Dall’immigrazione al caporalato: leggiamo le piaghe del nostro tempo attraverso le pagine di Leogrande

Lo scrittore e giornalista Alessandro Leogrande, morto tragicamente a soli 40 anni, ha lasciato una ricca eredità letteraria per le generazioni a venire.

Un mondo malato, che soffre di problemi vecchi quanto il mondo stesso. Lo schiavismo, il caporalato, l’immigrazione clandestina e i soprusi dei più forti sui più deboli. Alessandro Leogrande, romano d’adozione ma tarantino d’origine, non ha vissuto tutto questo, ma lo ha visto coi suoi stessi occhi, per poi trascrivere e diffondere il verbo.

IL MONDO SI FERMA

Un’ambulanza a sirene spente attraversa la città di Roma. È il 26 novembre del 2013. Un uomo è morto nella sua abitazione e non si sa ancora il motivo. È Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista tarantino. La sua scomparsa è improvvisa e prematura, nessuno riesce a capire cosa sia successo, ma è il medico legale spegne ogni dubbio: Alessandro è morto d’infarto, punto, a soli quarant’anni. Il compito di dare la notizia spetta al padre Stefano. Per una volta, deve fare quello che Alessandro faceva tutti i giorni: informare, diffondere una notizia, un brivido che scorre lungo la schiena e che vorrebbe lasciare questo corpo per essere ovunque, dappertutto. Stefano mette da parte il dolore, solo per un po’, quello che ‘blocca le parole in gola’, per parlare dell’impegno del figlio “in difesa degli ultimi e dei ferocemente sfruttati nei più diversi contesti: nell’ambito del caporalato, degli immigrati, dei desaparecidos in Argentina, ed ovunque ci sia stato un sopruso”. Le parole di Stefano vengono messe insieme, ordinate e stilate in un messaggio. Ma chi era Alessandro?

L’UNIVERSO LETTERARIO DI LEOGRANDE

Alessandro Leogrande viveva a Roma, ma il suo lavoro parlava ‘pugliese’. Si era trasferito nella Capitale per studiare, ma i suoi occhi erano sempre in direzione di Taranto, la sua Taranto, la stessa città che fa da sfondo a lavori come ‘Un mare nascosto’ e ‘Fumo sulla città’.  I suoi libri erano le sue creature, l’ultimo è ‘La frontiera’, l’eterna diaspora di chi cerca fortuna oltre il mare, al di là del confine. Il suo impegno sociale si traduceva nelle pagine delle sue opere. Tra queste: ‘Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud’ in cui racconta una Puglia che nulla ha a che vedere col lusso ostentato del Salento. con l’overtourism del barese. Due pugili, quella che scava nel fango e quella che cerca la luna in fondo al bicchiere. Braccianti agricoli, grandi e ‘piccini’, morti nel Tavoliere delle Puglie per raccogliere l’oro rosso. E poi: ‘Il naufragio. Morte nel Mediterraneo’, sull’immigrazione albanese con cui ha vinto i Premi Ryszard Kapuściński e il premio Volponi, Nel paese dei vicerè. L’Italia tra pace e guerra’.

IL COMMIATO

Tra i suoi lettori c’era anche Roberto Saviano, quello di ‘Gomorra’ dove invece scrive un’altra Napoli, sotto l’ombra delle vele di Scampia. Attraverso le sue parole traspare l’incredulità di chi ha visto morire una risorsa, quel poco che di bello era rimasto nel mondo:

“Alessandro, non va bene… non tu. Non ora.
Per tutto il dolore che sto provando, sento che non troverò in nessun argomento conforto. E non so darlo a tutte le persone ora di te orfane.
La tua vita Ale è insostituibile, come la tua intelligenza. Sono ore che ho la testa piena del tuo timbro vocale e della tua risata, che nasceva arricciando il naso e tirando l’aria come se uscissi da una apnea. Non sei sostituibile.
Grazie Ale.
Grazie Alessandro Leogrande, grazie per essere stato un meridionalista geniale.
Grazie per tutto ciò che ho imparato da te.
Grazie per aver raccontato gli ultimi, sempre.
Addio amico mio, addio anima che aveva il coraggio della bontà e dell’indignazione. Questo mondo di merda l’hai davvero cambiato, perché con le parole hai agito sui tuoi lettori e su chi, come me, ti ha ascoltato, letto e voluto bene.
Sei stato luce di baleno, ma restano i tuoi libri. I tuoi grandi libri. I tuoi immensi libri.
Le male vite, capolavoro sul contrabbando di sigarette. Uomini e caporali, sulla tragedia dei nuovi schiavi… prima che ne parlassi tu erano ombre, non avevano nazionalità né nome. Li hai resi uomini e, aprendoci gli occhi, ci hai resi uomini.
A noi resta il tuo sguardo, il tuo metodo.
Grazie per essere stato dono prezioso per chi ha avuto la fortuna anche solo di sfiorarti”.

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