Dialoghi con Leucò: meglio umani che immortali, come Pavese rivendica la bellezza di essere uomini

Dialoghi con Leucò è uno dei testi più profondi e originali di Pavese: si tratta di brevi conversazioni a due tra gli eroi e gli dèi della mitologia greca, che si confrontano sui drammi esistenziali ed eterni dell’uomo.

I Dialoghi con Leucò in una delle più recenti edizioni Einaudi

‹‹’’Questi mortali sono proprio divertenti. Noi sappiamo le cose e loro le fanno. Senza di loro mi chiedo che cosa sarebbero i giorni. Che cosa saremmo noi Olimpici. Ci chiamano con le loro vocette, e ci dànno dei nomi.’’ ‘’Io fui prima di loro, e ti so dire che si stava soli. La terra era selva, serpenti, tartarughe. Eravamo la terra, l’aria, l’acqua. Che si poteva fare? Fu allora che prendemmo l’abitudine di essere eterni.’’ ‘’Questo con gli uomini non succede.’’ ‘’È vero. Tutto quello che toccano diventa tempo. Diventa azione. Attesa e speranza. Anche il loro morire è qualcosa.’’ ‘’Hanno un modo di nominare se stessi e le cose e noialtri che arricchisce la vita. […] Dappertutto dove spendono fatiche e parole nasce un ritmo, un senso, un riposo.’’ ‘’E le storie che sanno raccontare di noi? Mi chiedo alle volte se io sono davvero la Gaia, la Rea, la Cibele, la Madre Grande, che mi dicono. Sanno darci dei nomi che ci rivelano noi stessi, e ci strappano alla greve eternità del destino per colorirci nei giorni e nei paesi dove siamo.’’›› Il dialogo riportato è quello che avviene tra Dioniso e Demetra, rispettivamente il dio dell’estasi, del vino e dell’ebbrezza, e la dea figlia di Crono e Rea che presiedeva la natura. Pavese lascia, questa volta, che siano due divinità a parlare di che cosa significhi essere umani.

I dialoghi con Leucò

Prima di tutto, due parole sull’opera. Dedicati all’amante Bianca Garufi – leukos in greco significa infatti ”bianca” – I Dialoghi con Leucò furono scritti da Cesare Pavese tra il 1945 e il marzo 1947, anno della pubblicazione, e consistono in ventisette brevissimi racconti strutturati in forma dialogica. A interagire nei dialoghi sono gli dèi e gli eroi della Grecia classica, che si ritrovano a parlare e confrontarsi sui grandi temi della vita umana, come l’amore, il sesso, la solitudine, l’ineluttabilità del destino, la morte… e come fa giustamente notare Angela Saba: ‘’Qualche lettore si identificherà con la Nube che resta inascoltata, a qualcun altro l’indovino Tiresia aprirà gli occhi con le sue rivelazioni. C’è chi nella complicità tra Achille e Patroclo riscoprirà il valore dell’amicizia e chi, invece, troverà conforto alle proprie pene d’amore nel tormento della poetessa Saffo. Con Orfeo, qualcuno si volterà a guardare Euridice scomparire per sempre. Con Endimione, qualcun altro attenderà la notte per dormire il suo sonno eterno in compagnia della Luna. Ci sono spunti di riflessione molteplici e variegati, nei Dialoghi con Leucò.’’ E il filo conduttore tuttavia resta uno solo: l’attaccamento profondo e disperato alla vita, una vita dolorosa e imperscrutabile ma al tempo stesso incredibilmente bella, così bella da far invidia agli dei eterni e immutabili, bella proprio perché effimera, perché in grado di trasformare ogni giorno in una coraggiosa scoperta, ogni domani in speranza e opportunità’’. Ed è proprio di questo che parlano, in modo finalmente esplicito, Dioniso e Demetra nel loro dialogo.

Cesare Pavese (1908-1950)

Il dialogo tra Dioniso e Demetra

Tutto devo a loro, confessa Demetra a Dioniso già nella prima pagina di dialogo, e anche il dio del vino si trova d’accordo con lei nel riconoscere la bellezza dell’essere umano. La ricchezza dei loro attributi, il potere conferito alle divinità, tutto è grazie all’uomo: solo così l’eternità degli dèi smette di essere monòtona, pesante, come loro stessi si trovano a definirla. E per questo Demetra vorrebbe ringraziarli e ‘’aiutarli di più, compensarli in qualche modo’’. Forse dando loro la vita eterna? Ma, ribatte Dioniso, se così fosse non sarebbero uomini: ‘’tutta la loro ricchezza è la morte, che li costringe a industriarsi, a ricordare e prevedere’’. È così che danno un senso alla loro vita, e cioè diventando storie: dice infatti Dioniso, ‘‘le loro storie devono viverle e morirle.’’ La più straordinaria grandezza dell’uomo sta, secondo le parole di Pavese, proprio in questo: nella capacità di raccontarsi, raccontare, essere storie.

Di nuovo Pavese

La bellezza infinita dell’uomo

Demetra insiste che gli dèi non sarebbero nulla senza gli uomini, che un giorno gli uomini potrebbero addirittura stancarsene, e che per questo bisogna pur far qualcosa per loro, ringraziarli in qualche modo. ‘’Insegnargli la vita beata’’, propone allora la dea della terra, ‘’dare un senso anche a quel loro morire’’. Dioniso la incalza, e Demetra prosegue a spiegare quel che comunque vada ‘’Verrà il giorno che ci penseranno da soli. E lo faranno senza di noi, con un racconto. Parleranno di uomini che hanno vinta la morte’’ – qui il riferimento cristiano è evidente – ‘’che già qualcuno di loro l’han messo nel cielo, qualcuno scende nell’inferno ogni sei mesi. […] capiscimi, Iacco… faranno da soli. E allora noi ritorneremo quel che fummo: aria, acqua e terra.’’ Ecco qui, la bellezza infinita dell’uomo: la capacità di generare racconti, l’immaginazione e l’inventiva che di contro a ogni mancanza di ordine e di senso della vita riescono comunque a fortificare, permeando così la realtà di significato: una capacità che anche gli dèi gli invidiano, e in cui risiede tutta la loro grandezza. Si conclude infatti così il dialogo tra le due divinità: ‘’[Demetra a Dioniso] Si direbbe che vedi il futuro. Come puoi dirlo? [Dioniso a Demetra] Basta avere veduto il passato, Deò. Credi a me. Ma ti approvo. Sarà sempre un racconto.’’

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