Dove finisce la mente e inizia il corpo? Ecco le principali correnti nel dibattito filosofico

Una rassegna delle teorie dominanti in filosofia della mente.

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 1. Il dualismo delle sostanze 

“Poiché da una parte ho un’idea chiara e distinta di me stesso in quanto soltanto una cosa che pensa e non estesa, e dall’altra parte, un’idea distinta del corpo in quanto una cosa estesa e non pensante, è certo che io sono distinto realmente dal mio corpo e che posso esistere senza di esso”. 

Il passo è tratto dalle Meditazioni Metafisiche (1641) di Cartesio, che ha aperto una porta ancora oggi parte del nostro senso comune, della cultura occidentale. Il corpo è soggetto alle leggi della fisica e della natura, una macchina biologica estesa, divisibile, che non può rappresentarci pienamente: è solo la continuità della nostra coscienza, la nostra mente, non estesa, indivisibile, svincolata dalle leggi ordinarie, che identifica chi siamo. Un teatro dentro il quale il nostro mondo interiore va in scena. Stati mentali e stati corporei, dunque, sono due sostanze completamente diverse. Ma i problemi, a questo punto, non sono pochi: come possono questi due enti entrare in relazione? Come può il dolore causare i nostri comportamenti corporei, se parliamo di due stati completamente differenti? Il classico modo con cui guardiamo alla mente potrebbe essere stravolto.

2. L’eliminativismo 

 “Il comportamentista “ignora” gli stati mentali allo stesso modo in cui il chimico ignora l’alchimia, l’astronomo l’astrologia, lo psicologo la telepatia e le manifestazioni parapsichiche. Il comportamentista non ha alcun interesse per gli stati mentali perché man mano che il fiume della scienza si allarga e diviene più profondo, questi vecchi concetti vengono risucchiati, per non ricomparire mai più” (Watson, “Psychology As The Behavorist Views It”).

In tanti hanno tentato di ritrovare il filo che Cartesio aveva perso, quello che lega la mente e il corpo. Tuttavia, alcuni studiosi hanno deciso di percorrere una strada diversa. Secondo Ramsey, Stich e Garon gli stati mentali, semplicemente, non esistono. Come un tempo si ritenevano erroneamente le streghe responsabili di alcuni fenomeni (con il tempo spiegati dalla scienza), allo stesso modo ciò che riteniamo causa della mente sarà inquadrabile all’interno di una neuroscienza matura. Il comportamentismo, a esempio, è stato un percorso di studi avviato da psicologi come Watson che analizzavano esclusivamente le reazioni del corpo a determinati stimoli dell’ambiente: il compito era quello di trovare le leggi del comportamento corporeo, l’unico aspetto di cui si può fare realmente ricerca. 

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3. L’identità dei tipi 

“Che tutto sia spiegabile nei termini della fisica […] tranne il verificarsi delle sensazioni mi sembra francamente incredibile” (Smart, “Sensation and Brain Process”). 

Non tutti, però, hanno scelto un percorso così radicale come quello eliminativista. Negli anni Cinquanta del Novecento i filosofi Smart e Place hanno ipotizzato che la soluzione esplicativa “più semplice” fosse quella di identificare ogni stato mentale con un particolare stato neurologico del cervello umano. Dato che, a parer loro, esiste una correlazione fra ogni tipo di stato mentale e una determinata porzione del sistema nervoso l’ipotesi migliore e meno “compromettente” è quella di dire che rappresentano lo stesso identico fenomeno. Questa tesi, se confermata, eviterebbe la necessità di spiegare strane interazioni fra sostanze diverse come la mente e il corpo, poiché la prima non è altro che materia, composta da sinapsi e neuroni. 

4. Il funzionalismo 

“Il dolore non è uno stato cerebrale, nel senso di uno stato fisico-chimico del cervello […], ma un genere di stato completamente diverso. Propongo l’ipotesi che il dolore, o lo stato di provare dolore, sia uno stato funzionale dell’intero organismo” (Putnam, “Minds and Machines”). 

Il problema di identificare ogni stato mentale con un particolare tipo di stato cerebrale, come nota il filosofo Hilary Putnam, sta nella difficoltà di spiegare come esseri con cervelli e con relazioni fra neuroni completamente diversi possano avere gli stessi stati mentali. Come è possibile che un cane e un uomo provino entrambi dolore, se il loro sistema nervoso è differente? Per rispondere, la teoria funzionalista abbraccia una diversa nozione di identità rispetto a quella dei tipi mostrata prima, detta delle occorrenze: secondo quest’ultima, gli stati mentali sono identici a stati materiali di qualche genere, non solo e non necessariamente a particolari stati neurologici dell’organismo umano. Ciò che identifica il dolore non è il materiale con cui questo viene realizzato, che siano delle relazioni fra sinapsi in Mattarella, del liquido verde in ET o dei circuiti elettrici in Wall-E: è il ruolo che svolge nell’organismo, la sua funzione all’interno del sistema. Negli umani, il dolore non sarà altro che una catena di relazioni causali fra neuroni che, alla fine, generano i comportamenti tipici di chi prova questo stato mentale, come possono essere i movimenti bruschi o il pianto.

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5. La mente incorporata

“Se una parte del mondo funziona come un processo che, se fatto nella testa, non esiteremmo a riconoscere come parte del processo cognitivo, allora quella parte del mondo fa parte del processo cognitivo” (Clark e Chalmers, “The Extended Mind”).

Il funzionalismo, nella sua forma cosiddetta computazionale, rappresenta il paradigma classico dentro il quale si muovono tutt’oggi le scienze cognitive: l’immagine è quella della mente e dei processi cerebrali come il software di un computer, del quale il corpo è l’hardware che ne realizza le prestazioni. Tuttavia, nuove frontiere sembrano voler mettere in discussione questa tesi. Un gruppo di teorie molto varie ed eterogenee fra di loro sono accomunate dal fatto di considerare il corpo non solo come il mero esecutore degli ordini del cervello, ma come una parte determinante e costitutiva di ciò che chiamiamo mente. 

Questo insieme di proposte sono raccolte nella definizione di embodied cognition, che mettono in evidenza il ruolo attivo del corpo nella genesi dei processi cognitivi, criticando l’assunto classico che vede la mente come qualcosa di interno al soggetto, caratterizzato esclusivamente da relazioni fra neuroni. A esempio, nel 1998 i filosofi Clark e Chalmers hanno sottolineato come sia scorretto escludere a priori una parte del mondo dalla definizione di mente se svolgesse una funzione che, se fosse all’interno della testa, sarebbe giudicata cognitiva: sarebbe discriminata soltanto perché al di fuori. E questo, secondo loro, non varrebbe esclusivamente per il corpo del soggetto, ma anche per gli oggetti dell’ambiente con cui interagiamo: una mente che si estende fisicamente nella realtà, oltre i confini del corpo stesso. 

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