Vi siete mai chiesti quanti sono e quali sono i dialetti italiani? Scopriamolo attraverso le principali classificazioni proposte dai linguisti.

Se pensate che il dialetto sia solo una parlata di secondo livello, senza arte ne parte, vi sbagliate di grosso. Il termine “dialetto” deriva dal greco e ha avuto un’evoluzione lunga e articolata. Per molti il dialetto è una varietà linguistica meno importante rispetto all’italiano, ma non è così, perché quando si parla di dialetto si sta parlando di una lingua che ha una sua dignità, una sua storia, presenta dei fenomeni fonetici, fonologici, morfologici e sintattici ben precisi. Un tempo, l’italiano non esisteva nemmeno e la nostra penisola era un colorato mosaico di parlate locali; successivamente si è giunti all’adozione, necessaria, di una lingua comune. Quindi, potremmo dire che è solo per effetto di fatti storico-culturali se oggi l’italiano è elevato al rango di lingua ufficiale e i dialetti sono ritenuti delle parlate secondarie. Oggi vi propongo le principali classificazioni dei dialetti che nel corso del tempo sono state proposte dagli studiosi.
1. Dante e la ricerca del volgare illustre
A Dante si deve il merito di aver fatto e scritto tante cose, in primis quello di averci regalato la più bella opera mai scritta, la Commedia. Ma tra le altre cose, al Sommo poeta dobbiamo riconoscere anche la prima accurata classificazione dei dialetti italiani. Nel 300 Dante scrive un trattato in latino dedicato alle parlate della penisola, è il De vulgari eloquentia. Non utilizza criteri scientifici, ma divide i dialetti seguendo criteri storico-geografici: individua due grandi aree, divise dall’Appennino centrale che percorre tutta l’Italia. A destra dell’Appennino (cioè il versante tirrenico) le aree dialettali sono: la Sicilia, la Sardegna, l’Apulia, Roma, il Ducato, la Tuscia, la Marca Genovese. A sinistra dell’Appennino (cioè il versante adriatico) le aree dialettali sono: l’Apulia, la Marca Anconetana, la Romagna, la Lombardia, la Marca trevigiana, Venezia, il Friuli e l’Istria.
Il suo interesse, come suggerisce il titolo del trattato, era quello di trovare il volgare illustre, che potesse essere utilizzato in tutta la penisola. La soluzione, secondo lui, era riunire le caratteristiche migliori di ogni volgare e creare una lingua nuova, non parlata ma scritta.
2. La classificazione di G.I. Ascoli
La seconda classificazione importante è quella ottocentesca di Graziadio Isaia Ascoli, linguista italiano che, riguardo lo studio dei dialetti, ha dato un enorme contributo soprattutto per quanto riguarda il ladino.
Nella rivista Archivio glottologico italiano, Ascoli propone una sua classificazione dei dialetti. Tiene conto di elementi sincronici e diacronici e il suo punto di partenza è il volgare toscano. Divide i dialetti in 4 grandi gruppi
- il provenzale, il franco-provenzale, il ladino: dialetti che dipendono da sistemi neolatini non peculiari all’Italia
- l’emiliano, il piemontese, il lombardo, il sardo: dialetti che non fanno parte del sistema italiano vero e proprio ma che non rientrano in nessun sistema neolatino estraneo all’Italia
- il veneziano, il corso, i dialetti centro-meridionali: dialetti che possono formare col toscano uno speciale sistema di dialetti neolatini
- il toscano

3. Rohlfs e le isoglosse
Il contributo di Rohlfs nello studio dei dialetti italiani è stato molto importante, anche se il suo approccio potrebbe apparire più complesso rispetto agli altri, ma non meno interessante. A Rohlfs si deve l’individuazione di due isoglosse (cioè delle linee) che – in pratica – dividono l’Italia in tre macro-aree:
- la linea La Spezia- Rimini: delimita il confine meridionale dei dialetti settentrionali
- la linea Roma-Ancora: delimita il confine settentrionale dei dialetto centro-meridionali
- i dialetti toscani, al centro
4. Pellegrini e la Carta d’Italia
La classificazione di Pellegrini è una delle più recenti e anche la più importante degli ultimi anni, infatti è quella che viene adottata tutt’oggi negli studi linguistici.
La Carta dei dialetti d’Italia risale al 1977 e divide i dialetti in cinque gruppi:
- dialetti settentrionali: piemontese, lombardo, ligure, veneto
- dialetti friulani
- dialetti toscani
- dialetti centro-meridionali: mediani (umbro, marchigiano, dialetti del Lazio centro-settentrionale), meridionali (dialetti del Lazio meridionale, campano, pugliese), meridionali estremi (calabrese, siciliano)
- dialetti sardi
Oltre a quelle presentate, ci sono state altre classificazioni, che non erano molto diverse da quelle presentate. Studiare il dialetto non è cosa da poco, è un oggetto di studio affascinante e interessante, ed è importante valorizzarlo.