Se le dolci rime de La canzone di Marinella o i toni tutt’altro che pacati de L’Avvelenata sono conosciuti in Oriente, e in particolar modo in Cina, parte del merito lo dobbiamo sicuramente a Zhang Changxiao, conosciuto in Occidente con il nome di Sean White. Zhang, dopo aver scoperto la passione per i cantautori italiani, ha deciso di dedicar loro un libro in cinese, donando al suo popolo parte del patrimonio culturale nostrano.

L’epifania e l’idea

Zhang, ormai ex studente di ingegneria meccanica al Politecnico di Milano, abbandonatala poi per seguire il sogno musicale, incontra i più importanti cantautori italiani per caso. In un giorno qualunque nei pressi di una residenza per studenti di Lecco, durante una passeggiata, sente le note di una canzone di Fabrizio De Andrè provenire da un negozio. È l’inizio di tutto!

Ben presto, affascinato dall’enorme patrimonio, per lo più sconosciuto in Cina, comincia uno scrupoloso studio dei testi e delle musiche dei più importanti chansonniers degli ultimi decenni, arrivando a girare le più importanti città d’Italia per fare interviste e raccogliere dati, con un unico obiettivo in testa: pubblicare un libro in cinese dedicato ai cantautori italiani, avvicinando così due mondi lontanissimi da un punto di vista musicale.

Il libro, che ripercorre le vite e le poetiche di De Andrè, De Gregori, Guccini e Gaber per citarne solo alcuni, fino ad ora ha venduto più di cento mila copie ed è riuscito ad interessare circa tre milioni di cinesi. Figli dello stesso Zhang sono i numerosi concerti e festival che organizza sia in Cina che in Italia, facendo conoscere le rispettive musiche.

Una Crêuza de mä di oltre 8.000 km

L’originale idea di Zhang rientra nel tentativo, già intentato da Fabrizio De Andrè e Mauro Pagani, di avvicinare culture, solo apparentemente lontane. Nel 1984, infatti, il cantautore genovese pubblica Crêuza de mä, un album cantato interamente in dialetto genovese. Un’idea coraggiosa quella di Faber, che sfida un mercato per lo più dominato dall’inglese in Europa e dall’italiano in Italia.

L’album, attraverso l’utilizzo di strumenti provenienti da ogni angolo del bacino del Mediterraneo, per citare lo stesso Faber, «dal Bosforo a Gibilterra», con il genovese come lingua ponte fra le diverse culture dell’epoca delle Repubbliche Marinare, diventa uno dei primi esempi di World Music italiana, riscuotendo un grande successo (più di 100 mila copie in poco meno di un anno).

L’idea sottostante è quella di collegare i diversi popoli attraverso una striscia di terra comune, una Crêuza de mä appunto, che in genovese significa mulattiera di mare, per far scoprire, allo stesso tempo, i tratti comuni e quelli distintivi dei vari popoli che si affacciano su un medesimo lembo di mare, culla della cultura occidentale. Così, attraverso la ri-scoperta delle melodie provenienti dalle corde di un bouzuki, strumento a corda della tradizione greca, o delle linee ritmiche di una darbouka, la percussione araba per eccellenza, insieme all’utilizzo del dialetto, che ci riporta alla nostra dimensione comunicativa più atavica, possiamo arrivare a conoscere al meglio la nostra identità e metterci in un cammino culturale comune, muovendo i passi su una mulattiera di mare ideale.