Dall’antichità a Paul Valéry, passando per Foscolo: l’importanza del passato che determina il presente

Dall’articolo di Focus sul valore della scuola nell’antichità, a Paul Vàlery: passato e presente come due rette parallele influenzate da un filo che le unisce…

Scuola nell’Antica Roma (Capitolivm)

Riflettendo sulla questione più che mai in sospeso della riapertura delle scuole, mi è capitato di incappare in un articolo di Focus inerente al tema dell’istruzione al tempo di Egizi, Romani e Greci. 
È sempre impressionante il pensiero rivolto agli antichi. Per chi si definisce classicista, come me, è addirittura pane quotidiano, eppure spesso ci si dimentica che, studiando la vita di chi ci ha preceduto, concentriamo la mente sulle fondamenta della nostra civiltà, del nostro modo di esistere, di essere. E poi si finisce per desiderare – invano, ovviamente – d’esser nati in un’altra epoca, navigando nel mare senza uscita del “si stava meglio quando si stava peggio”. 
Tipo Salvini che parla dell’Italia degli anni Ottanta come se fosse l’epopea del benessere fiscale, senza pensare che quel benessere lo stiamo pagando ancora oggi; o come miss Italia, qualche anno fa, che alla domanda: – in quale epoca le sarebbe piaciuto nascere? – Beh, durante gli anni Quaranta! – ma sì! Si stava da Re, da Papa, da Dio!, negli anni Quaranta, c’erano solo due o tre totalitarismi e qualche deportato…che vuoi che sia! 

Ugo Foscolo (Oilproject-WeSchool)

Passato e presente: due rette che non si incontrano ma si influenzano

Badate bene, io non sto condannando l’ammirazione per il passato, bensì la memoria corta, soprattutto degli italiani. 
Anche perché chi ci ha preceduto, in ogni suo piccolo gesto e in ogni sua enorme invenzione, impresa, insegnamento, ha forgiato l’animo di noi uomini del terzo millennio, che, per quanto pieno di difetti, non è poi così male. O no? 
Valori immensi – come la scuola e l’insegnamento – hanno radici antiche e preziose, da studiare e da conoscere. 
Ed è qui che si inserisce l’importanza del passato: il passato è la causa del nostro presente e l’effetto di un altro passato, in un’anaciclosi sociale infinita, culminante nel contingente. 
Ne parla a modo suo anche la serie tv Dark, geniale nei contenuti, bordellesca nel tradurli in trama, ma poco conta. Il concetto è quello del vortice di eventi: che si definiscano colpi di genio o coincidenze ben capitate, chi produce poi determina. E determinare significa produrre nuovamente. È il serpente che si morde la coda. 
Ma in questo marasma di concetti, l’unico veramente importante è uno soltanto: presente e passato sono due rette parallele collegate da un filo che ne orienta l’andamento e che le trascina alla stessa maniera, facendole restare alla stessa identica distanza. Non si avvicinano, ma si influenzano. È qui che nasce l’importanza del termine latino “monumenta”, di ciò che l’uomo costruisce nel suo presente e che influenzerà il futuro. Ma il futuro bisogna influenzarlo bene, fornendo il giusto esempio, come direbbe – ad esempio – Foscolo e come riassumerebbe, forse, Valéry con le sue nuvole, il mare e le lapidi di un piccolo cimitero sulla costa, che dialoga con le onde. 

I Sepolcri di Foscolo e Bernardo di Chartres: nani sulle spalle dei giganti

La determinante importanza del passato viene tradotta da Foscolo in un termine: “sepolcri”. È un termine che, popolarmente, più d’ogni altro richiama l’idea religiosa di cura dei morti, ma Foscolo lo inquadra dietro ad un’altra prospettiva, questa volta totalmente atea e distaccata da ogni qualsivoglia culto religioso. Il sepolcro, ma soprattutto la cura di esso, non rende immortale, bensì aumenta – seppur di poco – la permanenza del morto sulla terra, che sopravvive nella memoria di chi l’ha perduto. Ma c’è una condizione: aver lasciato un segno positivo nell’esistenza degli altri. All’opposto, come scrisse Foscolo: 
Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna
Poca gioia che si traduce in oblio. Fenoglianamente parlando, in una fanatica istanza di tenebra assoluta. Un’esistenza che si trasforma nel nulla. 
Ma chi è che segna la storia? Come lo fa e in che modo va ricordato? E ancora, quale utilità ha il suo ricordo?
A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte”.

Le tombe dei “forti”, i marmi che li racchiudono, ispirano chi è ancora vivo ad esistere come sono esistiti loro, a rincorrere il loro esempio.
Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantium humeris incidentes”, scriveva Giovanni di Salisbury ricordando il suo maestro Bernardo di Chartres: “siamo nani sulle spalle dei giganti”. Seduti lì sopra vediamo più lontano di loro, quantunque senza la loro esistenza, noi non saremmo seduti lì sopra. È una catena infinita, interminabile, persistente.

Paul Valéry e il Cimitero Marino: il Tempio del Tempo

E così Paul Valéry, seduto su una scogliera, osserva un piccolo cimitero di Sète, sulla costa del Languedoc. Alla vista di quelle lapidi scalfite dalla spuma delle onde, comincia a riflettere sul senso della vita, in particolare su quell’unitarietà causale che collega passato, presente e futuro.
Seduto su quella scogliera guarda il “cimetière” e pensa al passato; ammira il mare, le sue onde e pensa al contingente; scorge l’orizzonte, il punto in cui mare e cielo si uniscono in un solo elemento e riflette sull’infinito, andando oltre la siepe leopardiana, ricalcando le orme di Foscolo, unendo l’esistenza sotto al 
Tempio del Tempo, in un sospir riassunto,
Salgo e mi abituo a questo puro punto,
Cinto dal mio marin sguardo lontano 
(traduzione di Mauro Tutino, Milano 1933)

Credo con convinzione che lo “sguardo lontano” di Valéry sia il parossismo onnicomprensivo delle due rette richiamate all’inizio. E che l’orizzonte, quale giuntura dell’elemento aereo con quello acquatico, sia il filo che orienta le linee del passato e del presente verso un futuro infinito, ignoto, ma saldamente ancorato al contingente. 
E così
Si leva il vento!…E di nuovo, la vita!
L’aria immensa apre e richiude il mio libro,
L’onda il suo fiotto avventa dalle rocce!
Volate via, pagine abbacinate!
Rompete onde! Rompete acque inebriate
Quel tetto quieto ove beccavan flocchi! 

 

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