Un secolo senza frontiere di genere

Durante l’edizione degli Oscar 2019 Billy Porter si è presentato con un abbigliamento spettacolare. L’abito nella parte superiore aveva un taglio classico da uomo, ma in quella inferiore un’ampia gonna. Si chiama “smoking gown”, ed è stato creato appositamente dallo stilista Christian Siriano in versione personalizzata. Le foto sul red carpet ormai virali hanno ottenuto l’effetto voluto: superare le frontiere di genere e scrivere nuove regole di stile. Anche nell’industria dell’abbigliamento per bambini si parla di abbattimenti di genere, grazie a John Lewis, uno dei più grandi magazzini britannici. Una scelta pionieristica quella di togliere tutte le etichette “boy” e “girl” dai vestiti del reparto infanzia, per sostituirle con quelle unisex. Da ora in avanti i capi saranno tutti insieme e non sarà più l’etichetta a suggerire chi li dovrà indossare in modo da non rafforzare gli stereotipi.

Le bambine di rosa, i maschietti di azzurro.

Anticamente il rosa veniva visto più vicino al rosso, colore forte e virile legato agli eroi e ai combattimenti. Il blu veniva associato al colore del velo con cui veniva rappresentata la Vergine Maria. Fino agli anni venti questi colori pastello erano le nuove tendenze da sostituire al bianco. Tra gli anni Trenta e Quaranta le cose iniziarono però a cambiare: gli uomini cominciarono a vestire con colori sempre più scuri, associati al mondo degli affari, per distinguersi dalle tinte chiare percepite come più femminili e legate alla sfera domestica.  L’abbigliamento di bambini e bambine iniziò a venire differenziato in età sempre più giovane, a causa della crescente diffusione delle teorie di Freud legate alla sessualità e alla distinzione di genere. Fino a che il rosa finì per essere identificato come femminile e divenne onnipresente non solo nell’abbigliamento ma anche nei beni di consumo.

I romani indossavano la gonna: lo scandalo degli anni ’80

Nel mondo antico uomini e donne indossavano tuniche, toghe, stole e pelli, con differenze nella lunghezza o nella disposizione delle stoffe. È in età vittoriana che la moda maschile si separa in modo definitivo e irrimediabile da quella femminile, in nome del solito principio naturalistico. Della donna venivano esaltati il busto e i fianchi, mentre l’uomo doveva essere vestito il più comodamente possibile per lavorare o andare a cavallo. Toccò poi a Coco Chanel e la sua passeggiata in riva al mare con i pantaloni dell’amante, il look androgino e i capelli corti delle Flapper Girl immortalate da Francis Scott Fitzgerald, tutte piccole rivoluzioni che hanno portato la moda femminile a convergere su quella maschile con l’unisex, ma non viceversa. Fu nel 1984, Jean-Paul Gaultier scandalizzò le passerelle di Parigi presentando la sua iconica collezione “Men in Skirts”. I modelli della sfilata maschile si presentarono indossando gonne di ogni forma e dimensione, da quelle aderenti per l’ufficio a ben più elaborati strascichi da sera. 

Moda con un genere neutro

il gender neutral rappresenta sempre più il futuro della moda: aperta, libera e inclusiva. Si possono fare ancora molti passi avanti, ma non si può non riconoscere che sia un valore aggiunto. Le persone che non si identificano nell’uno o nell’altro genere, o che più semplicemente non si sentono rappresentati dai vestiti della norma, potranno finalmente disporre di un’ampia scelta di abiti che si adattano a ogni tipologia di corpo e occasione. Le dinamiche della storia del costume ci dicono che questo non è un trend passeggero, ma una direzione a cui la moda tende da sempre, in un modo o nell’altro. Nessuno, se non il pregiudizio, ha stabilito che gli uomini non potessero indossare le gonne e viceversa.

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