Diversità genetica, uguaglianza umana: gli studi di Lewontin attraverso le opere di Vanessa Beecroft

Lo studio dei genomi umani condotto da Lewontin dimostra la naturale inconsistenza della razzializzazione, così come è evidente nelle opere dell’artista Vanessa Beecroft.

V. Beecroft, White Madonna with twins, 2006
V. Beecroft, White Madonna with twins, 2006

Capelli rossi e pelle nera, capelli scuri e pelle bianca. La provocante artista italiana Vanessa Beecroft stravolge la cultura popolare dell’Occidente. Ma quanto siamo diversi davvero? E dove? Richard Lewontin, genetista ad Harvard, per spiegarlo ha messo a punto un metodo statistico per il confronto dei genomi umani.

 

La Madonna è bianca, ma Gesù è nero

L’iconografia rimane la stessa, il contenuto cambia. Una prepotente Vanessa Beecroft, artista italiana di padre britannico, si intromette nella cultura occidentale, ribaltando i ruoli, ormai storici, di molti personaggi nell’arte. Così Gesù bambino diventa nero, mentre continua ad essere allattato dalla Madonna, stavolta rappresentata dalla stessa Beecroft. È questo ciò che lo spettatore vede in White Madonna with twins (2006), mentre subito torna alla mente l’iconografia tipicamente rinascimentale della Madonna col Bambino e San Giovannino o della Madonna del latte. L’opera, che fa parte del progetto VB South Sudan presentato a Milano nel 2006, prende vita in Africa, dove l’artista incontra i piccoli orfani Madit e Mongor, per la prima volta protagonisti di questa turbante “immagine sacra”. La scena è senza dubbio bella, poetica: non c’è distinzione di razze, di culture, non ci sono discriminazioni e ognuno ha la dignità che gli spetta, che sia bianco o nero di pelle, che sia un orfano di paesi dimenticati oppure Gesù. Lo stesso avviene in VB65, dove intorno a un elegante tavolo di vetro, apparecchiato con carne arrostita, che vagamente ricorda, nelle forme, quello dell’Ultima Cena, non sono seduti i personaggi tipici dell’iconografia, ma uomini africani immigrati in Europa. Altro sgarbo alla nostra cultura, altro tentativo di unire piuttosto che dividere. Sembra quasi ovvio, in queste opere, il ritorno a una Natura gentile, a un’uguaglianza biologica che dovrebbe far domandare da dove provenga e in cosa risieda davvero la diversità tanto anelata dai grandi popoli.

V. Beecroft, VB65
V. Beecroft, VB65

Sette o sette miliardi di razze? 

La risposta alle domande della Beecroft arriva direttamente dalla genetica: Richard Lewontin, ricercatore di Harvard, ha infatti ideato nel 1972 un metodo statistico per misurare quanto individui differenti siano diversi tra loro a partire dai geni. Ma andiamo con ordine. Il genoma umano comprende circa 3.190.491.286 paia di basi, con 21.224 geni che codificano per proteine (i numeri sono tuttavia variabili, da individuo a individuo). Possiamo considerare che all’incirca 1 nucleotide (l’unità di base che compone il DNA) su 500 è variabile nell’umanità, vale a dire, in media, che le differenze tra due individui della stessa specie umana, geograficamente lontani o vicini, costituiscono l’1‰ dei nucleotidi considerati, con grande deviazione intorno alla media stessa. In ogni caso una variabilità davvero bassa. L’idea di Lewontin si basa sul confronto degli individui su tre livelli, corrispondenti a quelli che socialmente si potrebbero considerare essere alla base della variabilità genetica umana. Si riconoscono così differenze genetiche medie, all’interno di questa variabilità già di per sé bassissima, tra individui nella stessa popolazione, tra popolazioni diverse della stessa razza e tra razze diverse. Lewontin prende in considerazione sette razze: i caucasici, gli africani sub-sahariani, i mongoloidi, gli aborigeni del sud-est asiatico, gli amerindi, gli abitanti dell’Oceania, gli aborigeni australiani. L’obiettivo è ormai chiaro: se le razze esistono, allora le differenze genetiche tra di loro saranno grandi, altrimenti piccole. Una volta fatti tutti i calcoli necessari, si delinea un risultato più o meno fisso. L’85.4% della variabilità genetica umana si trova all’interno delle popolazioni, l’8.3% in popolazioni diverse della stessa razza e appena il 6.3% va aggiunto se si appartiene a razze diverse. Ma cosa significa, nel pratico? Che se poniamo pari a 100, il massimo, la diversità tra Alberto, onesto cittadino di Cuneo, e Sefu, nato e cresciuto in Congo, la differenza tra i vicini di casa Alberto e Carlo sarà comunque pari a 85.4. Quella tra Alberto e Hans, tedesco, sarà invece 93.7, appena l’8.3% in più rispetto a Carlo. Se ne deduce che la maggior parte di quella già bassa diversità si trova all’interno di individui della stessa popolazione, non tra individui di razze diverse. Allora, se per qualche catastrofe dovessero sopravvivere soltanto gli abitanti di Cuneo, la maggior parte della diversità (in realtà un po’ meno dell’85%) sarebbe comunque preservata. Meglio ancora, a questo scopo, se sopravvivessero soltanto i cittadini del Congo, essendo l’Africa il Paese con la maggiore diversità genetica, oltre che culla dell’umanità. Qui, infatti, sarebbe salva una percentuale un po’ maggiore dell’85.4%. Ma se ogni persona ha circa la stessa diversità genetica sia con il vicino di casa che con chi abita dall’altra parte del mondo, allora la razializzazione non ha davvero alcun senso. Si potrebbe dire che esistono 7 miliardi di razze, quanti sono gli abitanti della Terra, ma non è forse la stessa cosa dire che non ne esiste alcuna?

Nature, vol. 409 n° 6822, 15 febbraio 2001

La fallacia di Lewontin… Solo una questione di cultura! 

Gli studi genetici ma inevitabilmente anche sociali di Lewontin furono immediatamente oggetto di critiche. I dati disponibili, infatti, non derivavano direttamente da informazioni contenute nel DNA, ma da marcatori genetici come le proteine dei gruppi sanguigni, macromolecole formate a partire dai geni nel DNA stesso. Più tardi, nel 1997, G. Barbujani con il suo team ripeté di nuovo il confronto, stavolta utilizzando regioni di DNA appartenenti a individui di 16 popolazioni provenienti da tutti i continenti. I risultati, con lievi modifiche, furono confermati: 85%, 5% e 10%. La critica più severa viene però da A.W.F. Edwards, statistico e genetista britannico, che nel 2003 pubblica un articolo dal titolo La diversità genetica umana: la fallacia di Lewontin, all’interno del quale spiega i motivi per cui il metodo usato per questo studio sia logicamente errato. Sostiene, infatti, che mentre i dati sono corretti se si analizza la frequenza di diversi alleli (le varianti di un gene) in un singolo locus (la posizione di un gene sul DNA) tra gli individui, è invece possibile una classificazione razziale se si considera la frequenza degli alleli nei vari loci contemporaneamente. Questo perché le differenze delle frequenze alleliche in loci diversi tendono a raggrupparsi diversamente in base alle diverse popolazioni geografiche. L’errore di Lewontin sarebbe insomma quello di aver considerato singolarmente i vari loci, mentre questi andrebbero presi in gruppi. Questa obiezione, tuttavia, può essere facilmente smontata. Edwards parla di una correlazione geografica delle persone prese in esame, ma essendo la storia dell’umanità storia di scambi, incroci, migrazioni e incontri, questo tipo di correlazione appare sicuramente piuttosto debole. Allo stesso modo, infatti, anche il patrimonio genetico umano, frutto degli spostamenti e delle unioni realizzati da quando siamo usciti dall’Africa, si trova a essere assai meticcio. Perciò, la pretesa di naturalizzare il sociale, di voler trovare un rapporto di causalità tra caratteri psicologici, culturali e genetici è senz’altro paradossale. La razza non è altro che una categoria puramente metafisica, tentativo fallito di associare realtà culturali e sociali a verità biologiche.

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