“Chi non ha mai usato filtri, scagli la prima pietra”. Così disse Gesù in una storia Instagram. L’era digitale ha apportato grandi cambiamenti positivi, alcuni un po’ meno. Concentriamoci per un attimo sui secondi.

Alcune recenti ricerche hanno analizzato nuove forme di insoddisfazione corporea che nascono online. Si parla di “dismorfia digitale”: la nostra immagine riflessa sullo schermo ci può portare a sovrastimare difetti e imperfezioni. Una nuova forma di difmorfismo corporeo? Probabile, se consideriamo che lo schermo del nostro cellulare può essere definito come uno uno specchio 2.0.
Specchio, specchio delle mie brame
Nel DSM-V il “disturbo da difmorfismo corporeo” viene classificato tra i disturbi ossessivo- compulsivi. L’ossessione, in questo caso, si basa su un’eccessiva e persistente preoccupazione per difetti fisici, anche se minimi o assenti. La compulsione, invece, consiste nell’osservare continuamente queste parti del corpo incriminate, confrontandole con quelle “incolpevoli” delle altre persone. Questo meccanismo genera stati d’ansia e di preoccupazioni tali da compromettere la sfera personale e sociale di chi ne soffre.
Il disturbo da dismorfismo corporeo esordisce, solitamente, nell’adolescenza e sembra essere più frequente nel sesso femminile. Circa l’1,7 – 2,9% delle persone sperimenta questo disagio almeno una volta nella propria vita.
E’ il caso di Vitangelo Moscarda che, nel romanzo “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello, scopre una cosa di cui non si era mai accorto prima: il suo naso pende verso destra. Sarà l’inizio di un’ossessione che lo porterà a mettere in discussione tutta la sua vita.

Schermo, schermo delle mie brame
Se Vitangelo fosse vissuto ai giorni nostri, probabilmente a fargli notare la pendenza del naso non sarebbe stata sua moglie ma un commento a qualche suo selfie su Facebook. “Gengè, attento alla divergenza a destra! (a seguire, faccina sorridente con la lacrimuccia)”.
Da qualche tempo si parla di nuove forme di insoddisfazione corporea: “Snapchat dysmorphia”, “Instagram dysmorphia”, “filter dysmorphia”. Una ricerca del 2020 ha rilevato una tendenza alla “Zoom dysmorphia”: quando il disagio è relativo alla propria immagine nelle videochiamate di lavoro. Sembrano essere in molte, infatti, le persone che tendono a usare filtri per ritoccare il proprio aspetto durante queste videocall.
Il mondo digitale ha tovato una soluzione immediata ai nostri difetti: dei filtri che modificano, spesso anche in maniera totale, come appaiamo al mondo. Ma, in primis, come appaiamo a noi stessi.

L’ossessiva ricerca del sé ideale
Il problema di questa soluzione immediata offerta dai social è che poi la persona deve vivere nel mondo reale.
Negli ultimi anni, molti professionisti nell’ambito dell’estetica come dermatologi e chirurghi plastici, hanno assistito ad un aumento di richieste di interventi. Secondo Pfund e collaboratori (2020), spesso si tratta di richieste legate alla propria immagine digitale: in molti richiedono trattamenti che li facciano somigliare alle loro foto modificate con i filtri delle app. Già me lo immagino Vitangelo che si reca dal chirurgo estetico col suo nasino perfetto creato da Snapchat.
Ma attenti a riderne: in fondo siamo tutti un po’ Gengè, con le nostre insicurezze e i nostri piccoli, grandi complessi. Il punto è in che modo cercare di reagire a essi.
Il progetto (NO)BODY
Giada Alberti, giovane psicologa clinica ha proposto una soluzione alternativa e un po’ più coraggiosa. Si tratta di un progetto che nasce dall’idea di ribaltare la visione e la percezione del corpo, partendo dal corpo stesso. Giada ha chiesto alle persone di fotografare una parte del proprio corpo che più le rappresentasse e di accompagnare questa foto con una didascalia che spiegasse il perché. Le 170 fotografie raccolte sono diventate una mostra allestita a Roma nel borgo di Monterotondo. Ogni mese, le foto vengono sostituite e aggiornate a rotazione.
Il titolo del progetto è provocatorio: (NO)BODY, inteso come “non solo un corpo”. Giada dice:”il corpo non è solo un agglomerato di pelle, ossa e muscoli, bensì uno scrigno che custodisce tutte le esperienze vissute”.
Restituire il proprio corpo a un significato che trascenda la pura estetica ma che sia pregno di tutta la nostra storia, di tutta la nostra vita potrebbe essere un primo passo verso l’accettazione di sé. Verso quel profondo sentimento di pace che avrebbe spinto Vitangelo a rispondere a sua moglie “Sì, ho il naso che pende a destra. E’ una mia particolarità”.
Forse il mondo non avrebbe avuto un capolavoro letterario, ma avrebbe avuto un Gengè più felice.
