Il Superuovo

Dall’anidride carbonica ai farmaci, grazie ad un nuovo strumento utilizzabile nei viaggi spaziali

Dall’anidride carbonica ai farmaci, grazie ad un nuovo strumento utilizzabile nei viaggi spaziali

Un gruppo di chimici della Berkeley University e del Berkeley Lab hanno ideato un sistema capace di convertire la CO2 in composti organici fondamentali.

Esempio di Bioreattore
Esempio di Bioreattore

Si tratta di uno strumento con funzionamento in parte biologico, in parte chimico, che sfrutta i batteri al suo interno per degradare l’anidride carbonica ed utilizzarla per produrre composti a base di carbonio dai numerosi impieghi

Fisica e biologia collaborano

Infatti è proprio la collaborazione fra queste due branche della scienza la chiave dell’utilità di questo reattore. I nanofili in silicio, materiale già usato ampiamente nel settore dell’energia fotovoltaica, catturano i fotoni, costituenti della luce, producendo energia elettrica in seguito sfruttata per fornire energia al bioreattore composto da batteri. Questi microrganismi, in presenza di acqua e di luce solare, metabolizzano la CO2, producendo come scarto composti organici come ad esempio l’acetato (CH3COO-). Una volta prodotti, i composti organici possono essere utilizzati per la produzione di molecole più complesse, impiegate in diversi campi, come ad esempio la medicina con la produzione di principi attivi, oppure il settore energetico, come i biocarburanti. Uno dei vantaggi di questo dispositivo è proprio la presenza dei batteri, capaci di riprodursi e quindi fornire sempre nuovi “operai” per il processo

Un’utilità spaziale

L’utilizzo chiave evidenziato dal gruppo di ricerca è l’utilizzo del dispositivo su suolo marziano. Marte infatti presenta un’atmosfera composta per il 97% da anidride carbonica, letale per noi, ma non per i batteri. Uno dei principali problemi dei viaggi spaziali è l’enorme dispendio di energia e materiali necessari a trasportare quantità minime di materiale, esempi calzanti sono i numerosi rover inviati nel corso degli anni sul pianeta rosso, utilizzando enormi razzi poi non recuperabili, il tutto senza avere la garanzia del successo della missione. Oggi con i miglioramenti dei vettori di lancio siamo in grado di recuperare e riutilizzare, anche se non sempre, i razzi utilizzati per portare nello spazio le strumentazioni, abbattendo dunque i costi di produzione. Tuttavia un’eventuale missione umana su marte, necessiterebbe o di un razzo abbastanza grande da contenere il carburante necessario sia per l’andata che per il ritorno, oppure di un dispositivo capace di produrre direttamente in loco il combustibile necessario oltre all’ossigeno per i passeggeri, e qui entra in gioco l’invenzione del Berkeley Lab.

Una difesa contro l’inquinamento ?

Uno dei pochi indiretti lati positivi, probabilmente l’unico, che l’epidemia di COVID-19 ha avuto sul nostro pianeta è stata la diminuzione degli agenti inquinanti rilasciati nell’aria, in alcuni casi diminuiti di oltre il 10%. Il fatto preoccupante ora, è che è stata necessaria una pandemia e la segregazione in casa di circa 3,6 MILIARDI di persone per ottenere questo risultato, giacché un corretto stoccaggio degli scarti inquinati della produzione di materie prime ed energia è considerato troppo costoso e dannoso per gli affari. Tuttavia se un’invenzione simile, magari migliorata e su larga scala venisse messa a punto, non solo ridurremmo l’inquinamento dei complessi industriali, ma utilizzeremmo sostanze prima inutili per produrne altre vitali, come per l’appunto componenti chimici di farmaci e carburanti. Inoltre con questo sistema si incentiverebbe l’impostazione economica di “economia circolare”, magari non azzerando gli sprechi, ma riducendoli, e non sarebbe poco.

 

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