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“Dolittle” nella vita reale: fin dove si spinge la comunicazione con gli animali?

“Dolittle” nella vita reale: fin dove si spinge la comunicazione con gli animali?

È possibile parlare con gli animali e capire il loro linguaggio, dote che rende tanto speciale il famoso dr. Dolittle? In molte situazioni sperimentali ci si è andati veramente vicino…

Il 30 gennaio è uscito nelle sale cinematografiche un nuovo film con Robert Downey Jr. che per qualcuno rievoca il profumo della loro infanzia. In molti ricorderanno piacevolmente “Il dr. Dolittle” come uno dei film di cui hanno goduto da bambini, in cui il protagonista possiede l’incredibile dono di saper parlare con gli animali.

Scimpanzé famosi che hanno imparato a comunicare con gli uomini

Ispirati dai romanzi di Hugh Lofting, editi nella prima metà del ‘900, questi film ci hanno fatto fantasticare sulla possibilità di riuscire veramente a capire cosa comunicano i nostri amici a quattro zampe, attraverso il loro linguaggio del tutto particolare. Per di più, nel nuovo film, che risulta più fedele alla trama originale dei libri rispetto a quello del 1998, la capacità di John Dolittle di comunicare con gli animali non deriva da un tratto genetico o da un dono divino, ma è un abilità sviluppata grazie allo stretto contatto con i suoi pazienti, che gli ha consentito di apprendere propriamente il loro linguaggio. Ma da che tratti sono caratterizzati i vari sistemi di comunicazione animale? Noi umani siamo in grado di comprenderli? Analizziamo alcuni esperimenti a riguardo.

Tra gli animali studiati, non possiamo non citare i più simili alla specie umana: le scimmie. In “Dolittle”, un gorilla fifone di nome Chee-Chee è in grado di giocare a scacchi, di fare un makeover estetico a John e di portare assistenza durante un’operazione chirurgica. Seppur non a tali livelli, sono esistite scimmie prodigiose anche nella realtà. Tra le più note, lo scimpanzé Kanzi, che negli anni ’80 ha imparato in maniera autonoma, cioè semplicemente imitando la madre, che invece era stata sottoposta ad un intenso programma di apprendimento, un linguaggio simbolico per un totale di circa 500 parole inglesi e 200 lessigrammi. Altro esemplare di scimpanzé passato alla storia fu Koko, che negli anni ‘70 riuscì ad imparare la lingua dei segni americana per un totale di 1000 segni, cioè all’incirca 2000 parole in inglese, che sapeva comprendere e riprodurre per comunicare con gli umani.

Donald e Gua: storia di due fratelli

Tra le domande a cui questi studi vogliono rispondere, sulla natura del linguaggio, c’è da chiedersi: e se si imparasse a capire e sviluppare il linguaggio sulla base del contesto in cui si nasce? In fondo, ci sono stati parecchi casi nella storia di bambini che sono stati abbandonati e cresciuti in uno stato selvaggio, di inciviltà, a volte circondati solo da animali, che non hanno mai imparato a parlare proprio perché in quell’ambiente nessuno utilizzava il linguaggio… ma cosa succederebbe se, viceversa, un animale venisse allevato e cresciuto naturalmente in una famiglia umana, come se fosse un bambino? Ebbene sì, c’è chi l’ha fatto davvero. I coniugi Kellogg, entrambi ricercatori in ambito linguistico e antropologico, nel 1931 hanno avviato uno studio della durata di nove mesi, durante i quali hanno accolto nella loro famiglia una piccola scimpanzé di sette mesi e mezzo, di nome Gua, e l’hanno accudita insieme al loro bambino di 10 mesi, Donald, come se fossero stati fratelli. Entrambi venivano lavati, vestiti, fatti giocare insieme… addirittura veniva cambiato il pannolino a tutti e due. Tutto è stato registrato in questo adorabile video: https://www.youtube.com/watch?v=gCxf7yUDzio. Immersa in un contesto culturale ricco e vivace come quello della famiglia Kellogg, la scimmietta ha presto imparato a camminare, arrivando a preferire la posizione eretta e bipede nella locomozione. Così come Donald, la piccola Gua ha persino imparato a distinguere il significato di alcune parole e frasi in inglese. Se le veniva, ad esempio, chiesto “Dov’è il tuo naso?”, lei si toccava il musetto in corrispondenza delle narici! I due “cuccioli” hanno sviluppato un forte legame nel periodo di convivenza e solo alla fine dei 9 mesi Donald ha superato la scimmietta nella comprensione, e in ultimo nella produzione, del linguaggio, dimostrando, come era intuibile, che nella specie umana esiste una componente innata che determina il sistema comunicativo tanto complesso che utilizziamo per parlare e pensare, che solo limitatamente dipende dal contesto in cui si cresce. Per spezzare una lancia a favore di Gua, c’è da dire che possedeva un’intelligenza funzionale nell’utilizzare gli oggetti per il loro scopo del tutto fuori dal comune. Era in grado, infatti, di portare il cucchiaio alla bocca per mangiare e di bere l’acqua dal bicchiere, al contrario di Donald, che, non avendo capito che il bicchiere servisse per bere, provava a morderlo.

Dolphin, do you speak english?

Sembrerebbe che non ci siano limiti alla capacità di John Dolittle di parlare con qualsiasi genere di animale: può parlare con libellule, scoiattoli, cani, polpi, tigri e persino con le balene, utilizzando una specie di corno che viene amplificato dalla sua nave nell’oceano. Ma c’è anche chi, negli anni ’60, ha provato ad insegnare a dei delfini, ormai noti per la loro incredibile intelligenza, non solo a comprendere, ma anche a parlare l’inglese! Fu ovviamente un tentativo folle e in se stesso sufficiente a garantire un ricovero in qualsiasi istituto per malati mentali, attuato dallo studios0 John Lilly. L’allievo di Lilly era un tursiope, Peter, che per due mesi e mezzo visse insieme alla sua insegnante di inglese in una casa sul mare delle Isole Vergini, parzialmente riempita con acqua. L’esperimento terminò quando fu palese che il povero Peter non avesse alcuna intenzione di imparare la lingua del suo rapitore, ma piuttosto continuava a sbattere la coda sulle pareti della casa perché voleva tornare alla sua vita di libertà in mare aperto. Ciononostante, Lilly rimase convinto di aver sentito i delfini ripetere alcune delle sue parole in inglese. Probabilmente lo stavano solo mandando a quel paese. Pur non avendo imparato ad esprimersi in inglese, ovviamente, il delfino dimostrò di saper riconoscere alcuni comandi come “Porta la palla alla bambola”, sapendo distinguere l’oggetto e il complemento di termine della frase (evitando, quindi, errori di inversione tra bambola e palla). Uno degli studenti di Lilly, Louis Herman, riuscì, nel 1980, a stabilire un sistema di comunicazione tra delfini e umani basato su una successione di fischi, che i cetacei erano in grado sia di comprendere che di riprodurre. Infatti, attraverso questo sistema, i delfini erano in grado di eseguire dei comandi anche in assenza di un addestramento vero e proprio, ma semplicemente capendo e applicando ciò che veniva espresso dall’istruttore, anche in presenza di oggetti con cui non avevano mai interagito.

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