Da Bassani a Bennato: il tentativo di opprimere una libertà invendibile

Libertà ed oppressione sono concetti collegati da un filo sottile e ben teso, racchiusi dentro confini labili e cedevoli. Ma come definirli? Da Bassani a Bennato cercheremo una spiegazione…

Edoardo Bennato (music Fanpage)

Più spesso che di rado, quando si parla di libertà si rischia di sfociare nel banale, nello scontato e nel già detto, perciò sarà difficile trasmettere un sentimento nuovo, giacché c’è ben poco di nuovo e sconosciuto in un concetto come questo. Quindi non leggerete un pezzo rivoluzionario e non si rivisiterà in alcun modo quella percezione, talvolta indescrivibile se non attraverso la sensazione, che si è soliti avere affermando di essere “persone libere”. Ed è proprio questa singolare peculiarità – l’essere indescrivibile, indefinibile e dunque indeterminabile entro confini, che saranno sempre e comunque cedevolmente labili – che rende la libertà soggettiva. 
Va da sé che mi sarà impossibile rendere questo concetto universale in così poche righe, nelle quali mi limiterò a fornire un’interpretazione storica, letteraria, musicale e personale del termine, passando dal suo opposto, dall’oppressione. 

(Guanda)

Libertà e oppressione: il Novecento, il filo e le catene

Mi rendo conto che possa sembrare paradossale inneggiare ad una qualsivoglia libertà, parlando di oppressione, ma, come già scritto in passato, dalle mie parti si dice che “in dun ghé un bus, a ghé na duna”, per indicare la famosa causalità che intercorre tra due eventi tra loro vicini o lontani (poco cambia). Insomma, se succede una cosa, aspettiamocene un’altra.
Dunque, per ricollegarci al discorso iniziale del filo – sottile e ben teso – che collega oppressione e libertà, credo che sia più che mai lecito indicare il XX secolo, come il secolo del filo per eccellenza. Per dirla senza troppi sghiribizzi, il Novecento ha preso la rincorsa dal passato, si è caricato dell’onniprendente sviluppo industriale ottocentesco e si è tuffato in quella che viene definita la “bestializzazione dell’individuo” senza badare a morti vari (Eliot parlava di mandrie di morti viventi, che dal gelido conforto della neve si ritrovavano nei loro uffici, dopo pedanti camminate lungo le vie di Londra). 
Spesso quando si parla di Novecento, ci si riferisce a quella macrostoria che ha coinvolto per la prima volta il mondo intero, alimentato dalla globalizzazione e dalle guerre. 
Ahi noi, però, la macrostoria affonda le radici nella microstoria e a subire le torture di quella prima parte di secolo tutt’altro che felice, fu in primis il singolo essere umano.  Decenni di colonialismo e di deflagrante lotta per la supremazia di uno Stato sull’altro, hanno proiettato l’individuo in una condizione di sconforto ed esclusione, nonché di privazione della già citata libertà, ovvero di oppressione. 
Ebbene, se si prende l’Olocausto e lo si analizza ad un livello apparentemente di superficie, escludendo quindi il discorso sociale, economico e politico, si arriva a racchiudere il flusso degli eventi a motivazioni crudelmente razziali: gli ebrei hanno subito l’indicibile. La loro vicenda rappresenta l’apice dell’oppressione di ogni libertà. Quindi il Novecento non è solo il secolo del filo, ma anche quello delle catene, a cui taluni (e forse tutti) si sono ritrovati legati.

Scena dal film Gli occhiali d’oro (Queerblog)

Giorgio Bassani e Gli occhiali d’oro: l’uomo e la bestia 

Le catene più resistenti non furono solo quelle degli ebrei, esclusi dal concetto ariano di “essere umano” (così come il concetto di libertà, non è forse impossibile definire a sua volta il concetto di “uomo”?), ma anche dei dissidenti politici, di chi era diverso e, a proposito di questo, degli omosessuali. 
Ne sa qualcosa uno come Giorgio Bassani, che la diffidenza verso il diverso l’ha vissuta in prima persona e l’ha descritta con la sua solita maestria, ne Gli occhiali d’oro. Athos Fadigati, protagonista del racconto, è un medico di mezza età, educato, discreto, estremamente competente, “ma” omosessuale. Ecco, Fadigati è l’emblema della privazione della libertà di espressione e, guarda caso, il genio di Bassani incrocia i passi del medico gay, con uno studente ebreo e i due si ti trovano a confrontarsi in un mondo che pare non volerli accettare.
Lo scrittore ferrarese, però, si è spinto oltre: ad avvicinarsi al dottore, c’è anche una cagna randagia, simbolo – io credo – di quanto Athos Fadigati non riesce (non a causa sua) ad esprimere: la libertà personale. Ma c’è di più, perché la cagna ha “le mammelle grosse e pendenti, gonfie di latte”, quindi ha dei cuccioli e li deve nutrire: potrebbe essere il segno di un primo bagliore di speranza, di un’umanità nuova e rinnovata, che rinasce e si rigenera dal basso. Dopo una salita, c’è una discesa. Dopo la fine, c’è l’inizio. E il latte della cagna potrebbe essere un nuovo inizio, ma l’uomo non è una bestia e non si vuole abbassare ad una tale condizione. Come ha scritto Bassani: “Nell’uomo c’è molto della bestia, eppure può l’uomo arrendersi? Ammettere di essere una bestia?”. 
La risposta è no. E Fadigati si suicida, lasciando un messaggio al nazifascismo: io non sono un animale.

L’interpretazione di Bennato: il (non) prezzo della libertà

Dunque, si può dire che la libertà è ciò che il regime nazifascista ha levato agli ebrei, agli omosessuali, ai diversi in generale. Eppure io non credo che terminata la barbarie razziale, l’uomo si sia finalmente liberato. 
E allora, cosa ci rende veramente liberi?
Non lo so. Bennato (nella canzone “Venderò”, 1976) un’idea ce l’ha avuta, ovvero che ogni cosa che ha convenzionalmente un costo – economico o psicologico che sia – confligge con la nostra libertà. 
Secondo il cantate, tutto è in vendita: le scarpe nuove, la chitarra, il diploma, la rabbia, la pazzia…ogni cosa ha un suo prezzo e, qualora riuscissimo a venderla, significherebbe che non ha poi così tanta importanza. La libertà di Bennato, così immersa in quella strana tendenza utopica che ti fa venire la pelle d’oca, non deriva dalla guerra, dalla supremazia sul prossimo, dal denaro o da chissà quale bene. No.
La libertà di Bennato deriva dall’aiuto reciproco, dall’accettazione dell’altro, dalla conoscenza del diverso. 

Raffaele è contento

non si è mai laureato

ma ha girato e conosce la gente…

In poche parole: libero è, chi lascia liberi gli altri, giacché la libertà non si compra. Libero è, chi aiuta gli altri, giacché da soli non si vive. Libero è, chi da libero agisce, giacché nessuno lo opprime. E forse Bennato non ha poi tutti i torti.

Ogni cosa ha il suo prezzo

Ma nessuno saprà

Quanto costa la mia libertà.

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