Ho sempre pensato tante cose del calcio. Ho pensato che fosse sorprendente, perchè anche quando tutto sembrava finito, succedeva qualcosa che cambiava tutto, un po’ come nella vita. Ho pensato fosse unificante, vedendo sconosciuti abbracciarsi nelle piazze dopo un gol o dopo la finale del 2006. Ho pensato che una birra al pub fosse più buona se bevuta tifando la propria squadra. Ho pensato fosse rovinato, quando sono usciti scandali o quando l’ho visto trasformarsi in violenza. Ho pensato, per queste ed altre ragioni, che avesse comunque un enorme potere, una strabiliante energia. Soprattutto ho pensato molte volte a quanto fosse bello: bella la fedeltà delle bandiere come Del Piero, Totti, Pellissier, De Rossi, Zanetti, Maldini e di chi come loro ha servito la stessa maglia per una vita, nei momenti buoni e in quelli pessimi. Bella una punizione con la palla che vola sopra la barriera e all’ultimo si abbassa per insaccarsi nella rete. Bella la classe di Pirlo e la fantasia di Ronaldihno o di Messi. Bello il boato dello stadio dopo un gol al novantesimo. Belli i miti come Ronaldo il Fenomeno o come Maradona. Belle tante cose, tanti ricordi legati a una partita vista con gli amici o con la famiglia, con il tavolo ancora apparecchiato la domenica sera. Forse però parlare di bellezza non basta.

Cosa diventa il calcio quando incontra il pensiero di un intellettuale come Pasolini?

Molto semplice. Diventa arte. Il 3 gennaio 1971, sul giornale Il Giorno, Pasolini pubblica un lungo articolo intitolato Il calcio è un linguaggio con i suoi poeti e prosatori. La tesi dell’articolo è questa: se il linguaggio è un sistema di segni, allora il calcio può essere considerato un linguaggio, seppure non verbale. In realtà, l’articolo è pubblicato in rapporto al dibattito sui problemi linguistici allora in voga, tuttavia diventa una sorta di poetica del calcio, di elogio alla sua natura.
La prima questione affrontata nell’articolo riguarda la conseguenza immediata dell’essere un linguaggio. Infatti se il calcio è una lingua, possiede un suo codice, e solo chi lo conosce può comprenderla davvero. Se ora si dovesse fare una lista degli elementi di tale codice, tutti probabilmente avrebbero da dire qualcosa. Quello del calcio è infatti un codice ampio e dettagliato, fatto di regole ufficiali, ufficiose e ‘di spogliatoio’. Ha un suo codice d’onore, e molto spesso ad essere più apprezzato è il calciatore che le rispetta, che ne paga il prezzo senza rinunciare ad esse, che ne sono la base. Inoltre, affinchè un linguaggio sia tale, dev’essere utilizzato. Anche nel calcio infatti distinguiamo i cifratori – cioè i giocatori – dai decifratori – cioè gli spettatori. Con i passaggi, con i dribbling, con un gol e persino con un fallo, il calciatore parla agli spettatori, e loro capiscono immediatamente cosa egli stia dicendo. È una comprensione talmente naturale da sembrare istintiva, innata. Questo dimostra quanto profondamente la lingua-calcio si leghi ai suoi fruitori.
Come ogni linguaggio, il calcio ha la sua componente strumentale, fatta di regole ben precise a cui sottostare, e una parte espressiva, più libera e creativa. È su quest’ultima parte che Pasolini si concentra nella parte centrale dell’articolo.

Secondo quali modalità il calcio diventa arte?

Pasolini divide un linguaggio puramente poetico da uno più prosastico, senza dare ai due modi di giocare un diverso valore, bensì distinguendo unicamente il tipo di tecnica.
Chiunque può immaginare il momento poetico per eccellenza: il gol. “Ogni gol è sempre un’invenzione, una sovversione del codice”. È una folgorazione, un’illuminazione come lo sono solo le grandi poesie. Un ulteriore elemento poetico è il dribbling: ogni calciatore sogna di fare gol dopo aver dribblato tutti, è quanto di più si avvicini al sublime.
Cose più pratiche come la triangolazione e il catenaccio sono invece esempi di calcio in prosa. Fatta questa distinzione, è possibile applicarla a qualsiasi giocatore.

Ci sono giocatori ‘poetici’ per antonomasia, altri palesemente prosastici, e non per questo meno interessanti. Ognuno ha il suo tipo di giocatore ideale, e un tipo di calcio preferito agli altri. Sì, perché secondo Pasolini al di là della componente individualistica, il calcio è indissolubilmente legato alla cultura del Paese. Quindi per esempio il calcio brasiliano è molto poetico, quello italiano prosastico estetizzante.

Insomma, per Pasolini il calcio è un’arte. I grandi la fanno, gli altri ne percepiscono il significato, e così se ne innamorano. L’articolo considerato, oltre ad essere leggero e interessante, offre molti spunti di riflessione. Infatti il calcio, come altre forme di arte, può parlare in molti modi. Nel secolo di crisi dell’arte, e tuttavia di alcune delle sue produzioni più alte, Pasolini riconosce la stessa funzione della letteratura al calcio. Nel secolo in cui tanti si chiedono se sia ancora possibile fare poesia, Pasolini ne indovina una forma che non smette di parlare alle ‘pance’ delle persone. Ecco perchè, al di là delle sue degenerazioni, il calcio è così centrale nella società. Ecco perchè le persone ne hanno bisogno, ora più che mai. Anche una persona non esperta o non interessata al calcio potrà percepire l’energia irradiata da uno stadio prima di un rigore, o l’emozione di un tifoso davanti a una sconfitta o a una vittoria. Ecco perchè bisogna proteggere il buon vecchio calcio dal marciume che sta invadendo sempre più aspetti della vita moderna. C’è, nel calcio, qualcosa che suona le corde più sacre e profonde dell’uomo, e in tempi di così grande insofferenza e durezza, abbiamo assolutamente bisogno di poesia, in tutte le sue forme.

Viviana Vighetti

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