La poetica degli emarginati raccontata da Edgar Lee Masters e Fabrizio De Andrè

Poesia e musica, lirica e versi si incontrano donando dignità agli emarginati e agli esclusi

Gli esseri umani sono tutti diversi, e Faber vorrebbe mettere in musica questa bellissima diversità, ma non sa come fare, finché non incontra un’opera in grado di cambiargli la vita: L’antologia di Spoon River, in cui “le vite degli altri” vengono raccontate in versi.

Edgar Lee Masters e l’Antologia di Spoon River

L’”Antologia di Spoon River” è un’opera dal forte peso storico e letterario, che ha caratterizzato un’epoca e ha riportato alla luce moltissime testimonianze di persone appartenenti alle realtà più disparate. L’opera è stata scritta tra il 1914 e il 1915 da Edgar Lee Masters, un poeta, scrittore e avvocato statunitense. Questa Antologia è stata pubblicata con regolarità, in primis su un giornale locale (“Mirror, di S.Louis), a partire dal componimento “La collina”, per poi essere proposta come opera organica a partire dal 1916, riscuotendo un gran successo sia negli Stati Uniti che in Italia.

La raccolta, che conta 244 poesie scritte in verso libero, riporta la realtà rurale di alcuni abitanti della cittadina di Spoon River, un piccolo paesino immaginario che sorge sulle sponde di un fiume realmente esistente, da cui la cittadina prende il nome. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento circa, venne introdotta nell’amministrazione cimiteriale statunitense, l’usanza di inserire per ogni persona sepolta, un’iscrizione sulla lapide, la quale riportava informazioni personali riguardanti la vita personale del defunto, tra cui nome, il cognome, il lavoro e la causa di morte. Lee Masters decise dunque, a partire dai cimiteri limitrofi alle cittadine di Lewistown e Petersburg (nella regione dell’Illinois), di ispirarsi a persone realmente esistite e spesso ancora vive (le quali ebbero delle remore nel vedere che le loro vicende personali vennero rese pubbliche).

Fernanda Pivano, scrittrice traduttrice genovese, tradusse l’opera integralmente, la quale successivamente venne anche sottoposta alla supervisione di Cesare Pavese. La realtà descritta nell’opera di Lee Masters affascinò moltissimo la Pivano, che si trovò dinanzi ad un’opera del tutto nuova, che narrava di personaggi appartenenti ad una normalità la quale spesso veniva tralasciata in nome di personaggi famosi ed importanti.

 

Non al denaro non all’amore né al cielo di De Andrè

“Avrò avuto 18 anni quando ho letto Spoon River. Mi era piaciuto forse perchè in quei personaggi trovavo qualcosa di me”

È così che entra in gioco Fabrizio De Andrè, il quale, proprio come la Pivano, ha riconosciuto la grandezza ed il significato profondo dell’opera di Lee Masters. Il sodalizio tra il poeta e cantautore genovese, con il poeta americano ha dato vita ad uno dei dischi più amati e più famosi della sua produzione: “Non al denaro, non all’amore né al cielo”. De Andrè, in questo album pubblicato nel 1971, ripropone in chiave musicale nove delle 244 poesie scritte da Lee Masters, in questo ordine: La collina, un matto, un giudice, un blasfemo, un malato di cuore, un medico, un chimico, un ottico e il suonatore Jones, riprendendo esattamente l’incipit dell’Antologia di Spoon River.

Dormono dormono sulla collina…

Faber, durante la scrittura del disco, decise di prendere i testi di Masters (ambientati a inizio Novecento), modificandoli senza snaturarli, nel tentativo di proporre dei testi che potessero essere adattati all’epoca corrente. Ogni canzone, proprio come le poesie dell’Antologia, raccontano di una figura ogni volta diversa, caratterizzata da tratti estetici, esperienze, racconti di vita quotidiana che innalzano le persone da figure assolutamente normali e dimenticate, a figure che dimostrano quanto la vita sia varia e sfaccettata, bella e brutta, interessante o assolutamente noiosa.

De Andrè è sempre stato un cantautore che ha amato raccontare le vicende e le vite degli emarginati, bistrattati ed esclusi, i quali venivano ritenuti i reietti della società poco utili alla sua evoluzione. Questa sua tendenza poetica e musicale, è ben evidente nella prima canzone che apre l’album: “La collina”, un elogio alla normalità. La struttura della canzone, che riporta una reiterazione del “dove” attraverso cui ci si chiede dove siano finite quelle donne e quegli uomini di cui Faber canta la morte, è ridondante. Il ritmo incalzante ci racconta di Elmer, “che di febbre si lasciò morire”, oppure di “Ella e Kate, morte entrambe per errore, una di aborto ed una di amore”, oppure ancora dei generali morti nelle battaglie “con cimiteri di croci sul petto”. Tutte queste figure stanno dormendo sulla cima di una collina, dove ora possono riposare senza dover più sopportare gli esiti di una vita dolorosa, condotta spesso da emarginati. Tuttavia, alla fine della canzone, emerge una figura importante, il suonatore Jones, che morì di vecchiaia e che sembra voler rappresentare un simbolo di speranza e di libertà, in contrapposizione con gli esiti negativi di cui i personaggi precedenti sono caduti vittima.

De Andrè con questo album, ha voluto raccontare e testimoniare la vita di persone vittime di un destino incontrollabile e delle loro stesse dinamiche umane. Faber si fa portavoce di queste anime sfortunate, condannate ad un vita di sofferenza, alleviata probabilmente dalla morte, che le lascia riposare sulla cima di una collina.

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: