Nell’anno di passaggio iniziarono a dffondersi gli “speakeasy”: locali clandestini, la maggior parte delle volte minuscoli, che operavano mascherati da farmacie e che quindi potevano vendere alcool dietro prescrizione. Questi distillati erano però spesso contaminati, chi li assumeva rischiava la cecità, la paralisi o usuali mancanze di lucidità.

La criminalità e la fine

Per la criminalità organizzata queste norme furono novelle propizie. La mafia si occupava principalmente di attività illegali quali la prostituzione, furti e gioco d’azzardo, inserire l’alcool nei loro giri non fu quindi complicato. Dalla loro parte ci furono sicuramente anche le cariche pubbliche che, visto l’alto numero di consumatori, erano molto facili da corrompere. I gangster dell’epoca divennero figure di spicco della società, il più famoso tra questi era Alphonse Gabriel Capone. Al Capone guadagnava 20.000 volte di più di un normale poliziotto e aveva un giro di affari che arrivava ai 100 milioni di dollari. Ad una delle numerose interviste dichiarò: “Ho fatto i soldi fornendo un prodotto richiesto dalla gente. Se questo è illegale, anche i miei clienti, centinaia di persone della buona società, infrangono la legge. La sola differenza fra noi è che io vendo e loro comprano. Tutti mi chiamano gangster. Io mi definisco un uomo d’affari”

Secondo i fautori e i padri del proibizionismo quest’ultimo avrebbe dovuto dimezzare il crimine. I risultati furono disastrosi: i furti e le rapine aumentarono del 24% e paradossalmente gli incidenti e gli arresti per guida in stato di ebrezza aumentarono vertiginosamennte perché la paura di essere beccati con la bottiglia addosso portava gli americani a consumarla più velocemente del dovuto. Nessuno degli obiettivi prefissati fu quindi raggiunto, le bocciature arrivarono su tutti i fronti: la crisi del 1929 peggiorò la situazione economica già critica a causa del proibizionismo, 11 milioni di persone persero il lavoro.

F.D. Roosvelt, vincendo le elezioni del 1932, dal 5 dicembre del 1933 abolì gradualmente le norme vigenti portando risultati migliori di quanto già tutti si aspettassero: il controllo mafioso sull’alcool andò in fumo da un giorno all’altro mandando all’aria affari da miliardi di dollari, le entrate dello stato aumentarono vista la tassazione su qualsiasi tipo di prodotto distillato e la percentuale dei crimini commessi diminuì anno dopo anno.

L’alcool nell’arte

Che l’alcool non faccia bene alla salute è un dato di fatto, questo però non ha mai fermato i grandi della storia dell’arte nel vedere in prodotti come il vino, il whisky, l’assenzio o la birra, della sana ispirazione. Sono i greci che per primi hanno divinizzato una bevanda come il vino accostandola al Dio Bacco che, da divinità che utilizza il vino per ubriacare gli umani per farli sottostare al suo volere, è diventato un ubriacone senza lucidità e neanche una grande reputazione. Molti sono gli artisti che hanno trovato in Bacco un soggetto raffigurabile nelle proprie opere.

Michelangelo

La più grande e meglio riuscita rappresentazione dell’ubriacatezza è stata creata da Michlangelo nel suo “Bacco” del 1496. La figura scolpita è del Dio greco con degli occhi che sono persi nel vuoto, la sua testa ciondola di lato mentre inizia a perdere il controllo, la fermezza che lo contraddistingueva è stata surclassata dalla forza dell’alcool.

Tiziano

L’ubriacatezza può portare a sconforto e tristezza. Non la pensa invece così Tiziano che nel suo dipinto “Il baccanale degli Andrii” (1523-1526) ha creato un ordine quasi magico e incompatibile con l’alcool. In questa festa all’aperto, alimentata dal vino, domina uno studiato equilibrio: i ballerini non cadono, la brocca del vino sembra danzare sulla mano di un uomo. Il vino ha liberato tutti dall’inibizione e li ha resi amorosi. Questi bevitori non si urlano a vicenda ne vomitano o svengono, sembrano tutti innamorarsi. Una donna giace nuda in estasi mentre il vino scatena la sua passione, c’è bellezza e felicità in tutto quello che è raffigurato.

Degas

Passiamo da un eccesso all’altro. L’estasi che Tiziano fa trasparire, Degas la elimina completamente. Ne “L’assenzio” (1873) la bevanda diventa quasi demoniaca, la dama contempla il suo veleno verde mentre è seduta a un tavolino del bar. È un’osservazione acuta di un mondo che cambia: le persone sono sole in città. Sole e tagliate fuori dai legami comunitari che fino a poco tempo prima avevano modellato la vita europea. La donna sembra in una pausa di riflessione prima di rituffarsi nel torpore dell’alcol.

 

Antonio Mazzotta

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