“Dead Man Walking” ci mostra tutte le contraddizioni della pena di morte

La pena di morte è uno dei temi più gettonati nei dibattiti delle cene di Natale con la famiglia, oltre al famosissimo e sempreverde “governo ladro”, ma svisceriamolo meglio.Lo sappiamo tutti, la pena di morte è un vero e proprio must delle discussioni etiche. Infatti, alzi la mano chi non ha mai scritto un tema a riguardo, o chi non ha mai avuto un dibattito (scolastico o informale) su questo argomento. Ma siamo sicuri di sapere proprio tutto sulla pena capitale? Mettendo da parte assensi e dissensi, andiamo ad esplorare in maniera più approfondita tutto ciò che essa implica, partendo dal film Dead Man Walking.

Dead Man Walking e la protesta umanitaria

E’ il 1995 quando la coscienza di tutti gli Stati Uniti viene scossa da una pellicola del regista Tim Robbins, Dead Man Walking. Questa racconta degli ultimi giorni di vita di un condannato a morte e del suo percorso verso l’esecuzione. Lui, violento e rancoroso, continua a professarsi innocente, fin quando non scopre che la data della sua morte è stata fissata a neanche una settimana dopo. Decide di vivere le sue ultime ore accompagnato da una suora, unica persona autorizzata a stare fisicamente con lui, che lo porterà a riflettere su tutto ciò che ha fatto nella sua vita. In un finale straziante, dove si intende benissimo la denuncia sociale e umanitaria di Robbins, il protagonista viene ucciso, mentre, finalmente in pace con sé stesso, ammette la sua colpevolezza e chiede scusa alle famiglie delle vittime.

La pena di morte secondo Beccaria

Cesare Beccaria, pensatore della Scuola Penale Classica, nel suo capolavoro Dei Delitti e delle Pene (1764) scrive, al capitolo XVIII, che la pena di morte non è altro che un omicidio pianificato e legittimato. Per lui, questa è inammissibile in uno Stato di diritto, in quanto è fuori dall’ottica del contratto sociale: quando gli uomini hanno deciso di stringere un patto per stare in società, è impensabile che abbiano delegato a un’autorità superiore il potere di decidere sulla propria vita. Questo tipo di sanzione non ha né valore deterrente, né preventivo, quindi non è una pena utile né per il reo, né tantomeno per il consorzio sociale. L’unica sua funzione è quella della neutralizzazione: il criminale viene tolto definitivamente dalla società, non vi può mai più agire negativamente. Beccaria ammette la necessità e la legittimità della pena capitale in un unico caso: se un soggetto attenta all’ordine sociale con un potere tirannico, facente ricadere i cittadini in una condizione di mera sudditanza.

La storia recente della pena di morte in Italia

Reintrodotta nell’ordinamento giuridico con il fascismo, la pena capitale viene messa in discussione dopo l’uccisione di Mussolini e dei suoi fedelissimi. La magistratura, infatti, decide di motu proprio per la moratoria della pena di morte, in attesa che il Parlamento si pronunci a riguardo. Già nel 1944 la pena capitale viene commutata in ergastolo tranne che in due casi: viene mantenuta nei codici di guerra e militari e viene adottata la fucilazione dei gerarchi fascisti e dei collaborazionisti. Nell’articolo 27 della Costituzione, a mo’ di compromesso fra favorevoli e contrari all’abrogazione, viene inserito il comma 4:

La pena di morte non è mai ammessa, se non nei casi previsti dalle leggi militari e di guerra.

Dobbiamo aspettare il 1994 per vedere la sostituzione della pena capitale in ergastolo nei codici militari, ma, soprattutto, il 2007, quando, con la legge costituzionale 1, viene abrogato il quarto comma dell’articolo 27 della nostra Carta Costituente, eliminando ogni possibile spiraglio per la pena di morte nel nostro Paese.

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